Peyton in Polonia+Il Comandante Cip

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Oggi è il giorno della Memoria. Si celebra nel giorno dell’abbattimento dei cancelli del campo di prigionia di Auschwitz. Sappiamo tutti quel che accadde lì (e in tanti altri luoghi come quello); chi l’ha visitato non se lo dimenticherà mai. Ho sempre pensato che di giorni della memoria ne andrebbero istituiti anche molti altri: massacri, genocidi, morti dimenticati… ce ne sono stati a centinaia e ancora vanno avanti. Ma fare della retorica è facile – e io non sono nemmeno bravo. Ben venga allora il Giorno della Memoria, se almeno oggi ci si ferma a pensare a quello che è accaduto, a quello che sta accadendo.
Eurovespa, in qualche modo, è stato un viaggio che ha attraversato la storia dell’Europa e, inevitabilmente, anche le sue pagine tragiche. Di seguito riporto alcune delle cose che ho scritto in proposito: sono ricordi personali, il mio modo per ricordare e commemorare.

“…Passo la giornata a chiedermi perché l’umore non decolli, nonostante sia in perfetto orario e Peyton non abbia problemi. Sarà forse il freddo, sarà forse il traffico. O sarà, forse, che sto andando verso Oswiciem, il nome polacco della cittadina diventata tristemente famosa, per il campo di concentramento, con il nome tedesco di Auschwitz. Della visita al campo il giorno successivo è quasi superfluo raccontare. Bisogna andarci; e probabilmente ancora non basta per capire…”

“…Varsavia è una città completamente nuova, rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e ricostruita nel dopoguerra. Il centro storico è stato rimesso in piedi esattamente com’era in precedenza, fedelmente. Ci sono monumenti e targhe commemorative quasi ovunque: nei parchi, sulle case nuove, nelle piazze tra i grattacieli. Dove sorgeva il ghetto ebraico c’è ora la Via della Memoria, che ricorda, attraverso monumenti e steli, le atrocità commesse in quel luogo dall’occupazione nazista. Ma a colpirmi è un’altra via: aleia Jerozoliminskie, una delle strade principali di Varsavia. Come mi spiega Prezmek, è chiamata così perché prima dell’invasione tedesca la comunità ebraica progettava la costruzione di una new town fuori dal centro chiamata Nuova Gerusalemme. Di quel progetto, oggi, resta solo la strada che avrebbe dovuto collegarla al centro città. Ci sarà qualche altro quartiere, adesso, in fono a aleia Jerozoliminskie, ma mentre Prezmek racconta, mi immagino la strada che finisce dentro a un grande buco nero, nel vuoto…”

“…mentre spingo il muso di Peyton verso nord sento di nuovo la felicità di essere in strada, dopo giorni di inedia. Ho le gomme da neve – finalmente! – e il buonumore che torna a crescere mi fa promettere a me stesso che, comunque vada, ce la metterò tutta per arrivare più lontano possibile! Il motore romba e il cuore mi esplode di aspettative e entusiasmo. Attraversando la periferia nord, per uscire dalla capitale, faccio un cenno di saluto e ripenso ancora una volta al bisnonno Cipriano.

    1. Comandante Cipriano Colombini

Cipriano Colombini nacqu l’8 ottobre del 1900, da Giacomo e Palmira. Era un impiegato. Capelli lisci, biondo chiaro, sopra la fronte alta. Al centro del viso dalla forma regolare, il naso greco separava gli occhi azzurri. Un bel sorriso, la dentatura sana e bocca regolare. Sapeva leggere e scrivere. Fu chiamato alle armi come soldato di leva nell’agosto del 1920, insieme a ragazzi perlopiù della leva 1901. Di sana e robusta costituzione, resistente alla fatica, di buona intelligenza e di animo buono, su richiesta del capo di Stato Maggiore Bianchi, fu ammesso al corso di allievi Ufficiali di Complemento, una forma di servizio militare diversa da quella ordinaria di leva. Richiesta accolta anche in virtù del fatto che risultava avere la fedina penale immacolata all’epoca dell’arruolamento. Fu assegnato al 7° Reggimento di Fanteria del Distretto Militare di Milano. Qualche piccola infrazione gli costò una manciata di giorni di punizione, per esempio per aver riposto il fucile sporco nella rastrelliera. La pagella finale dice di lui che era poco riflessivo alle volte, energico e autorevole, ma non sempre sincero. Non era un tipo inflessibile, talvolta allentava la guardia; ad esempio il 14 gennaio si beccò cinque giorni di punizione perché non si curò che gli uomini della sua squadra intervenissero a un’esercitazione prontamente ed in ordine. Comunque in servizio, generalmente, si comportava bene; fuori, beh, non sempre il suo contegno era improntato alla dovuta sobrietà, come quella volta che il 22 gennaio rientrò in caserma mezz’ora dopo la mezzanotte. Ad ogni modo, fu giudicato un buon Sergente allievo Ufficiale Comandante di squadra e al termine del periodo di leva fu mandato in congedo illimitato con la dichiarazione concessa di aver tenuto buona condotta e aver servito con fedeltà e onore.

