Viaggiare soli

Pesci
Ci sono cose piuttosto faticose nel viaggiare da solo. Incombenze pratiche – dove lasciare un attimo lo zaino, ricordarsi orari e destinazioni, essere l’unico responsabile dell’interpretazione degli annunci all’interfono in lingue incomprensibili e gracchianti – e a volte anche imbarazzi, almeno le prime volte. Decine di volte in aeroporto varcata la soglia degli arrivi (porta scorrevole oltre la quale, magicamente, in tasca il passaporto già timbrato, ti senti davvero arrivato, realmente e finalmente a destinazione) mi sono trovato a sfiorare quelle emotività esplosive, fatte di abbracci, di volti che si fanno radiosi incontrando finalmente la propria compagna o i genitori; ho osservato gli sguardi sicuri di chi andava verso un cartello col proprio nome o lo spalleggiarsi di chi viaggia in compagnia mentre si dicono “ci siamo eh!”. Ed io che cercavo una volta un cesso, una volta il punto di informazioni, un’altra volta ancora il bar e quasi sempre cercavo di capire da dove sarebbe partito il bus o la metropolitana o il trenino che mi avrebbe portato finalmente in centro.
Poi ci sono le volte che sei in giro, scivoli in mezzo a paesaggi affollati, sei come un impulso elettrico che passa nelle fibre sotto i marciapiedi, senza che nessuno se ne accorga. Ho coltivato questo bisogno di silenzio e solitudine, ho fatto incetta di volti e pezzi di conversazioni masticate, ho conquistato la mia serenità pacifica ai tavolini del bar, smettendo di sentirmi osservato, ed osservando io la folla che si avvicendava ai tavoli: segretarie, studenti, avvocati, coppiette in pausa pranzo, manovali, artisti, punk, tamarri di periferia, cagnolini, gatti randagi, pakistani, adolescenti fricchettoni, nerd col loro inseparabile laptop; ho preso caffè in mezzo a camionisti africani, birre circondato da surfisti indonesiani, biscotti attorniato da tavolini di studentesse argentine in divisa scolastica, vodke al bancone accanto a soldati russi in licenza. Ma non mi sentivo solo, non con quella valenza negativa che solitamente si sente dare alla solitudine. Perché ero lì apposta, osservavo, dentro e fuori. E quando era il momento giusto, quando sentivo che avevo ripreso la voce – messa nello zaino prima di partire – parlavo. E conoscevo, interrogavo, socializzavo, rispondevo, scherzavo. Solitamente mi avviene a cicli; dopo un paio di giorni dalla partenza passati quasi interamente in silenzio, divento un animale sociale; poi, dopo centinaia di chilometri e tanti incontri, mi richiudo a digerire quel che ho vissuto e torno a scivolare muto lungo paesaggi sconosciuti. E però, cazzo sì, a volte mi sono sentito solo: solo scemo imbarazzato osservato inadatto muto nostalgico sperduto annoiato kafkiano estraneo pericolante. Come un sasso che sprofonda mentre i pesci gli nuotano attorno. Ma è sempre durato poco, poi è passato e ho continuato.
Perché da solo? Difficile dirlo, difficile anche spiegarlo. Per quella sensazione di spaesamento chatwiniana del “che ci faccio qui?”, forse. Per tenere il proprio ritmo e il proprio respiro. Per la libertà. Per piegarsi alla fatica di doversi sempre e comunque arrangiare. Difficile spiegare e spiegarsi, il bisogno di questa solitudine. Forse, per farsi occhio, e orecchio, e vivere e rivivere immagazzinando, e rimanendo sottotraccia. Un po’ nascosti all’esistenza. Pigri e iper ricettivi.
