Dov’eri tu? – Germania 2006, Portogallo-Angola 1-0

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Dov’eri tu in quel momento? È una domanda da momenti storici: dov’eri tu mentre accadeva quell’evento? Come l’hai seguito, come ne hai avuto notizia. Cosa stavi facendo. Quando l’uomo è sbarcato sulla Luna. Quando sono cadute le Twin Towers. Li hai visti i traccianti nella notte di Baghdad durante la Prima Guerra del Golfo? E con chi eri quando l’Italia ha vinto i Mondiali?
Ricordo tutto perfettamente: luoghi, facce, persone che ho abbracciato, imprecazioni ed esultanze. Ricordo anche che ho fatto il bagno nella fontana, che alle quattro del mattino ero sulla strada di casa e alle sei e mezza di nuovo sul lavoro, a rastrellare la spiaggia. Comunque, nessuno arrivò molto presto al mare il giorno dopo.
Chiaramente, tutto dipende dall’evento. Io so benissimo dov’ero quella notte. Probabilmente, se chiedeste a un cinese cosa ha fatto la notte del 9 luglio 2006, risponderebbe: boh. Ammesso che in Cina si dica “boh”. E chissà quante cose sono successe quella notte, come conseguenza di un evento che a sua volta discende da una quantità infinita di piccoli accadimenti che hanno portato fino a lì. Qualcuno che si è innamorato in piazza, qualcuno che s’è rotto un piede scivolando sul bordo di una fontana, qualcuno a cui hanno ritirato la patente e qualcuno che non se lo ricorda più perché quella notte ha festeggiato troppo. Il calcio non è che un caleidoscopio di queste catene incredibili, di queste successioni improbabili, di questi eventi che partono da lontanissimo e finiscono per avere conseguenze spropositate e coinvolgere qualche milione di persone; in modo persino spietato: se Materazzi ride, Zidane piange. Se Nesta si fa male. Se Totti non esce. Se Grosso svirgola. Se Del Piero scivola.
Se Fabrice Alcebiades Maieco detto Akwà non avesse fatto gol. Dov’eri tu il pomeriggio del 8 ottobre 2005?
Akwà quel pomeriggio è a Kigali, capitale del Ruanda, allo stadio Amahoro. Ci sono 25.000 spettatori, anche se il Ruanda è in coda al gruppo 4 con 5 punti. A qualche chilometro da lì, la Nigeria sta facendo il suo dovere, asfaltando lo Zimbabwe, che peraltro gioca senza assilli, visto che è già matematicamente terzo e qualificato alla Coppa d’Africa. Anche la Nigeria è già qualificata alla rassegna continentale, ma le Super Aquile vogliono i Mondiali. E solo la prima vi si qualifica. Comunque: una doppietta di Obafemi Martins e un gol di Yussuf hanno già archiviato la pratica. Al 75′ siamo 3 a 1. L’Angola invece arranca, fatica a sbloccare la partita. Si vede che è una squadra non abituata a certe gare. È incredibile già il fatto che sia lì a giocarsi la qualificazione. Tutto è cominciato un anno prima, quando il 20 giugno 2004 all’Estadio de Cidadela di Luanda Akwà all’ottantaquattresimo stende la Nigeria e firma l’impresa. In virtù di quel gol, in caso di arrivo a pari punti, l’Angola sarebbe in vantaggio grazie agli scontri diretti, visto che al ritorno, nella polverosa Kano città di disordini religiosi e di tintori di cotone color indaco – i drappi dei Touareg – la partita è finita 1 a 1, con Figuerido che ha risposto al gol in avvio di Jay Jay Okocha (che nel 2002 aveva lasciato il PSG, in concomitanza con l’arrivo del buon Pauleta…). Però l’Angola deve vincere contro il Ruanda. Al minuto 79′ Akwà si presenta puntuale all’appuntamento con la storia. L’Angola vince 1 a 0 e va ai Mondiali di Germania.
