Non c’è fango che tenga – Cronaca di una giornata speciale

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Quando ho preso il treno, martedì mattina alle 7:11 da Celle, non sapevo bene cosa aspettarmi. Gli stivali e dei vestiti di ricambio nello zaino, la pala in mano, sono salito sull’ultimo vagone e mi sono accomodato in fondo, sull’ultimo sedile. Sentivo come una voglia di mimetizzarmi, quasi per il timore di mostrarmi così spavaldamente: ehi, guardatemi, sto andando a Genova a spalare fango.
Semi addormentato e auto esiliatomi in quella posizione a fondo binario, non ho fatto caso alla gente che via via, marciapiede dopo marciapiede, saliva alle stazioni successive. Così, sceso a Genova Brignole, quasi mi sono stupito di vedere tutti quei ragazzi in tenuta da lavoro. Poi il piazzale, una colorata riunione di giovani in attesa di qualche amico o compagno di scuola, che sembrava di essere a un concerto. Lentamente la fauna colorata scendeva lungo il Bisagno, un torrente marrone alto meno di mezzo metro, che a guardarlo sembra impossibile quello che ha combinato solo pochi giorni prima. Mi sono guardato un po’ in giro. Ancora un po’ di fango ai bordi delle strade, lungo gli argini molta spazzatura e detriti, serrande dei negozi abbassate. Tanto traffico rumoroso e ai lati, questo sciamare silenzioso di ragazzi e ragazze assonnati. Se non fosse stato per le pale e l’abbigliamento poco trendy, sarebbe sembrato un normale sciamare di scolari verso il liceo.

Questo post è la cronaca fedele della mia giornata.

Sulla scalinata del Municipio di San Fruttuoso c’è già un po’ di coda.
Documento e numero di telefono.
Vuoi una bottiglietta d’acqua?
Lì ci sono i guanti, le pale per il momento le abbiamo esaurite.
Arrivano le scope.
Prendete un pezzo di focaccia, mi raccomando!
Se sei minorenne serve la manleva.
Registratevi e seguite le istruzioni del signore con la barba sulle scale.
Venti con le pale, qui!

Così mi ritrovo poco più in là, in un piazzale ancora da ripulire. Con me altri ragazzi e ragazze, qualcuno del liceo, qualcuno dell’università e un paio di trentenni solitari come me. Qualche passante ci incoraggia, mentre cominciamo a ammucchiare il fango in grosse collinette ai bordi della strada. È così pesante e appiccicoso che grattando viene via anche l’asfalto. Il cielo grigio ci schiaccia sotto la sua umidità e ci fa sudare. Tre ragazzi sollevano la grata di un tombino. Un altro, a mani nude, infila la mano nello scarico per liberarlo e, finalmente, far defluire la pozza che ancora ricopriva un angolo del piazzale. Faccio la conoscenza di Antonio, che ha trentaquattro anni, un po’ di pancia e due grandi braccia. Fa lo stagionale come me ed è al suo secondo giorno di volontariato. Alessia e Sara sono invece due sorelle, fanno il liceo. Una maggiorenne e una no, così la prima ha pure firmato la manleva per l’altra. Loro già domenica erano in strada ad aiutare – mi raccontano – nel negozio della mamma di una loro compagna di classe; e poi tutti quelli che avevano bisogno. Chiara ha tre anni in più di Pietro, studia medicina; suo fratello fa quarta scientifico. Però a vederli sembra più vecchio lui, anche se Chiara spala senza sosta e gratta l’asfalto come se volesse cancellare sin da adesso ogni traccia di questo casino.

In via De Poli aspettiamo il furgone su cui caricare i cumuli di fango. Nell’attesa prendiamo un caffè, la signora al bar ci fa lo sconto. Poco più in là delle ragazze stanno lavando mobili e sedie, di quelle antiche, imbottite, che non torneranno probabilmente mai come erano prima. È la bottega di un restauratore: due stanze sono ancora ricoperte di fango, l’altra è stata appena pulita dalle ragazze, mentre lui cerca di salvare qualche oggetto e controlla se almeno qualcuno dei registri contabili si è salvato.
Dovrò pure chiamare la finanza – mi spiega. Però non si lamenta: nel 2011 – prosegue – mi era andata peggio; vedi il livello di questa volta? L’altra era arrivato lassù. E mi indica il soffitto.
A dare una mano qui ci sono anche Elena e Daniele. Sono di Vicenza: abituati pure là, dicono loro, alle alluvioni. Pure loro, mi raccontano, erano qua nel 2011. Persino tra i volontari, c’è chi ha un curriculum in fatto di alluvioni, pazzesco.

Io nel 2011 ero in viaggio, lontano. Non so se vi è mai capitato, ma quando a casa tua succede qualcosa e c’è l’Oceano a separarti da lì, il dolore invece di diluirsi, si fa più ficcante. Non puoi fare niente e anche se fossi stato lì non avresti certo potuto evitare il disastro, ma ti fa male essere lontano e ti senti in colpa. Anche stavolta ero in giro, seppure non così lontano. E anche per questo, appena tornato, non ho avuto molto da pensarci su.

