Peyton in Polonia+Il Comandante Cip

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Oggi è il giorno della Memoria. Si celebra nel giorno dell’abbattimento dei cancelli del campo di prigionia di Auschwitz. Sappiamo tutti quel che accadde lì (e in tanti altri luoghi come quello); chi l’ha visitato non se lo dimenticherà mai. Ho sempre pensato che di giorni della memoria ne andrebbero istituiti anche molti altri: massacri, genocidi, morti dimenticati… ce ne sono stati a centinaia e ancora vanno avanti. Ma fare della retorica è facile – e io non sono nemmeno bravo. Ben venga allora il Giorno della Memoria, se almeno oggi ci si ferma a pensare a quello che è accaduto, a quello che sta accadendo.
Eurovespa, in qualche modo, è stato un viaggio che ha attraversato la storia dell’Europa e, inevitabilmente, anche le sue pagine tragiche. Di seguito riporto alcune delle cose che ho scritto in proposito: sono ricordi personali, il mio modo per ricordare e commemorare.

“…Passo la giornata a chiedermi perché l’umore non decolli, nonostante sia in perfetto orario e Peyton non abbia problemi. Sarà forse il freddo, sarà forse il traffico. O sarà, forse, che sto andando verso Oswiciem, il nome polacco della cittadina diventata tristemente famosa, per il campo di concentramento, con il nome tedesco di Auschwitz. Della visita al campo il giorno successivo è quasi superfluo raccontare. Bisogna andarci; e probabilmente ancora non basta per capire…”

“…Varsavia è una città completamente nuova, rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e ricostruita nel dopoguerra. Il centro storico è stato rimesso in piedi esattamente com’era in precedenza, fedelmente. Ci sono monumenti e targhe commemorative quasi ovunque: nei parchi, sulle case nuove, nelle piazze tra i grattacieli. Dove sorgeva il ghetto ebraico c’è ora la Via della Memoria, che ricorda, attraverso monumenti e steli, le atrocità commesse in quel luogo dall’occupazione nazista. Ma a colpirmi è un’altra via: aleia Jerozoliminskie, una delle strade principali di Varsavia. Come mi spiega Prezmek, è chiamata così perché prima dell’invasione tedesca la comunità ebraica progettava la costruzione di una new town fuori dal centro chiamata Nuova Gerusalemme. Di quel progetto, oggi, resta solo la strada che avrebbe dovuto collegarla al centro città. Ci sarà qualche altro quartiere, adesso, in fono a aleia Jerozoliminskie, ma mentre Prezmek racconta, mi immagino la strada che finisce dentro a un grande buco nero, nel vuoto…”

“…mentre spingo il muso di Peyton verso nord sento di nuovo la felicità di essere in strada, dopo giorni di inedia. Ho le gomme da neve – finalmente! – e il buonumore che torna a crescere mi fa promettere a me stesso che, comunque vada, ce la metterò tutta per arrivare più lontano possibile! Il motore romba e il cuore mi esplode di aspettative e entusiasmo. Attraversando la periferia nord, per uscire dalla capitale, faccio un cenno di saluto e ripenso ancora una volta al bisnonno Cipriano.

