La peggior Spagna di sempre – Francia ’98, Spagna-Nigeria 2-3

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Durante l’estate del 1998 portavo in giro i miei 16 anni caracollando tra gli amici del liceo e quelli della spiaggia. Guardai, per esempio, Italia-Cile a casa di un compagno di scuola e Italia-Francia in un caldo pomeriggio nel dehor di uno stabilimento balneare (dove mi infilavo regolarmente a scrocco, senza che nessuno mi sgridasse: erano altri tempi, non c’era la crisi e ce n’era per tutti; uno come me che non aveva la cabina e girava per il lungomare con l’asciugamano in spalla andando a trovare gli amici qua e là veniva trattato come un viandante medievale a cui dare ospitalità). Comunque: avevo sedici anni, un’età indefinita in cui ancora non sai chi sei né dove vuoi andare; di per sé non va poi così male, ma molte volte ti infili in qualche casino a cui non eri preparato bene pensando invece di esserlo o pecchi di presunzione; magari hai talento, ma non sai come usarlo. Ecco: la Spagna nel 1998 aveva sedici anni. Una dose di talento paragonabile a quella della corazzata degli ultimi anni, ma un’immaturità così grande che ne condizionava fatalmente i grandi appuntamenti. Qualcosa si poteva già intravedere, ma la strada era molto molto lunga ancora.
Nantes è una bella città portuale sulla costa atlantica della Francia, circondata dalla regione della Loira e dai suoi castelli. Anche quel 12 giugno era bello: un pomeriggio assolato allo Stadio della Beaujoire, colorato quasi interamente dal rosso dei tifosi spagnoli. Ma erano tanti, e rumorosi, anche quelli della macchia verde nigeriana.
Ai mondiali di USA ’94 la Spagna si era fermata ai quarti: sconfitta 2-1 dall’Italia con i gol di Dino e Roberto Baggio (sospiro) e il naso rotto di Luis Enrique. Agli europei del 1996 era andata fuori ai calci di rigore contro i padroni di casa dell’Inghilterra. Insomma: sembrava avere un debito con la sfortuna e molta fretta di riscuoterlo: superò le qualificazioni mondiali mettendosi alle spalle Jugoslavia e Repubblica Ceca, che proprio agli Eropei precedenti si era rivelata al mondo del calcio con tutto il suo talento.
Pure la Nigeria si presentava con il ruolo di squadra da sorvegliare: a USA ’94 fu fatta fuori anche lei dall’Italia, doppietta di RobiBaggio (sospiro) negli ottavi di finale; quello stesso anno aveva vinto la Coppa d’Africa e, anche se questioni politiche la privarono della partecipazione alle due successive edizioni della competizione continentale, nel 1996 arrivarono comunque all’apoteosi sportiva con quello che resta tutt’ora il massimo successo di una squadra africana: la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta. Le Super Aquile erano una squadra piena di talento e energia, sregolatezza e colore, agli ordini del genio calcistico del giramondo Bora Milutinovic.

Pronti, via: calcio d’inizio, retropassaggio a Hierro, lancio lungo che spiove al limite dell’area, capitan Uche cicca il rinvio di testa, Raul aggira Oparaku e i suoi terribili capelli arancioni e costringe Rufai al primo non facile intervento, dopo soli 8”. Quinto minuto, altra palla profonda, Raul scherza uno smarrito Oparaku e porta a spasso mezza difesa, Luis Enrique chiuso al limite dell’area, la palla arriva a Hierro, cross, Raul di testa colpisce l’incrocio dei pali. È un’ottima Spagna, mentre le maglie verdi della Nigeria si confondono con l’erba e caracollano sul campo, tra un dribbling elegante, uno svarione e un entrata scomposta. La punizione di Hierro (fallo del solito Oparaku che si arrampica sulla schiena di Alfonso al limite dell’area su un innocuo lancio lungo) che inganna sul suo palo un Rufai che sembra passare di lì per caso è la naturale conseguenza di un inizio partita da vere furie rosse; anche se la maglia è bianca e le divise sono ancora quelle di una volta, coi pantaloncini corti e larghi e le maglie che svolazzano la loro comoda e abbondante tela sotto le ascelle. Niente pettorali gonfi in vista e le capigliature bizzarre passano ancora per folklore africano. Un’epoca fa.