Quando arrivai a Buenos Aires, la prima cosa che pensai fu: e adesso? Avevo tempo e chilometri; pochi soldi, d’accordo, ma tutta la calma del mondo per poterli spendere bene. L’aeroporto Ezeiza esplodeva di vita e di frastuono, ero in mezzo a italo-argentini che si ritrovavano dopo chissà quanto tempo, tra pianti e risate e strilli. Valige, zaini, carrelli. Tassisti che si offrono per portarmi a destinazione. Ed io, ancora rincoglionito dopo 16 ore di viaggio, col mio bagaglio sulle spalle e i miei 26 anni (era il 2008, si era da poco formato il Berlusconi IV e sul volo Easyjet Genova-Roma c’era anche Bertinotti; sulla navetta che dall’aero ci portava al terminal di Fiumicino, lo salutai, mi chiese del mio viaggio, mi raccontò di essere stato una volta in Argentina; accennammo appena alla politica; poi. salutandolo, gli strinsi la mano inizialmente, ma in un impeto di confidenza da perdenti ci abbracciammo: fu una sorta di commiato storico) (per dire come potevo sentirmi all’arrivo, ecco, e perché non avessi ancora comprato il biglietto del ritorno) e insomma ero spaesato e non sapevo nemmeno dove cambiare i soldi e mi guardavo in giro inebetito e palesemente preoccupato. Poi mi sentii toccare la spalla: era la mia vicina di posto in aereo, un argentina immigrata in Italia vent’anni prima, che lavorava a Bergamo e che stava tornando finalmente a casa, a Cordoba, per vedere com’era venuta la villetta che i suoi figli avevano costruito con i soldi che lei aveva mandato dall’Italia in tutti quegli anni. Mi guardò il bagaglio mentre andavo al cesso. Mi aiutò a cambiare i soldi, mi spiegò dove avrei trovato l’autobus per il centro città.
A volte poi tu stai bene e sono gli altri che ti guardano con imbarazzo. Sono loro, in fondo, a sentire una solitudine che tu in quel momento non accusi e ti osservano passare chiedendosi, loro, che ci fai tu lì? Lungo una strada sterrata che mi portava verso il rio Paranà, nel bel mezzo della regione di Misiones, i ragazzini mi guardavano dalla soglia delle case. Quando salutavo, rispondevano timidi e poi andavano a nascondersi nella pancia di quei cubi di mattoni e lamiera. I cani randagi mi annusavano e poi ignoravano. Rischiando di perdere il bus per Puerto Iguazù, saltai su un carretto che trasportava legname, tirato da due ciuchini che sembravano usciti da un cartone animato. Parlottai amabilmente col conducente e lo osservai poi sparire lungo una carrareccia che si infilava intrepida in mezzo alla foresta. Resistendo alla voglia di seguirlo ancora. Sull’autobus. Salii al volo. Non c’era posto né per me né per il mio zaino. Poi una donna mi fece un cenno; mi avvicinai. Teneva in braccio, appesa al collo, la figlia più piccola, che avrà avuto non più di un anno. L’altra, di cinque o sei anni, si alzò, mi lasciò il posto e poi mi si sedette in braccio. Così, incastrato tra lei, il sedile davanti e lo zaino sotto i piedi, con l’aria che entrava dal finestrino che era così calda da sembrarmi un phon puntato sulla faccia, tirai fuori i biscotti e glieli offrii. La piccola favorì subito, la grande guardò la mamma in attesa della sua approvazione e poi pescò dal sacchetto. La mamma rifiutò. Mentre mi stavo addormentando, la vidi con la coda dell’occhio mentre spezzava metà dei biscotti della bimba che aveva in braccio per mangiarli lei. Mi svegliai sudato, stropicciato, con la faccia appiccicata al vetro e la sensazione di avere addosso un centinaio di punture di zanzara. La bimba che avevo in braccio era sveglia, anche se pure lei aveva l’aria di avermi dormito sulla spalla fino a poco prima. “Hola. Estas bien?” Mi disse sorridendo.
Ero solo anche sull’isola di Olkhon, sul lago Baikal. Due giorni nella solitudine estrema e fredda, camminando in un paesaggio che permette solo forme e concetti assoluti. Montagne e ghiaccio tutt’intorno. Taiga, scogliere sacre agli sciamani, sempre un vento gelido e poi sole o grandine così grossa che dovetti nascondermi sotto lo scafo di una barca arenata sulla spiaggia da un milione di anni. Ero solo e facile preda degli spiriti degli anni passati, come nel racconto di Natale Dickens. Non ho tanti scheletri come mister Scrooge, ma fu un assalto a cui non potei opporre resistenza, non avevo altri a cui parlare, non c’erano persone da osservare, altre voci oltre la mia, che non bastava per interrompere il flusso di quelle altre decine che mi arrivavano da dentro. C’era dentro tutto il non detto, non riso, non pianto, non fatto e non ascoltato degli ultimi anni. Fu una solitudine enorme e produttiva, camminando su e giù per l’isola e nei miei 29 anni, affogata in troppe vodke durante una festa con amici belgi e amiche australiane nell’ostello di Khuzhir.