Forse a nessuno interessa leggere questa storia. L’Italia ha vinto i Mondiali e tu racconti dell’Angola? Ma l’Angola giocò contro il Portogallo all’esordio. E segnò Pauleta, su assist di Figo, che fa un gran numero aggirando l’avversario e servendo il pallone al compagno sull’uscita del portiere. Finì 1 a 0, nonostante altre occasioni. Pauleta era il centravanti titolarissimo: ma se non avesse segnato al debutto e il Portogallo avesse pareggiato? Pauleta in quel Mondiale le gioca tutte (a parte la non decisiva Portogallo-Messico). E se invece avesse perso il posto? Se l’Angola non avesse pagato l’emozione del debutto mondiale e non avesse subito quel gol troppo comodo a inizio partita? Il Portogallo gioca (bene) la semifinale contro la Francia; Pauleta è in campo (male) fino al ’68. Se al suo posta avesse giocato Postiga o Nuno Gomes? Peraltro, a proposito di coincidenze, se Ricardo Carvalho non fosse scivolato, forse non avrebbe commesso il fallo da rigore. Forse la finale sarebbe stata Portogallo-Italia. Tutto allora parte dall’Angola. Dov’ero io l’11 novembre 1975?
Il Portogallo si insedia in territorio angolano già nel 1400 (e sì: allora partiamo decisamente da molto lontano). Popolo di navigatori e commercianti, non è che colonizzarono proprio i territori in cui sbarcarono: facevano scalo, organizzavano basi commerciali, traffici, rotte. L’Angola sulla costa Ovest, il Mozambico su quella Est e un sacco di merci e uomini da spostare da una parte all’altra. Un po’ come il pallone sul campo da gioco: perché i Portoghesi sono così; non è che gli interessi poi tanto dominare: tengono il pallone, lo spostano qua e là, danzano come caravelle fra le onde verdi dell’erba. Rui Costa come Enrico il Navigatore. Paulo Sousa come Bartolomeu Diaz. Figo come Vasco De Gama. Beh, comunque qualche gol ogni tanto lo fanno anche loro e allora, agli inizi del Novecento sono ancora lì e l’Angola è a tutti gli effetti una colonia portoghese. E i Portoghesi dalle colonie hanno sempre saputo trarre ottimi proventi; per esempio: il signor Eusebio da Silva Ferreira nacque in Mozambico, da madre mozambicana e padre angolana. Poi arrivano gli anni ’50 e i movimenti indipendentisti. Salazar di decolonizzazione non ne vuol proprio sentir parlare: per il bene dei paesi africani – dice lui – che altrimenti cadrebbero in mano a USA e URSS che si stanno sfidando nella Guerra Fredda. Ma in Angola fa caldo e la guerra scoppia sul serio e Salazar, bisogna ammetterlo, non si sbagliava di molto: il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) sostenuta dall’Unione Sovietica, contro l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) sostenuta dagli Stati Uniti, contro l’esercito portoghese che l’Angola la vuole ancora per sé. Non sia mai che da qualche parte si nasconda il papà di un altro Eusebio. Ma alla fine si ritira, dopo la Rivoluzione dei Garofani che nel ’74 manda a casa Salazar. L’11 novembre 1975 il MPLA dichiara l’indipendenza. Seguiranno anni ancora di guerra civile, sanguinosa e confusa; solo negli anni 2000 l’Angola troverà un po’ di pace e si riconcilierà del tutto con la vecchia madrepatria. E poi arriva il calcio, che fa accadere queste coincidenze incredibili: ti qualifichi ai Campionati del Mondo per la prima volta e che ti capita? Che il 9 dicembre 2005 l’urna ti regala al debutto la sfida con il Portogallo.
Joao Ricardo; Locó, Jamba, Kali, Delgado; Andre, Figuerido, Ze Kalanga, Mateus, Mendonça; Akwà. A parte un paio di nomi, sembra una formazione del Portogallo. Allenata dall’angolano Luis de Oliveira Gonçalves. Qualcuno è bianco, nato in Angola e poi tornato in Portogallo, patria dei genitori, dopo l’indipendenza. Entrerà anche Mantorras – contrazione di Pedro Manuel Torres – al posto di uno spento e impreciso Akwà. Mantorras è il giocatore più conosciuto, gioca nel Benfica ed è famoso anche in Portogallo. Si è infortunato gravemente nel 2002, ma dopo quattro operazioni e due anni di riabilitazione è rientrato e si è ripreso ha dato una mano alla squadra a vincere il campionato nel 2005. Non è in grande forma, ma è una risorsa importante. Qualcun altro gioca in Portogallo, ma in club minori, come Kali (al secolo Carlos Manuel Gonçalves Alonso) che gioca nel Barreirese o Figuerido nel Varzim. Anche Akwà è passato in Portogallo, ma nel 2006 è a fare il centravanti in Qatar, nel Al-Wakrah. Qualcuno gioca pure nel Benfica; sì, ma quello di Luanda. Anche se la squadra più importante della capitale è l’Atletico Petroleo, che vanta ben 15 vittorie nella Girabola – che è il nome bellissimo del campionato angolano.
