Gli occhi di un alpinista

WP_20140106_006
In questi giorni ho conosciuto il primo alpinista della mia vita. Il primo alpinista vero, intendo. In effetti, non ho frequentato molto la montagna in tutti questi anni, quindi la cosa di per sé è abbastanza normale. È solo da un paio d’anni a questa parte che la montagna ho iniziato ad attrarmi a sé. Mi è cambiato, per così dire, l’orizzonte o – per dirla in un modo che ha un legame più forte con quello che tra poco scriverò – in un certo senso, mi è cambiata la direzione dello sguardo. Guardo di più in alto. Continuo a guardare molto anche in lontananza, ad essere affamato di grandi spazi orizzontali, che siano distese terrene o, ancora meglio, marine. Però da un po’ di tempo a questa parte mi ritrovo sempre più spesso col naso all’insù. Se vedo una vetta, se incontro con lo sguardo una roccia che spicca nel profilo di qualche massiccio, se intravedo una baita, un rudere, un’antenna, mi chiedo sempre più spesso: come ci si arriva lassù?
La colpa, o il merito, è di certe letture, Bonatti o Krakauer, tanto per citarne un paio. Sicuramente è anche responsabilità di qualcosa che ho visto, anche se non lo ricordo bene. E un po’ probabilmente anche del mio amico Igor e di certi suoi discorsi. Ma tant’è.
Così adesso in montagna ci sono. Ancora quasi a secco in fatto di esperienza diretta, ma almeno mi sveglio tra pareti innevate e di notte, mentre torno dal lavoro, sento la neve scricchiolare sotto gli scarponi e osservo il silenzio magico e spettrale del ghiaccio illuminato dalla Luna. Sono quassù a fare un lavoro normale, non certo da alpinista. Però, si sa, in montagna fa freddo. Quindi prima o dopo per scaldarsi tutti passano dal pub. Ed è qui che sono io. Ed è qui che ho conosciuto il mio primo vero alpinista.
Lui si chiama Silvio. Deve avere una quarantina d’anni, forse qualcosa di più. Si presenta al pub e mi ordina una birra. Io non sapevo chi fosse, ma l’ho capito subito. Me ne avevano parlato: tutti quelli a cui avevo rivelato la mia fame di montagna. “Per queste cose dovresti parlare con Silvio”.
Entra, mi chiede una birra. La ragazza con cui lavoro mi sussurra all’orecchio: “Ecco, è lui”. Ma io già l’avevo capito. Appena entrato, da come si è guardato in giro, da come mi ha parlato.
Mentre spillo la birra, lo investo. Come faccio di solito, vuotando il sacco all’improvviso e senza tanti preamboli. Faccio sempre così, quando ho davanti una persona che mi piace od interessa. Faccio così anche con le ragazze carine, per esempio. Lo so: non si dovrebbe; forse dovrei imparare a coltivare un po’ più il mistero, a fingere uno strisciante disinteresse forse solo appena velato di curiosità. Ma alla mia età certe cose mica si imparano più. E poi, con Silvio, avevo fretta. Fretta di capire se un alpinista vero avrebbe inteso quello che sento in questo periodo per la montagna. Pensavo: se mi liquida in poche parole, significa che non ho poi questo gran interesse; uno come lui lo capisce al volo. Insomma, volevo giocare a carte scoperte per rivelare prima di tutto a me stesso un eventuale bluff. Come quella volta che volevo imparare a suonare la chitarra. O quando volevo prendere la patente C. O imparare a nuotare bene a stile farfalla.
