Da Eurovespa a..?

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L’8 marzo sono tornato a casa, dopo 4 mesi itineranti a bordo di Peyton. Centinaia di notti passate in luoghi diversi. Il bagaglio slegato e legato mille volte. Quasi sedicimila chilometri di strade passate sotto ai miei piedi e alle ruote della mia Vespa. Centimetri di barba incolta. Incontri, messaggi, paure, trionfi. La sensazione, sulla strada del ritorno, dell’avvicinarsi della fine, che però non appariva così nitida mescolata com’era al piacere del ritorno a casa. Rivedo le immagini dell’arrivo a Celle senza quasi riuscire a ricordare la diretta: ero io, ma ero in un altra dimensione.

Da qualche parte ho letto che non c’è niente di più bello che realizzare il sogno di una vita, ma non c’è niente di più difficile che vivere il resto della propria vita sapendo di aver già realizzato il proprio sogno.

Il 10 marzo ho ripreso a lavorare. Un nuovo luogo di lavoro, dopo anni da bagnino e da barman, la prima volta da gestore, con un amico, di uno stabilimento balneare. Mesi che mi hanno completamente fagocitato tempo e energie, ricordi confusi di ritorni a casa, spente le luci del bar, senza mai guardare verso est, per non accorgersi del sole che stava già spuntando. Chi ha fatto una stagione lavorativa a tempo pieno potrà capire di cosa sto parlando: il tuo mondo, per qualche mese, è solo lì. Notti, albe, amici, incontri, canzoni, mareggiate, salvataggi, cocktail: tutto frullato e confuso in un unico lunghissimo giorno.

L’altro ieri abbiamo finalmente finito: smontato, lavato, riordinato, staccato la corrente, chiuso il rubinetto generale, messo i lucchetti. Nelle ultime settimane, di nuovo, la sensazione della fine, questa volta più avvertita, meno disturbata. Le ore che poco a poco si liberano, il cervello che un po’ alla volta si rimette in moto, si lascia distrarre, si svuota e respira. La memoria che può tornare indietro a Eurovespa. Foto, appunti, ricordi. Racconti che nel corso della stagione erano diventati meccaniche ripetizioni riprendono vita e si moltiplicano. Mi sento la testa come una bottiglia di spumante rimasta tappata a lungo mentre sballottava qua e là. Adesso il tappo è saltato. Eurovespa, ma non solo. Notti a parlare, ore perse, bicchieri svuotati, sentimenti formicolanti, amici, brindisi. Dita che riprendono a picchiare forsennatamente sulla tastiera, poesie o abbozzi di poesie che rompono gli argini inaspettatamente e si fanno scrivere e pubblicare quassù, idee che arrivano da lontano. Anche questa pagina che mi riporta a scrivere sul blog dopo lunga assenza è il segno che il tappo è saltato.

L’importante – tornando a quella frase letta tempo fa – è continuare a sognare. Anche in modo confuso e senza una direzione precisa.

Non so se avete presente quella fase in cui, appena hai finito un libro, ti resta un senso di vuoto che non sai come colmare. Il giovane Holden del romanzo di Salinger diceva che i libri più belli sono quelli che, appena li hai finiti, vorresti incontrare l’autore per abbracciarlo e offrirgli da bere e passare la notte a parlare con lui e a fargli mille domande. Ma l’autore difficilmente lo abbiamo a portata di mano e allora ci rimane solo quel senso di vuoto. Magari rileggiamo l’ultimo capitolo ancora una volta, prima di arrenderci all’evidenza che quella era sul serio l’ultima pagina. Allora cerchiamo qualcosa di nuovo da leggere. Io però, di solito, non riesco a leggere un libro dietro l’altro: ne inizio una decina, quasi freneticamente, prima di trovare quello giusto. Nel frattempo, per colmare il senso di vuoto e cercare di capire cosa ho voglia di leggere, rileggo qualche capitolo di un libro già letto e i titoli sono sempre gli stessi: Isole nella corrente, Moby Dick, Il bar delle grandi speranze…

Quando i sogni, i progetti lavorativi o le avventure sono le nostre e finiscono, è giusto abbracciarci da soli e passare un po’ di tempo a farci un sacco di domande offrendoci qualcosa di buono da bere. Di solito nel dopo sbornia arrivano le prime visioni, un po’ confuse, mescolate al senso di vuoto. Come i libri che rileggo, anche le conversazioni e gli amici in cui vado a parare, ultimamente, sono sempre i soliti. Allora, tra un sigaro e una passeggiata, le cose riprendono forma, i contorni si fanno più nitidi, le visioni diventano sogni e i sogni diventano progetti.

La mia prima idea era quella di riposare. Fare ordine, scrivere, dormire. Recuperare film e libri arretrati, al massimo disperdere un po’ di energie a fare cose divertenti e improduttive. Ma a volte gli eventi, le occasioni e i sogni corrono avanti e ti rendi conto che sì, hai ancora le energie per inseguirle e senti all’improvviso quella sensazione bellissima, quella che provi quando un’idea si mette in moto o quando un discorso che sembrava rimasto appoggiato in qualche angolo a impolverarsi riprende vita. E puoi solo andargli dietro. Perchè l’unica sensazione altrettanto bella è quando ti chiudi la porta di casa con lo zaino sulle spalle e fai il primo passo.

Così quest’idea di un amico ha preso forma, le abbiamo disegnato i contorni in qualche sera passata insieme. Il grosso del lavoro lo sta facendo lui, perchè si tratta di un suo progetto a cui io ho contribuito con qualche idea e prenderò parte per un po’. Ma, insomma, mi sono fatto tirare a bordo. Non di una Vespa, questa volta; anche se Peyton, di sicuro, non è andato in pensione. (E considererò Eurovespa un viaggio finito solo quando avrò messo il punto all’ultima pagina del libro che, abbiate fede, arriverà!).

Quindici giorni o poco più per recuperare energie, arrivare a consegnare almeno le bozze dei primi capitoli di Eurovespa, preparare la nuova avventura, distrarsi in un paio di cose senza obiettivi precisi, risalutare amici vecchi e nuovi e ripartire.

Il tempo non è dalla mia parte, ma anche questa è una sfida divertente; sono sempre stato un maestro nel perdere tempo, ma tra le tante cose che mi ha insegnato Eurovespa c’è anche la lezione sul tempo: che si può perdere, ma si può anche capire, e percorrere e sfruttare, perché è come una strada: sale, scende ed è piena di bivi, ma va sempre avanti.

Certe sere un amico ci invita a uscire, noi siamo lì che leggiamo un libro o guardiamo un film o stiamo quasi per andare a dormire e, insomma, è già anche abbastanza tardi. Però ti scrive “passo a prenderti tra 10 minuti” e alla fine sono belle serate inaspettate che finiscono scolandosi mezza bottiglia di rum in riva al mare. E ti dici che hai fatto bene a far aspettare il film o le lenzuola. Così, forse stavolta dovrei proprio stare un po’ a casa a riposare e a riordinare le cose. Ma chissà: potrebbe anche essere una di quelle notti da ricordare.

Come va di moda dire: stay tuned. Tutto è ancora in movimento e in forse e non si sa ancora cosa riusciremo davvero a combinare.

Comunque, so far so good, fino a qui tutto bene.

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