    1. Comandante Cipriano Colombini

Cipriano Colombini nacqu l’8 ottobre del 1900, da Giacomo e Palmira. Era un impiegato. Capelli lisci, biondo chiaro, sopra la fronte alta. Al centro del viso dalla forma regolare, il naso greco separava gli occhi azzurri. Un bel sorriso, la dentatura sana e bocca regolare. Sapeva leggere e scrivere. Fu chiamato alle armi come soldato di leva nell’agosto del 1920, insieme a ragazzi perlopiù della leva 1901. Di sana e robusta costituzione, resistente alla fatica, di buona intelligenza e di animo buono, su richiesta del capo di Stato Maggiore Bianchi, fu ammesso al corso di allievi Ufficiali di Complemento, una forma di servizio militare diversa da quella ordinaria di leva. Richiesta accolta anche in virtù del fatto che risultava avere la fedina penale immacolata all’epoca dell’arruolamento. Fu assegnato al 7° Reggimento di Fanteria del Distretto Militare di Milano. Qualche piccola infrazione gli costò una manciata di giorni di punizione, per esempio per aver riposto il fucile sporco nella rastrelliera. La pagella finale dice di lui che era poco riflessivo alle volte, energico e autorevole, ma non sempre sincero. Non era un tipo inflessibile, talvolta allentava la guardia; ad esempio il 14 gennaio si beccò cinque giorni di punizione perché non si curò che gli uomini della sua squadra intervenissero a un’esercitazione prontamente ed in ordine. Comunque in servizio, generalmente, si comportava bene; fuori, beh, non sempre il suo contegno era improntato alla dovuta sobrietà, come quella volta che il 22 gennaio rientrò in caserma mezz’ora dopo la mezzanotte. Ad ogni modo, fu giudicato un buon Sergente allievo Ufficiale Comandante di squadra e al termine del periodo di leva fu mandato in congedo illimitato con la dichiarazione concessa di aver tenuto buona condotta e aver servito con fedeltà e onore.

Altro non so, del bisnonno Cipriano, tranne quello che ho letto in Diario Clandestino di Giovannino Guareschi, che di Cipriano fu compagno di prigionia. Fu richiamato alle armi e, probabilmente, fu lieto di compiere quello che sentiva come un suo dovere di suddito del Regno d’Italia. Sua moglie – la mia bisnonna – ancora a novant’anni si dichiarava monarchica e raccontava di come Cipriano condividesse le sue idee in politica. Dopo la firma dell’armistizio con gli Alleati, l’8 settembre, come altri soldati, si rifiutò probabilmente di consegnare le armi di Sua Maestà all’esercito nazista che circondava le caserme e fermava i soldati italiani, per i quali la guerra era finita, che volevano tornare a casa. Nello sbandamento generale, fu arrestato e deportato nel campo di prigionia di Beniaminowo, fuori Varsavia, denominato allora Stammlager 333. Morì qualche tempo dopo.

…[era] il 9 febbraio, quando il capitano Cipriano Colombini – primo di noi – uscì dal recinto.

Primo di coloro che – non optanti – allora potevano uscire dal campo soltanto così.

(Diario Clandestino, Giovannino Guareschi)

C’è, in Diario Clandestino, anche un racconto, “Cip”, costruito sulla foto che Cipriano aveva lasciato dietro di sé, in cella: quella di suo figlio, mio nonno materno.

Sarà forse il fatto che ho ormai passato i trentanni, sarà forse il momento in cui ti rendi conto che i tuoi antenati se ne stanno andando via uno dopo l’altro, portando con sé il ricordo delle loro vite, che altro non è che da dove vieni tu. Fatto sta che qualche anno fa mi decisi a recuperare, se possibile, qualche frammento, qualche racconto, da quel passato lontano, curiosando nei ricordi dei miei genitori e in quelli degli altri parenti ancora vivi. Scoprii anche la storia dell’altro bisnonno, antifascista spedito a lavorare in una fabbrica d’armi, feritosi volontariamente da solo e poi scappato dall’ospedale. Origini sicule e carniche che si incrociano negli anni ’50, in Liguria, attraverso strade disparate che è mi piace percorrere a ritroso. Ci sono molte storie da raccontare, nella storia di ognuno di noi. Mi dissi che un giorno tutte le storie della mia famiglia avrei voluto ricostruirle, scriverle, magari romanzarle. E, per quanto riguarda Cipriano, decisi che per parlare di lui, sarebbe stato prima doveroso recarsi al Cimitero d’Onore Italiano a cercare la sua tomba. Un paio d’anni fa stavo per prenotare un aereo, poi, prima di cliccare su “procedi”, mi dissi: “Caro Simone, tu di Cipriano non sai nulla, ma una cosa è certa: non è arrivato in Polonia seduto comodamente su un aereo. Se vuoi fare le cose fatte bene, devi arrivarci come vuoi, ma sentendo la strada”. Mentre montavo l’itinerario di Eurovespa, puntai quasi subito Varsavia. Sarajevo-Istanbul-Varsavia: era il mio mantra, la base del viaggio, quello che dovevo completare a tutti i costi.