Silvio mi è stato a sentire. Sorridendo con curiosità. Poi mi ha detto alcune cose semplici, mi ha incoraggiato, mi ha detto che non è mai troppo tardi e che non devo mica diventare un alpinista, ma devo solo cercare di arrivare dove mi spinge la voglia. Abbiamo parlato di Bonatti, di Messner, dei libri che ho letto e lui mi ha spiegato, corretto, raccontato; perché io, in fondo, sono un emerito ignorante su questi temi, mentre lui è un alpinista, vero, e ha fatto pure il corso per guida alpina con un certo Simone Moro che in questo stesso momento se ne sta alle falde del Nanga Parbat in attesa di scalarlo, da solo e in pieno inverno. Poi Silvio mi ha raccontato qualcosa di sé, della sua montagna, del suo lavoro. Abbiamo parlato anche altre volte, anche di mare, che gli piace, ma fino a un certo punto: se lo gode, ma non lo conosce abbastanza da entrarci in confidenza quando le condizioni non lo permettono; una lezione di umiltà utile per un neofita delle ciaspole come il sottoscritto. Abbiamo parlato di birra, di vizi, di allenamento e di previsioni del tempo. Cose così, normali.
Il fatto è che parlare con Silvio non è affatto normale. La cosa straordinaria non sta in quello che dice, ma in come parla. E soprattutto, nel suo sguardo.
Silvio è piuttosto magro. Ha la barba lunga, che un po’ inspessisce un viso altrimenti un po’ scavato. Indossa un giubbotto, sopra una camicia a quadri dalla quale spunta il girocollo di una maglietta della salute. Muove le mani, quando parla. Non le agita come fanno molti, come se dovessero scacciare un esercito di mosche che si frappone fra loro e chi li ascolta. Le muove come raggiungendo appigli successivi, come scalando una ad una le parole, con piccoli gesti essenziali e misurati.
Silvio, tra le altre cose, fa il bombarolo. Ancora non mi ha raccontato bene del suo lavoro, però, in sostanza, è quello che dopo ogni nevicata piazza le cariche esplosive per provocare slavine calcolate e mettere in sicurezza la valle, prima che passino di lì incauti sciatori fuori pista. Io me lo immagino uscire di casa quando ancora non si intravedono neppure le prime luci dell’alba. Conosce la neve, i pendii, sa dove passare e come passarci e si arrampica lassù, a un passo dalle stelle. Me lo immagino con la barba ghiacciata, mentre sale e studia la situazione. E intanto tutto l’arco alpino lentamente abbandona la sua veste notturna e le vette cominciano a illuminarsi di una luce abbacinante. Ogni tanto, quando mi sveglio per andare a lavorare, sento dei boati lontani, immagino il rombo di quella massa impetuosa di neve che scivola a valle e Silvio lassù, mentre il sole gli scioglie i ghiaccioli tra la barba, che la osserva dall’alto.
Silvio ha gli occhi chiarissimi. Più che azzurri. Raramente ti guarda dritto in faccia. Il suo è più un perdersi nello spazio, nell’aria tra te e lui o tra te e il suo filo di pensieri che si dipana un po’ alla volta. Quando parla di montagna, il suo sguardo muta ancora e viaggia lontano. È uno sguardo che diventa spazio. Lo dilata. È come se davanti a lui non ci fossero il bancone del pub e i faretti e le bottiglie ordinatamente sistemate nello scaffale alle mie spalle e il lavandino e la parete. I suoi occhi non vedono niente di tutto questo, i suoi occhi non sono lì. Sono lassù e vagano in una profondità sconcertante e incomprensibile.
Silvio ha uno sguardo con cui non si nasce. Quegli occhi lì ce li si guadagna, sono il frutto di una vita.
In certi momenti sono quasi a disagio. Per fortuna ci pensa con le parole a metterti a tuo agio. Anche se ha un tono di voce che a volte sembra parli tra sé e sé. Anche se in certi momenti sembra parli alla montagna, più che a te.
Silvio è un alpinista vero. È una persona semplice e fuori dall’ordinario e dall’aria solitaria, malinconica, ma affatto triste. Tutti lo conoscono, lo salutano e lo rispettano. Abbiamo fatto amicizia e, se avrò tempo e voglia, ha promesso che mi farà conoscere la montagna. Intanto, l’ho vista nei suoi occhi. Occhi hai quali vorrei far somigliare un poco anche i miei. Pieni di altezza e profondità, di silenzio.
Io uno sguardo così non l’avevo mai incontrato prima.