Al 21′ siamo 1 a 0, ma alla Nigeria finora è andata bene.
La Spagna è una grande squadra. Hierro giganteggia, all’apice della sua carriera, come un Maldini spagnolo, bandiera inamovibile. Sulle fasce il pendolini Sergi e l’arcigno Ferrer, che ha da poco salutato il Barcellona di Van Gaal – che all’epoca collezionava campioni e trofei senza arrivare alla consacrazione definitiva, come un Real di questi anni – per accasarsi al Chelsea, da poco affacciatosi sull’elite del calcio inglese. In porta c’era l’eterno Zubizarreta, sempre in forma nonostante la calvizie ormai avanzata. Guerrero, quel giorno in panchina, il nuovo che avanzava; Raul il campionissimo, Kiko il talentuoso tributo alla par condicio Atletico/Real e Guardiola…beh, Pep era infortunato e guardò la partita dal divano di casa. Col senno di poi, non fu assenza da poco, ma sul momento sembrava si potesse tranquillamente sopperire alla sua mancanza, per dire della qualità rosa a disposizione di Clemente.
Però anche la Nigeria non era da meno. Le ultime amichevoli premondiali un po’ spente, la pressione di un intero continente. Ma tanto talento e tanti giocatori di esperienza internazionale.
C’era Taribo West, che aveva appena alzato la coppa UEFA proprio in terra francese, appena un mese prima e sotto le treccine stravaganti aveva la testa di un duro, uno che non molla mai e che quando il piede ce lo mette non lo leva. C’erano Babayaro, terzino del Chelsea, neocompagno proprio di Ferrer con cui incrociò gli scarpini più volte nell’arco di quel pomeriggio, e Finidi George, campione d’Europa con l’Ajax e ora al Betis – guarda un po’, proprio in Spagna – e Babangida furetto che giocava ala destra e nell’Ajax aveva preso il posto proprio di George. E poi Yekini, una montagna d’attaccante esplosivo, che in Spagna era passato come una meteora, allo Sporting Gijon, che in Europa non sfondò mai ma che quando metteva la maglia della nazionale si trasformava in un sosia di Weah. C’era Ikpeba, che in Francia era di casa, e divideva l’attacco del Monaco con un certo Thierry Henry e con un signore di nome David Trezeguet e insieme avevano sfiorato la finale di Champions League, eliminati in semifinale dalla Juventus (poi sconfitta, guarda un po’, dal Real di Hierro, Raul e Morientes, che quel 12 giugno era in panchina). E poi c’era Jay Jay Okocha, un genio assoluto del calcio, uno dei più grandi dribblatori del mondo e uno dei talenti africani più cristallini di sempre. Peccato per l’incostanza, ma fa parte dell’innata natura dei numeri 10, no? Jay Jay gioca quasi in casa: ha appena firmato per il PSG, chiamato a raccogliere l’eredità di Rai e Leonardo. Eredità pesante, ma Jay Jay sembra pronto. È che lui è un mattacchione: telegenico, idolo dei tifosi, ai tempi dell’Eintrach Francoforte incide anche un disco e sostiene il candidato dell’SPD. Poi va al Fenerbache e vince la superlega turca, spezzando l’egemonia del Galatasaray. Quando annunciano la sua cessione, i tifosi prendono d’assalto la sede del club. Ma 24 milioni di dollari non sono una cifra a cui dire di no. Ad Atlanta ’96 è stata la stella della generazione di fenomeni, trapiantata interamente nella rosa della prima squadra nazionale, e qui in Francia – nonostante la pessima scelta del look: capelli arancioni come il compagno Oparaku, ma davvero non si corre il rischio di confonderli – cerca la consacrazione definitiva. Andrà così così e a Parigi si fermerà fino al 2002, dedicandosi, l’ultimo anno, a fare da chioccia a un giovane Ronaldinho.