Al 35′ c’è un calcio d’angolo per il Portogallo; batte Figo, stacca Cristiano Ronaldo: traversa. Un altro paio di buone occasioni capitano a Pauleta, ma il centravanti le spreca. Si va all’intervallo sull’1-0, risultato striminzito e facce un po’ nervose tra i portoghesi. Nella ripresa il copione è lo stesso: possesso palla portoghese, piuttosto sterile, e risultato fermo. Minuto 58: Pauleta raccoglie un pallone vagante sulla trequarti e punta l’area; nessuno lo affronta e arriva al limite; intanto Tiago si sovrappone a destra, Simao a sinistra. Quest’ultimo è liberissimo, ma Pauleta che fa? Prende la mira e spara un piattone che è poco più di un passaggio a Joao Ricardo. Simao non la prende benissimo. Mantorras entra al ’60, ma non ha possibilità per incidere. L’occasione buona capita a Locó , al 69′; c’è uno svarione di Fernando Meira che respinge male di testa su un lancio lungo; Nuno Valente, che ha chiuso la diagonale sul taglio di Mateus lasciando scoperta la fascia, scivola e la palla arriva a numero 20 angolano. Manuel Antonio Cange è nato a Luanda il giorno di Natale del 1984. Nel 2006 ha ventidue anni, gioca nel Primero de Agosto, un’altra squadra ancora della capitale. Dal Benfica e dall’Atletico Petroleo è già passato. Lo chiamano Locó, che in portoghese significa pazzo. A dire la verità, non fa niente per smentire il soprannome. Ricordate i capelli di Ronaldo in Giappone? Ecco, lui sfodera la versione 2.0. Non solo un triangolo di capelli sulla cima di una testa rasata, ma capelli riuniti in piccole treccine che gli ciondolano allegre sulla fronte. Probabilmente il suo parrucchiere è lo stesso di Taribo West, un altro che in quanto a locura non ha niente da invidiare a nessuno. Con Delgado, Jamba e Kali forma il quartetto difensivo titolare (che uscirà dal torneo, fra l’altro, con solo due gol al passivo). Chissà cosa pensa Manuel Antonio quando vede quel pallone che rimbalza al limite dell’area? Dov’era lui, Locó, nel dicembre del 1988? Probabilmente in qualche cortile a giocare con un pallone improvvisato, mentre intorno continuavano i fuochi della guerra civile. Il Sudafrica (che sosteneva l’UNITA insieme agli USA e che aveva dato il via alla guerra invadendo l’Angola da sud già nel 1975) era stato da poco sconfitto a Cuito Carnavale – nome assurdo per un luogo di battaglia – dall’esercito del MPLA – rimpolpato da soldati cubani e appoggiato dall’URSS – e la guerra sembrava volgere al termine. A New York vennero firmati gli accordi di pace. Stando attento a non finire su una delle milioni di mine antiuomo sparse sul territorio angolano, a migliaia di chilometri di distanza, si era deciso che Locó avrebbe potuto continuare a giocare a palla. In realtà le cose non migliorarono molto: nel 1991 i soldati stranieri se n’erano andati, ma l’UNITA non aveva ancora voglia di deporre le armi e dopo le elezioni del ’92 ripresero i combattimenti. Si andrà avanti ancora 10 anni, mentre il MPLA farà amicizia coi vecchi nemici – USA e Portogallo su tutti – e mettendo in fuorigioco quelli dell’UNITA. Nel frattempo Locó ha continuato a giocare, scampando ai proiettili e l’anno dopo verrà tesserato dal Benfica. Ora gioca con un pallone vero e impara il ruolo del terzino. Gli piace anche attaccare però, corre sulla fascia, spinge, si inserisce. Al minuto ’69, la sera dell’11 Giugno 2006, a Colonia, Manuel Antonio Cange ha la palla buona per dare un calcio alla storia. Non gli esce bene e la palla finisce abbondantemente fuori. Non era facile, comunque; la palla è alta, lui prova a colpirla di collo esterno per darle una traiettoria pericolosa, ma la colpisce quasi di stinco e la svirgola. Finisce 1 a 0, con l’Angola domata, ma a testa altissima. Il Portogallo si mette in tasca i tre punti, ma la sensazione è che la decolonizzazione sia ormai completa e il Portogallo dovrà in futuro accontentarsi di Pauleta, che non è Eusebio. E non è nemmeno Mantorras, che lì davanti ci starebbe bene.