Intanto il furgone arriva, guidato dallo stesso operaio del Comune che ci ha condotti qui dal Municipio. Un paio di volte mi ha già detto: allora i ragazzi li affido a te. A me? Il fatto è che loro, poverini, girano come trottole e non è facile organizzare tutta questa gente – tanta, tantissima – attrezzarli, smistarli, sfamarli e dissetarli e loro fanno tutto il possibile, coi telefoni che continuano a squillare e cercando di spostare i mezzi dove servono nel traffico intasato e assurdo di questa città. I soccorsi ufficiali immagino si siano diretti verso le frazioni, dove ancora il giorno precedente ci sono state frane e interi abitati sono rimasti isolati. Qui, a guardarsi in giro, se non fosse per le dozzine di gruppi di ragazzi infangati che attraversano la strada – via verso un incarico e poi di nuovo al Municipio per farsene assegnare un altro – la città sembrerebbe quasi normale. Di altri gruppi organizzati, più o meno politici, nemmeno l’ombra. Eppure ce n’è da fare anche per chi non ha mai preso in mano una pala (e le tante signore di una certa età, armate di scope e stracci, lo dimostrano).

Torno anche io verso il Municipio. Sento: “magazzini Asl” e mi ci dirigo. Poco prima incrocio un ragazzo e gli chiedo bene dove trovarli. “Ne vengo da lì, ma con le pale abbiamo finito” e allora torniamo al Municipio in cerca di qualcos’altro da fare. Perchè ce n’è ancora, tanto. Davanti alla scalinata ci sono anche telecamere e microfoni; qualcuno si offre o ci spera, perché ha qualcosa da dire o perché sì, gli piacerebbe farsi intervistare. Tanti invece si schermiscono e si allontanano. Poco più in là un gruppetto infangato fino ai capelli si fa una foto ricordo. Ed è giusto, come non c’è in fondo niente di male se qualcuno – ne ho visti proprio pochi, a dire la verità – se ne scatta una mentre lavora e la posta sui social network. Se anche lo stesse facendo per farsi vedere, per dire “c’ero anche io”, per sentirsi un poco eroe per un giorno, be’, fa bene: lo è. Meglio un selfie con la pala che uno davanti allo specchio.

Se per strada ammucchiando fango e stappando tombini mi ero reso conto che c’era ancora molto da fare e in quella bottega ho capito il dramma di chi si è visto ricoprire il negozio dal fango, è solo quando arrivo al parcheggio interrato in corso Sardegna che capisco.
Il delirio, la devastazione.
Scene da post bombardamento.
Sulla rampa d’uscita c’è una catasta enorme – sarà alta tre metri e larga cinque – di detriti e oggetti distrutti. Vedo sedie, sci, specchi, valige, biciclette. Davanti al parcheggio è crollato un muro, l’onda di piena e grandi blocchi di cemento hanno travolto tutto. L’ingresso è sfondato e i ragazzi che sono lì a lavorare hanno piazzato due tavole per costruire una rampa e scavalcare la carcassa di un’automobile che si trova incastrata lì davanti, schiacciata da quintali di detriti. Entro dentro e mentre gli occhi si adattano alla penombra, vedo tante sagome che in un delirio maleodorante riempiono di questa melma mista a detriti, che supera le caviglie, grosse conche e le trasportano fuori. Pesano, parecchio. E lavorare qui dentro, alla luce debole di un neon dondolante, è tutt’altro che sicuro. Ma si danno da fare. Spalano, spazzano, raccolgono e caricano. Sono soprattutto ragazze, credo tante amiche e compagne di Giulia, una ragazza che incrocio poco dopo, mentre solleviamo la serranda di quello che era il suo garage. Il suo scooter è infilato sotto il fuoristrada di suo padre, semi sfondato dai detriti arrivati qui con l’onda che ha riempito tutto, fino al soffitto. Liberiamo l’ingresso e cominciamo a tirare fuori le cose. Lei le guarda un attimo, qualcosa mette da parte, il resto lo consegna alla discarica. Se è scossa, non lo da a vedere, e si da da fare insieme a tutti gli altri. Per migliorare la catena di lavoro, con un altro paio di ragazzi spostiamo una moto incastrata tra le macerie, che blocca una parte dell’ingresso. Una Kawasaki, piegata in due. Fine ingloriosa e triste. Nel frattempo altri spostano qualche blocco di cemento e riusciamo così a liberare la via e evitare di salire e scendere dalla rampa, che fra l’altro così, piena di fango e appoggiata su una montagna di detriti, era pure pericolosa. Poi ci addentriamo di nuovo: ci sono ancora tre box da aprire. Il primo è quasi inaccessibile. Una Cinquecento sollevata dai blocchi di cemento è incastrata davanti all’ingresso. Alla fine riusciamo a passare, puntelliamo la serranda con quello che troviamo e iniziamo a tirare fuori i detriti più grossi, i pezzi di scaffale, le tende, le biciclette piegate. Svuotiamo e poi spingiamo fuori il fango, come se fosse un passamano, cercando di passare il meno possibile sotto la serranda precaria. Visto che lì siamo a buon punto, mi infilo nel box successivo. Un ragazzo mi solleva un poco la serranda ed entro. Qui è ancora più buio e l’odore di fogna è fortissimo. Per terra ci sono tanti scatoloni rovesciati e gonfi: quando mi accorgo che sono libri mi sale una tristezza irrefrenabile. Ne sollevo alcuni, quelli che mi sembrano appena più puliti degli altri, e li appoggio sullo scaffale. Lì vedo anche bottiglie di birra, con tappi a corona non marchiati: probabilmente il proprietario aveva l’hobby di farsi la birra artigianale in casa; penso alle ore che avrà passato, magari con gli amici, pregustando il giorno in cui se le sarebbero scolate insieme a qualche braciola e a un chilo di salsiccia e mi sento ancora più triste. Poi ancora spalo e spazzo e sollevo e mi schizzo negli occhi quello schifo e mi concio pure io da far schifo, come tutti quelli qua dentro e tutti gli altri, in giro per la città ferita. Fino a che non viene ora di andare. Intanto sono arrivati i pompieri, li abbiamo fatti chiamare perché uno dei box è ancora sigillato, con la serranda pericolosamente gonfia e sul punto di esplodere e quello no, non era il caso di metterci a scardinarlo noi. Mentre mi avvicino all’uscita mi sembra di vedere la scena finale di Léon, quando lui, sopravvissuto alla guerriglia, ferito e barcollante, intravede la luce in fondo al parcheggio sotterraneo. Io non sono ferito, anche se un po’ barcollo per il mal di schiena, e per fortuna non mi ferma nessuno e torno fuori a respirare aria pulita. Mi allontano, mentre ragazzi caricano i detriti sul camion e un paio di signore distribuiscono acqua e crostini, e mi sento un po’ colpevole mentre scivolo via, sulla strada del ritorno.

