Anatomia di un ricordo

ippocampo
(I fari delle auto come le luci di torce e candele lungo la strada di notti africane che scivolano oltre il parabrezza;
il rumore di un motorino che cade come quello di plastiche e lamiere di uno schianto, anni fa, e il rosso del sangue;
quel sapore di curry piccante la sera d’ottobre e in un attimo sei sul marciapiede di Surakarta con le mani sporche e le labbra bruciate e le tasche vuote;
l’odore di fango e stantio di certe stanze in stamberghe lontane che sa di pomeriggi sudati e bagnati sulla terra dei campi da calcio di periferia e puzza come il borsone che tornato a casa dimenticavi sempre di svuotare;
la canzone che non ricordavi che parte e ti accorgi di saperla a memoria e mentre la canti sottovoce e ti muovi al suo tempo, passo dopo passo, torni a cento anni fa quando ballavi sul molo, d’estate con gli amici, e ti sentivi sulla cima del mondo e della gioia;
e quel gesto, visto in un film, è il lampo di un incontro che ancora non sai se conservare o cancellare e intanto è tornato, pellicola srotolata in sequenza davanti ai tuoi occhi).
I ricordi che a volte non ricordi finchè non decidono che è il loro momento d’essere ricordati e arrivano inaspettati, come quei libri che stanno per anni sul tuo comodino, e li inizi e li sfogli e li abbandoni dopo poche pagine e cento volte ricominci e poi rinunci, fino a che non sono loro a decidere che sì, è arrivato il momento che tu li legga.
E allora lo fai, tutto d’un fiato.

Un ricordo ha la corazza
ha il profilo allungato e sfuggente
spinoso
irti aculei che lo difendono
da chi lo vuole catturare e mangiare.
Un ricordo abita tutti i mari
tranne quelli polari
e sta appeso per la coda
negli anfratti
fra gli scogli le praterie sottomarine le caverne buie e riparate.
Un ricordo che si sgancia
nuota veloce che quasi cavalca.

Allora forse non è un caso che i ricordi stiano in quella parte del cervello che agli scienziati ricordò proprio la forma di un cavalluccio marino e chiamarono per questo Ippocampo.

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Cartoline siciliane

Immagine

 

Sulla spiaggia infinita nel buio d’una notte nuvolosa, una ragazza sola. Che corre ed insegna al suo aquilone a volare nel vento di scirocco.
Contadini indiani che si riposano all’ombra mangiando fichi d’india e si dissetano lungo strade di campagna dissestate come le loro suole come l’asfalto di un altro mondo.
Capire che se non hai fatto il picnic pellegrinaggio sul monte, difficilmente potrai raccontare il senso di fuga domenicale dalla città, coi panorami i preservativi il fumo di salsicce e di cartine le foto che mandi come cartoline dal cielo.
E di notte la fuga son pinte a un euro di zibibbo e panini raschiati sul fondo dei nostri cuori unti e dei nostri strafritti perchè, mentre tra la folla dei vecchi vicoli che s’agita incontro l’amico cantautore in pausa dalla tourneè.
I bancali come panchine per le compravendite emozionali del sabato sera, merci sentimentali invendute e baratti sotto gli occhi dei papi di pietra impassibili. Si son rubati i cuscini sgualciti, come trofei, come reperti innaffiati annoiati come piante calpestate su linee bianche afose e fangose resuscitate dal vento di un camion stracolmo che va e solleva polvere amara.
E poi. Là su alture amiche di orizzonti condivisi, il fumo di un sigaro cubano si confonde con la nebbia e parole su un futuro intravisto solo come luci giallastre laggiù che son porto o nave o case o.
(rumore di pietra sul fondo di un pozzo che non si sente e ti calerai per andare a vedere).

P.S. Aggiunte due date dell’AmmutinamentiTour2013! Vedere riquadro news!

Gita fuori porta (che fare di un pomeriggio libero, dopo tanto)

ombra
Anche le mosche, in montagna, pesano meno. Si posano leggere sulla pelle, sul dorso delle mani, con la grazia di una ballerina e poi volano via. La senti arrivare, ne senti il ronzio, ti sfiora e prima che te possa accorgere se ne va, come certi amori.

Quassù. Il vento i grilli gli aerei i campanacci delle mucche le nuvole le città e le navi che chiazzano il mare, così tanto mare da star male. Laggiù. E intanto nel silenzio, qua, i piedi nudi nell’erba e in uno sguardo un panorama che abbraccia l’intera mappa del mio mondo. Leggero, come in pigiama, la sera.

Intanto il sole va giù e le ombre si allungano a dismisura, un filo d’erba è alto tre metri e la mia testa lunga quasi tocca la città e le fa ombra. Il sole arrossa la foschia ai miei piedi e miliardi di luci s’accendono, come una pista d’atterraggio, mentre torno sulla terra.