Nell’aeroporto deserto di Yaoundè, quando mi affacciai alla stanza del personale di terra chiedendo se avevano una stampante e internet, mi presero per un alieno. “Te lo facciamo così il check-in, anche senza foglio”. Mancavano dieci ore al volo. Ero stanco e sporco come mai in vita mia. All’alba del giorno prima ero a Ngaunderé, nel piazzale fuori dalla stazione, in mezzo a altre cento persone, aspettando sotto il sole che la stazione aprisse. Avevo i soldi contati, zero credito nel telefono e un aereo che mi aspettava la sera dopo nella capitale. Quella mattina, davanti ai miei occhi mi sembrò di osservare l’Africa intera e la sua storia, negli occhi di quella gente in coda, nei picnic improvvisati allestiti nell’attesa, nei bambini che giocavano con la maglia di Eto’o. Ed io, unico bianco, un po’ spaesato, in attesa di capire quando saremmo partiti. Poi ci fu il sedersi sulle panche, il capostazione che prendeva i nomi, mentre ai suoi lati c’erano poliziotti col mitra e “sul treno di oggi non c’è posto, facciamo la lista di attesa per domani” ed io che cerco di elemosinare un buco, per non perdere l’aereo; schifato come un bianco che se ne frega, poi invece aiutato come uno qualsiasi che era in difficoltà e aveva bisogno di una mano. Sedici ore su quel treno bollente, attraverso la giungla e le periferie, in compagni dei fantasmi di viaggio di quei due mesi africani che mi rovistarono mentre continuavo a dormire e a svegliarmi tra i sobbalzi della carrozza e gli odori e i rumori. All’arrivo mi rubarono il marsupio, lo recuperai grazie a un tassista coraggioso, rischiando il linciaggio nel folto di un mercato. Mi feci portare in aeroporto direttamente, anche se era prestissimo. Gli offrii una birra, feci il check-in, mi lavai la faccia, scrissi per tre ore sul mio quaderno e dormii su una panchina finché non mi svegliarono perché era l’ora di imbarcare.
Altri viaggi, in treno, che continuo prendere quando posso, per leggere e osservare dal finestrino e per guardarmi intorno, scrutare i miei compagni di viaggio, rifugiarmi nel silenzio della mia testa che rimbalza sul ritmo delle traversine: tu-tun, tu-tun; tu-tun, tu-tun. Altre ore in sale d’aspetto che sempre ripetono a ogni latitudine gli stessi copioni. Le stesse facce dei bimbi appoggiate alle vetrate, gli stessi ooohhh, mentre gli arei si alzano con una leggerezza inspiegabile. Le stesse code, le stesse lamentele. Gli stessi pensieri preparatori e confusi che mi si ammucchiano mentre aspetto in fila al check-in. Altri infiniti tragitti in autobus, seduto sopra sacchi di cipolle, ricoperto dalla polvere che entrava dai finestrini rotti, quasi pisciandomi addosso perché da ore l’autobus non si fermava. Da solo, ma senza sentirmi solo, perso nel paesaggio o nel flusso dei pensieri, o in conversazioni con minatori, soldati, mamme, emigranti, poveracci, distinti signori, vecchie che russavano come trattori, filosofi, hippie, dottori, malati, bambini che frignavano, anziani che vomitavano, ubriachi, puttane e altri viaggiatori solitari, per scambiarsi opinioni racconti emozioni e mescolare un po’ delle nostre vite.
Ricordo una volta in cui mi sentii particolarmente solo e nostalgico e malinconico. Ero a Mendoza, in viaggio da un po’, un pezzetto di cuore lasciato più a nord e un enorme succulenta gustosa profumata sanguinolenta bistecca spessa tre dita che mi riempì così tanto di gioia da farmi accusare la solitudine di non poterla condividere. Mandai un messaggio al mio amico Nino, che di lì a poco sarebbe partito per un lungo viaggio solitario pure lui, in Australia. Fui un po’ sollevato, ma la solitudine mi rimase dentro anche nei giorni successivi, nonostante un amico svizzero e tre temporanee compagne di viaggio brasiliane. Pochi giorni dopo, a Puerto Madryn, sul lungomare, cercando sollievo davanti a un paesaggio che per me, ovunque, vuol dire casa, trovai una risposta che mi si tatuò dentro; un murales che recitava: el barco esta seguro en el puerto pero no fue creado para eso. E poi ancora, sul treno verso Khabarovsk, dopo lo stream of consciousness sul Baikal, stavo sprofondando troppo giù, troppo dentro al silenzio mio e del paesaggio ghiacciato che scorreva fuori dal finestrino, troppo a fondo nella mia solitudine incartata di pensieri che ti fanno masticare l’interno della bocca. Mi salvò il piccolo Roman, che non parlava la mia lingua ma aveva capito tutto e cominciò a stuzzicarmi e giocammo e ridemmo e ritornai, sano, al mondo reale.