È una squadra da non prendere sottogamba questa Nigeria, anche se al 21′ è già sotto 1 a 0 e sembra essere completamente fuori dalla partita. Infatti qualche minuto dopo Adepoju si libera sul centro sinistra e cambia gioco per Oparaku, che ha tutto il tempo di mettere giù il pallone e fare la prima cosa giusta della sua partita: si infila tra due avversari che stanno a guardare, serve Ikpeba dentro l’area, cross, respinge Ivan Campo in calcio d’angolo. Sinistro a rientrare di Lawal sul primo palo, dormita della difesa iberica, Adepoju di testa e 1 a 1, nonostante il tentativo di respinta sulla linea di Ferrer. La Nigeria è vivissima. Milutinovic gongola nel suo impermeabile giallo e sorride sotto i suoi occhialoni.
Per la cronaca, Adepoju – coincidenze che solo il calcio regala – a 19 anni lascia la Nigeria per entrare a far parte del Real Madrid B, allenato all’epoca dal signor Vincente Del Bosque. Non arriverà mai alla prima squadra e proseguirà la sua onesta carriera nel Racing de Santander e quindi nella Real Sociedad, fino alla stagione 1999-2000 allenato, indovinate un po’? Da Javier Clemente, che al termine dei mondiali di Francia ’98 lascerà la nazionale. Subentrò all’austriaco Krauss, con cui il generoso Adepoju trovava parecchio spazio, alla sesta di campionato, condusse la squadra a una salvezza tranquilla e fu confermato, salvo saltare alla sesta giornata del campionato successivo. Nel frattempo, il buon Adepoju era finito parecchie volte in panchina e nell’estate del 2000 decise che era l’ora di monetizzare una buona vecchiaia andando a svernare nell’Al Itthiad.
Insomma, tutto si può dire, ma non che gli spagnoli non conoscessero i loro avversari.
Si va al riposo sull’1 a 1, ma la sensazione è che la Nigeria abbia preso coraggio e il centrocampo a 3 della Spagna soffra quello più dinamico degli africani.
Come non detto: minuto uno della ripresa, lancio perfetto dalla trequarti di Luis Enrique, Oparaku non sa nemmeno dove girarsi e viene scavalcato, collo interno sinistro al volo da un metro fuori dall’area piccola di Raul e 2 a 1. L’asse Barca-Real funziona. Stavolta Rufai può solo abbozzare la parata, gran gol. Se hanno imparato la lezione, chiudono la partita, mantengono il possesso di palla e tanti saluti alle Super Aquile.
Intanto Oparaku saluta. Simpatico, Oparaku, non molto propenso alla fase difensiva, il che non è un bene per uno che gioca terzino. Ma il calcio di Milutinovic è un calcio allegro e se il miglior difensore della Nigeria è Taribo West, significa che la scuola africana nel reparto difensivo era ancora un po’ indietro. Dopo i mondiali il buon Mobi Patrick vivacchierà ancora un anno in Belgio e poi porterà orgogliosamente a spasso il suo oro olimpico d’Atlanta per gli USA e addirittura per la Giamaica, prima di far ritorno in patria. Al suo posto in campo c’è ora Yekini, un armadio che Milutinovic getta nella mischia per fare a sportellate con i centrali spagnoli.
Minuto 72. Rimessa laterale per la Spagna. Kiko prova un improbabile numero in area di rigore e perde palla. Oliseh (sì, lui: Reggiana, Ajax, figurina nella Juventus, Borussia Dortmund) dribbla al limite e spara lungo. Alkorta e Nadal saltano insieme, Nadal cade e rimane a terra, la palla arriva a Okocha, sulla trequarti nigeriana, numero su Amor lancio di sinistro preciso sui piedi di Lawal. La Spagna è incredibilmente scoperta: con Nadal a terra, restano solo Ivan Campo e Alkorta. Sergi rincorre che sembra abbia il motorino, ma è in ritardo e il centrocampo iberico è un campo deserto. Lawal per Yekini, che abbatte il vecchio sergente Alkorta, allarga di nuovo per Lawal, che punta Campo che sta rinculando dentro l’area, lo lasci sul posto ma si allunga il pallone, tiro-cross quasi dal fondo e Zubizarreta fa la papera: posizione troppo avanzata, palla che sta sfilando tra lui e il primo palo, tocco con la mano destra, in caduta, e gol: 2 a 2. E adesso?