Ad Hannover, la sera del 16 giugno, l’Angola non tradisce l’emozione. Anzi: nel primo tempo in pratica non succede nulla. Il risultato non si sblocca e il Messico non riesce nemmeno a rendersi pericoloso, tranne che con una punizione da lunghissima distanza di Rafa Marquez che scheggia il palo. Dal 60′ in poi però le occasioni cominciano a fioccare. Quando non ci arriva Joao Ricardo, ci pensano il palo – ancora – e Kali, che al 69′ salva sulla linea. Finisce 0 a 0 e l’Angola fa il suo primo punto in una fase finale dei Mondiali e resta in corsa. Joao Ricardo è il migliore in campo, nonostante qualche uscita un po’ avventata. Ma gliela si può perdonare, visto che da un anno non gioca. Sì, perché è rimasto senza squadra; però era il portiere più forte e allora gli hanno detto: allenati per i fatti tuoi, ma bene; e vieni a fare i Mondiali. Lui è nato in Angola, ma ci è rimasto solo fino ai 4 anni. Nel 1974, quando ormai l’indipendenza della colonia pare inevitabile, i suoi genitori tornano a casa. Joao crescerà in Portogallo, entrerà nelle giovanili dell’Uniao Leira e giocherà in squadre minori. Passati i Mondiali, trentatré anni dopo aver lasciato Luanda, tornerà a giocare a casa, per una stagione, nell’Atletico Petroleo.
Sulla linea di porta, come Kali qualche giorno prima, stavolta c’è Mendonça, uno di quelli che giocava in Portogallo, nel Varzim, che al 27′ respinge il colpo di testa di Hashemian, attaccante iraniano dell’Hannover 96, che un paio di stagioni prima era passato persino dal Bayer Monaco. È il pomeriggio del 21 giugno, terzo turno del gruppo D. Dall’altra parte il Portogallo già qualificato sta vincendo 2 a 1 con il Messico. L’ex madrepatria sta facendo un favore all’ex colonia. In caso di vittoria l’Angola infatti raggiungerebbe il Messico e se la giocherebbero sulla differenza reti. Ma l’Iran – già eliminato – sta giocando molto meglio. Ali Daei, capitano e leggenda della nazionale, si è mangiato un gol già fatto, colpendo malissimo di testa a due metri dalla porta. E non è stata l’unica occasione. Ma siamo ancora 0 a 0. E al 60′ in mezzo all’area c’è Flavio Amado da Silva, che fa l’attaccante nel Al-Ahly, campionato egiziano. Non è Daei, che ha un passato nella Bundesliga con il Bayer e l’Herta Berlino, ma non manca l’appuntamento col destino. Lui di testa la colpisce benissimo e fa gol. Flavio, il 21 giugno 2006, si trova al posto giusto nel momento giusto. E l’Angola sogna.
La favola finisce al minuto 75: Sohrab Bakhtiarizadeh salta tutto solo in mezza all’area su un calcio d’angolo e fa 1 a 1. Dov’ero io in quel momento proprio non lo so. Ma questa storia che parte da lontano e attraversa i secoli ci insegna che ci sono momenti incredibili che vale la pena raccontare, perché, benché non siano stati storici per te, raccontano la vita di milioni di persone, anche attraverso il calcio e i suoi intrecci meravigliosi.
Il giorno dopo Iran-Angola, nell’ultima giornata del gruppo E, l’Italia gioca contro la Repubblica Ceca; io ero al lavoro, in teoria seduto sul trespolo a sorvegliare il mare; che però era piatto e senza nessuno a bagno, quindi potevo ascoltare la partita alla radio e – eventualmente – correre al bar a godermi qualche replay. Vinse l’Italia 2-0, con un grande Buffon che salvò più volte su Nedved e difese il gol di Materazzi. Che si fece trovare al momento giusto nel posto giusto, entrato al posto dell’infortunato Nesta.
E se? Anche Pauleta segnò dopo pochi minuti contro l’Angola. E poi non segnò più. Materazzi, beh: dov’eravate voi la sera del 9 Luglio 2006?

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