Torno al Municipio. La signora che stamattina registrava i volontari mi chiede se ho mangiato.
No, una mela, ma non si preoccupi, vado adesso a prendere qualcosa.
Mi dispiace, abbiamo solo del formaggio, il pane è finito. Vado a comprarglielo!
No, davvero, stia tranquilla. Mi dica solo dov’è il bagno.
Entra dentro, sinistra e poi destra, nell’Ufficio Anagrafe.
Mi tolgo un po’ fango dalla faccia, mi lavo le mani. Mi cambio e infilo i vestiti fradici e puzzolenti in un paio di sacchetti. Esco e sulla scalinata vedo che arrivano ancora un po’ di ragazzini, tutti giovanissimi, che probabilmente stamattina sono tornati a scuola e adesso, alle quattro, sono qui, per dare il loro contributo.
Mentre percorro a ritroso il lungofiume, incrocia ancora tanti gruppi che si spostano verso altro da fare, tanti ancora sulle soglie dei negozi a lavare il lavabile, qualcuno che va verso la stazione come me, giustamente orgoglioso dei suoi muscoli intorpiditi dalla fatica e dei suoi vestiti sporchi. Io ho indosso un paio di jeans puliti e una maglietta rossa appena messa, il cappellino copre i capelli infangati: pulito, un po’ perché – come stamattina – non mi va di mostrarmi come per dire: ehi, c’ero pure io! E un po’ perché proprio non erano più indossabili e meno male che avevo un cambio. Ma qui sono tutti così e non avrei stonato e nessuno avrebbe pensato male, perché le polemiche ci sono solo tra quelli che non si danno da fare. Stonerei di più così, pulito, se non fosse per la pala: ricoperta di fango che solo a tenerla in mano sono già sporco di nuovo, segno inequivocabile della mia identità. Però forse è per i jeans puliti che mi nota un gruppetto di ragazzi, giovanissimi, che incrocio mentre vanno verso il Municipio a cominciare il loro servizio. Con aria un po’ preoccupata mi chiedono: ma c’è ancora da fare?
Garage in corso Sardegna – rispondo.
E mentre lo dico ripenso al trolley di Giulia, ricoperto di fango, con la figurina di Topolino che fa capolino da un angolo pulito: sorridente, mentre stringe un mazzo di fiori.

P.S. Questo post è una cronaca fedele. Racconto, senza grandi riflessioni o polemiche. Ed è il mio contributo – piccolo come quello che ho potuto dare con la mia pala, rispetto a quello di tanti altri che da giorni lavorano e ancora non si fermano – alla testimonianza collettiva che rende conto e merito di tutto quello che hanno fatto queste centina di ragazze e ragazzi in mezzo a quel casino. I nomi sono stati cambiati, un po’ perchè è giusto così e un po’ perchè non li ricordavo bene tutti!

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