A volte ti preoccupi, da solo. Quando comincia a farsi sera e non passa nessun autobus e non si è ancora fermato nessuno al tuo segno di autostop. Quando i treni ti vomitano la sera in città sconosciute, in piazze buie. Quando sbagli strada per la terza volta e cominci a pensare di esserti perso sul serio. Quando provi a guardarti attorno, ma nessuna delle facce che ti circondano ti sembra amichevole o nessuno, nella folla, sembra interessato a te. Allora è il momento di sedersi da qualche parte, fare un bel respiro e imparare a fidarsi. Di sé o di qualcun’altro e del fatto che il mondo è molto meno complicato di come lo dipingono a volte. A quel punto ti accorgi che la strada è lì, che l’autobus non è in ritardo ma sei tu che non sai aspettare perché nel mondo moderno abbiamo disimparato (aspettare è un’arte) e capisci che se non fai almeno un sorriso difficilmente a qualche automobilista verrà voglia di caricarti. Quindi ti rilassi, ti ascolti e ricominci a stare bene così, da solo ad aspettare o a risolvere i tuoi problemi non troppo complicati.
Su e giù, dentro e fuori sé stessi e il paesaggio, scivolando fra la gente e scontrando corpi e vite e odori e facce e smorfie e aliti e capelli che sventolano e voci e respiri e rumori. E quante cose da osservare! Quante storie e voci e aneddoti e racconti raccolti qua e là, quanti appunti presi anche se mai più letti, quante immagini immagazzinate! C’è una vita da inventarsi per quel ciccione di fronte a te, nella sala d’aspetto dell’aeroporto Domodedovo, che legge Siddartha e mangia biscotti senza alzare mai gli occhi dalla pagina. Per quel bambino che saluta il papà rimasto al di là del vetro oltre i controlli di sicurezza. Per le ragazze, il cappotto ripiegato e appoggiato sul trolley, che ammiccano l’un l’altra parole mozzate mentre spizzicano tutte e tre dal maxi pacchetto di patatine McDonald o di qualunque altro fastfood in qualunque aeroporto, ovunque nel mondo (tranne a Cuba, ovviamente). Chiedersi com’è la vita di quei vecchi che giocano a domino sulle panchine, nel Parque Central di Santa Clara, che è fresco e ha la musica che esce dagli altoparlanti e ha quest’atmosfera di serenità che ti pervade mentre stai lì e aspetti che ti venga in mente qualcosa che ancora non hai idea di cosa possa essere. Sorridere degli approcci scapestrati dei giovani laotiani, che devono aggirare tutti i formalismi culturali per raggiungere la meta e ripensare a quando quattordici anni e lo stesso impaccio li avevi tu. E sorridere agli approcci di quella ragazza che da Starbuck’s ti sorride da sopra il laptop o in una bettola semi buia di Kong Lor ti chiede se hai da accendere. Riempire come vuoi quel tempo solitario, o non riempirlo affatto e goderselo nella sua interezza.
C’è una solitudine terribile, a volte, nell’essere soli; e non in qualche sperduta landa, ma in mezzo alla gente. C’è spesso, se non impari ad addomesticarla, a non riempirla con la paura, a non scappare dal silenzio, a non fuggire da te stesso; che ti senti eccome quando sei da solo, in qualche strano posto nel mondo.

p.s. Questo post ha un antefatto: l’altra sera a Babel Lodo Guenzi ha fatto una gran lettura di alcune pagine di Pier Vittorio Tondelli e mi ha messo addosso la voglia di rileggero. Così ho tirato giù dalla libreria dove erano rimasti troppo tempo i libri di PVT, ho aperto Un Weekend Postmoderno e mi sono ritrovato a leggere alcune pagine della sezione Viaggiatore solitario. Di lì a poco mi sono tornate in mente immagini e ricordi delle mie esperienze di viaggiatore solitario e mi sono messo a scriverle. Ecco il perchè di questi racconti, oggi; ed ecco spiegato perchè questo post è così lungo (prometto di non farlo più, forse): perchè quando i ricordi arrivano, non puoi più fermarli.

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