Rifiuti soliti urbani

Diablo de la montana
Mi alzo solo perché c’è troppo caldo. E ci sono troppi mosquitos. Altrimenti sarei rimasto ancora a letto, anche se non è certo il letto più comodo su cui abbia dormito in vita mia. Anzi. Quando esco di casa, il sole è già alto e caldo. Mi sgranchisco, cerco di riprendermi un po’. Ieri sera abbiamo fatto tardi. Dopo cena metà del villaggio è venuta qui a casa di Jesus, per salutare lo straniero – io. Abbiamo fatto festa, ovviamente: sono spuntati strumenti musicali artigianali, bottiglie di rum, qualcuno ha portato dei biscotti, qualcun altro del platano fritto. Abbiamo fatto tadi e sono un po’ rincoglionito, in effetti.
In più, con tutto quel rum e quel guarapo, mi sarò alzato dieci volte a pisciare. Ed ogni volta mi sono fermato incantato, lungo il tragitto che dalla casa porta al bagno, a ascoltare incantato i rumori che fa la foresta di notte, un concerto di uccelli e rami e vento e rumori di sottofondo, fruscii che sembrano quelli di un vecchio disco in vinile. E la Luna che ogni tanto spunta tra i rami delle palme e illumina la foresta con la sua luce quasi magica.
Jesus, suo fratello e un paio di amici sono perfettamente in bolla, chiacchierano tranquilli seduti sugli sgabelli in cortile.
Buen dia.
Buen dia Simon. Aspettavamo te.
– Me?
– Sì sì.
– E per cosa?
Mi fa un gesto con la mano e allora la vedo: una bottiglia, accanto alla sua gamba; due litri di pessimo rum bianco in una panciuta bottiglia di plastica. Ne è avanzato da ieri, evidentemente. Purtroppo.
– Non è che beviamo tutte le mattine – mi spiega – Però oggi è domenica. E in più abbiamo l’ospite, bisogna festeggiare.
– Ancora?
Un sorso di rum è l’ultima cosa che voglio, ma so già che rifiutare sarà impossibile.
Quando, rassegnato, sto per avvicinare la bottiglia alla bocca, Jesus mi ferma.
– Aspetta!
Mi toglie la bottiglia di mano, versa uno sbuffo di rum sulla terra polverosa che lo assorbe quasi all’istante.
– Ricorda: il primo sorso è per la terra. Sempre.

Anni prima. Siamo appena entrati nella miniera di Potosì, Bolivia, attraverso la galleria de La Candelaria. Attraversiamo un cunicolo introduttivo, non più largo delle mie spalle e alto appena un metro e venti. Il resto della visita, ci comunica la guida, sarà peggio: gallerie più strette e polverose, scale di legno, piccole arrampicate, fino a scendere a trecento metri sotto terra, là dove, attualmente, sono stati individuati un paio di filoni e si concentra il grosso dei minatori. Prima però, faremo tappa nella stanza del “relax”. Non più grande di un salotto, è il luogo dove in minatori si fermano in entrata o in uscita, si riposano o si preparano, parlano fra loro, bevono qualcosa, fumano una sigaretta.
Prima di iniziare il giro della miniera, siamo passati dal mercato dei minatori. Abbiamo comprato foglie di coca, refrescos al limone, pacchetti di sigarette, dinamite: regali per i minatori che ci fanno la cortesia di farci passare come turisti dove loro sudano, si spaccano la schiena, respirano polvere, muoiono, per qualche incidente o, giorno dopo giorno, per la silicosi che inevitabilmente se li prende tutti prima del compimento dei quarantacinque anni. I nostri regali sono oggetti preziosi: nonostante gli aiuti di Evo Morales, il presidente boliviano ex cocaleros, i minatori restano una categoria poverissima. Per loro una sigaretta è un lusso, un candelotto di dinamite è quello che potrebbe aiutarli a guadagnarsi da mangiare per il prossimo mese.
Al centro della stanza c’è una statua curiosa, una specie di pupazzo dalle sembianze diaboliche, con tanto di corna, baffi e sorriso sardonico. Ai suoi piedi ci sono sigarette, foglie di coca, candelotti di dinamite, bottiglie di refrescos ancora piene.
Quello – ci spiega la guida – è il diablo della montagna. I minatori lasciano qua dei doni per propiziarsi lo spirito della montagna e per chiedere scusa della violenza che le fanno scavando cunicoli nelle sue viscere.

A Vladivostok ho conosciuto un ragazzo norvegese; sono alla fine della Transiberiana e, sinceramente, l’idea di tornare a casa non mi dispiace così tanto. Però il mio amico è un grande viaggiatore, una di quelle persone che con i suoi racconti ti fa venire voglia di rimetterti in viaggio all’istante, tanto è il suo entusiasmo nel narrarti di luoghi che ancora devi vedere. Mi mostra le sue foto. Ce ne sono alcune decisamente macabre: una ventina di avvoltoi sta banchettando con i resti di un corpo umano fatto a pezzi. Bo, così si chiama il mio amico, mi spiega che si tratta di una tradizionale “sepoltura” tibetana, un rito a cui gli è stato concesso il privilegio di assistere; da quelle parti il terreno è perennemente ghiacciato, quindi scavare diventa impossibile. Bruciare il corpo del defunto viene considerato uno spreco. Dal momento che secondo la loro credenza tutti facciamo parte del ciclo della natura e delle reincarnazioni, il modo migliore per assolvere il proprio compito anche da morti è quello di rientrare nel ciclo naturale contribuendo a nutrire altri esseri viventi. Così, secondo un rito preciso e solenne, il corpo viene smembrato e dato agli avvoltoi, che aspettano docilmente intorno al sacerdote fino alla fine della cerimonia. Poi viene spezzato il cranio e viene offerto anche il cervello del defunto. Infine, raccolte le ossa spolpate, viene loro dato fuoco.

Cammino lungo la via Aurelia. La tramontana soffia forte e stende il mare come fa un mattarello con la pasta di una pizza. Le onde gonfie e schiacciate si colorano con sfumature del cielo, mentre il rosa del tramonto cede il passo alla notte e la Luna piena prende il posto che le spetta. Le rocce che spuntano dal mare hanno sagome che ricordano i faraglioni delle coste thailandesi. La scena è di una bellezza quasi dolorosa. Mi affaccio dalla ringhiera per osservare il biancore della schiuma sulla scogliera. Tra le rocce, qua e là, nella luce della Luna fanno mostra di sé lattine, mozziconi di sigarette, buste di plastica, bottiglie vuote e qualche altra schifezza indistinguibile. È in quel momento che mi sono venuti in mente Bo, Jesus, i minatori boliviani.
E mi sono detto che noi, da qualche parte, abbiamo perso il senso di qualcosa d’importante.

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