Il Cimitero Italiano d’Onore è fuori Varsavia, oltre l’ultima fermata della metropolitana, ci si arriva con il tram. Chiedere in giro è quasi inutile, non lo conosce nessuno. Io e mia mamma sapevamo il nome del quartiere, Bielany, e siamo andati alla cieca: abbiamo girato a vuoto, fino a quando una studentessa di medicina, alla fermata dell’autobus, ci ha detto di ricordarsi qualcosa del genere a qualche fermata da lì.

Il grande cancello del cimitero è chiuso. Bussiamo alla porta di legno verde della casetta accanto al cimitero e ci apre il custode, un ometto coi baffi e il cappellino, un Super Mario un po’ datato, che parla italiano. Dice che il suo lavoro lì gli piace, che è un onore curare quel luogo, anche se non viene tanta gente; ci racconta che alcuni dei discendenti di quei soldati hanno riportato le spoglie del caduto a casa, per averle più vicine, ma che farlo costa molto. Dopo aver cercato la collocazione delle spoglie di Cipriano su un vecchio registro, ci apre il cancello e ci fa entrare nel cimitero. La cripta è oltre il prato coperto di lapidi bianche coi nomi dei morti durante la Prima Guerra Mondiale. Le bandiere e una grande scritta sul muro immacolato della cripta dovrebbero suscitare patriottismo, ma non mi sento coinvolto da questo spirito nazionalista: sono arrivato qui solo per visitare la tomba di un uomo, morto da queste parti tanti anni fa, che fa parte del mio albero genealogico, della mia storia. Scendiamo qualche scalino e entriamo nella cripta. Sulle pareti dello stretto corridoio bianco ci sono tante piastrine dorate coi nomi dei soldati caduti. Qualche foglia è scivolata dal cortile fino a lì dentro e il custode si affretta a raccoglierle. Prende un lume appoggiato vicino all’ingresso e lo accende davanti alla piastrina Cipriano Colombini. Resto lì un po’, a leggere le pagine di Diario Clandestino, poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi ritrovo a spiegare alla piastrina dorata che ci faccio lì e, a grandi linee, cos’è successo in guerra e nella sua famiglia dopo di lui. Non penso che in alcun modo possa avermi sentito, ma è stata una cosa uscita in modo improvviso e naturale, spontaneamente, quasi un raccontare per raccontarsi. Non c’è altro da vedere. Usciamo e il custode chiude le porte della cripta, chissà per quanto altro tempo ancora…”

“…L’ultima sera Ottavia mi regala anche un momento toccante, portandomi ad assistere alla celebrazione del Giorno della Memoria nella chiesa di un college. Lei ha origini ebraiche e ci teneva molto a essere presente. Io, che le Chiese non le frequento quasi mai, resto affascinato dalla compostezza della cerimonia. Il prete, nell’omelia, fa il mea culpa per la Chiesa che non si oppose abbastanza allo sterminio, ricorda anche tutte le altre categorie rinchiuse nei campi di prigionia nazisti, insieme agli ebrei: omosessuali, zingari, Testimoni di Geova, emigrati, malati di mente, prostitute, vagabondi… e, insomma, risulta molto più sincero di tanti religiosi e politicanti che ogni anno, in queste occasioni, danno l’impressione di strumentalizzare persino l’Olocausto. Il coro canta canzoni ebraiche e gli studenti si avvicendano nella lettura di brani che raccontano l’orrore, la sopravvivenza, la speranza che una tragedia del genere non avvenga mai più. La celebrazione è sentita, toccante, e mi dico che se Eurovespa ha la piccola pretesa di raccontare un po’ l’Europa, era importante prendere parte a questa giornata…”

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