Adesso c’è solo una squadra in campo, il genio di Jay Jay trova praterie dove ricamare e Ikpeba lavora ai fianchi la difesa spagnola. Passano tre minuti: rimessa laterale lunga, a spiovere dentro l’area spagnola, Hierro respinge di testa centralmente, missile di controbalzo, di collo esterno destro, da almeno 25 metri, di Oliseh e palla a fin di palo, alle spalle di uno stavolta incolpevole Zubizarreta.
Sin dal suo insediamento come CT della nazionale, Javier Clemente aveva abbinato risultati e polemiche. La principale era quella che riguardava l’eterno duopolio Real-Barcellona. Prima del suo avvento, l’ossatura principale della squadra era quella del Real Madrid. Clemente sostituì il blocco blancos con quello blaugrana. Niente da dire, la sua era una scelta per certi versi obbligata: il Real neo-campione d’Europa era già una squadra infarcita di campioni stranieri: Redondo, Mijiatovic, Suker, Roberto Carlos, Karambeau, Seedorf, Savio e Illgner. Mentre il nucleo del Barcellona di Van Gaal (vice Josè Mourinho e assistente Andrè Villas-Boas), che aveva appena firmato il doblete Liga-Coppa del Re, nonostante i vari Figo, Sonny Anderson e Rivaldo, era spagnolo: Ferrer-Nadal-Abelardo-Amor-Celades-Pizzi-Luis Enrique. Lo stesso Zubizarreta, anche se dal ’94 giocava a Valencia, poteva considerarsi parte del blocco catalano. Mancava giusto Pep. Però quello degli anni ’90 era un Barcellona presuntuoso. Non ancora forgiato da Guardiola, non ancora convinto della forza del gruppo, non ancora fondato sull’unità degli intenti. Era una squadra talentuosissima, ma anarchica, capace di grandi partite e di clamorose debaclé, la più eclatante delle quali fu, ovviamente, lo 0-4 di Atene contro il Milan in finale di Champions League. Non era una squadra adatta alla lotta. E non era una squadra fisicamente reattiva.
Al minuto 77 siamo sul 3 a 2 per la Nigeria e la partita, in pratica, finisce lì. La macchia verde dello stadio di Nantes non ha smesso di far festa da quando Oliseh ha gonfiato la rete e al fischio finale alza ancora di più i decibel. Milutinovic rientra tranquillo negli spogliatoi: per lui questo è solo un altro miracolo calcistico. Per chi di calcio se ne intende, non è un risultato così clamoroso, per quanto inaspettato. In Spagna è una mezza tragedia e cominciano i processi. Di fatto, Clemente è già stato sollevato. Il pari a reti bianche con il Paraguay suona già come una condanna e la goleada contro la Bulgaria nell’ultima partita del girone risulta inutile. La peggior prestazione mondiale della Spagna. Tra alterne s-fortune (Raul che sbaglia un rigore all’ultimo minuto contro la Francia ai quarti di Euro2000 e, sempre ai quarti, l’infausto incrocio con la Corea del Sud ai mondiali ’98) e disfatte simili a quelle del ’98, dovrà aspettare esattamente dieci anni per rifarsi.
Alla Nigeria, in fondo, andò poco meglio: cappotto agli ottavi, 1 a 4 contro la Danimarca e il lento declino della generazione di fenomeni dell’oro di Atlanta. Quella successiva, per quanto pubblicizzata, non sarà mai all’altezza dei predecessori: d’altra parte un genio come Okocha non nasce tutti gli anni, né è questione di tutti i giorni vedere un Kanu ciondolare qua e là accarezzando un pallone o ammirare un Ikpeba che quando parte sembra Valentino Rossi degli anni d’oro. E no, non si è nemmeno più visto da quelle parti un terzinaccio come Babayaro. E di Oparaku, be’, come lui nessuno mai.
E Lawal? Ha 40 anni e gioca ancora, in patria: fa l’allenatore giocatore nel Lobi Stars. A Roda se lo ricordano ancora. Largo sulla sinistra, protagonista nelle due vittorie di coppa d’Olanda. Poi un lungo periodo da giramondo: Bulgaria, Grecia, Cina, prima del ritorno a casa. Al collo la sua medaglia d’oro e nella testa il ricordo di quel 12 giugno in cui segno a un certo Andoni Zubizarreta.

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