Altro non so, del bisnonno Cipriano, tranne quello che ho letto in Diario Clandestino di Giovannino Guareschi, che di Cipriano fu compagno di prigionia. Fu richiamato alle armi e, probabilmente, fu lieto di compiere quello che sentiva come un suo dovere di suddito del Regno d’Italia. Sua moglie – la mia bisnonna – ancora a novant’anni si dichiarava monarchica e raccontava di come Cipriano condividesse le sue idee in politica. Dopo la firma dell’armistizio con gli Alleati, l’8 settembre, come altri soldati, si rifiutò probabilmente di consegnare le armi di Sua Maestà all’esercito nazista che circondava le caserme e fermava i soldati italiani, per i quali la guerra era finita, che volevano tornare a casa. Nello sbandamento generale, fu arrestato e deportato nel campo di prigionia di Beniaminowo, fuori Varsavia, denominato allora Stammlager 333. Morì qualche tempo dopo.

…[era] il 9 febbraio, quando il capitano Cipriano Colombini – primo di noi – uscì dal recinto.

Primo di coloro che – non optanti – allora potevano uscire dal campo soltanto così.

(Diario Clandestino, Giovannino Guareschi)

C’è, in Diario Clandestino, anche un racconto, “Cip”, costruito sulla foto che Cipriano aveva lasciato dietro di sé, in cella: quella di suo figlio, mio nonno materno.

Sarà forse il fatto che ho ormai passato i trentanni, sarà forse il momento in cui ti rendi conto che i tuoi antenati se ne stanno andando via uno dopo l’altro, portando con sé il ricordo delle loro vite, che altro non è che da dove vieni tu. Fatto sta che qualche anno fa mi decisi a recuperare, se possibile, qualche frammento, qualche racconto, da quel passato lontano, curiosando nei ricordi dei miei genitori e in quelli degli altri parenti ancora vivi. Scoprii anche la storia dell’altro bisnonno, antifascista spedito a lavorare in una fabbrica d’armi, feritosi volontariamente da solo e poi scappato dall’ospedale. Origini sicule e carniche che si incrociano negli anni ’50, in Liguria, attraverso strade disparate che è mi piace percorrere a ritroso. Ci sono molte storie da raccontare, nella storia di ognuno di noi. Mi dissi che un giorno tutte le storie della mia famiglia avrei voluto ricostruirle, scriverle, magari romanzarle. E, per quanto riguarda Cipriano, decisi che per parlare di lui, sarebbe stato prima doveroso recarsi al Cimitero d’Onore Italiano a cercare la sua tomba. Un paio d’anni fa stavo per prenotare un aereo, poi, prima di cliccare su “procedi”, mi dissi: “Caro Simone, tu di Cipriano non sai nulla, ma una cosa è certa: non è arrivato in Polonia seduto comodamente su un aereo. Se vuoi fare le cose fatte bene, devi arrivarci come vuoi, ma sentendo la strada”. Mentre montavo l’itinerario di Eurovespa, puntai quasi subito Varsavia. Sarajevo-Istanbul-Varsavia: era il mio mantra, la base del viaggio, quello che dovevo completare a tutti i costi.

Il Cimitero Italiano d’Onore è fuori Varsavia, oltre l’ultima fermata della metropolitana, ci si arriva con il tram. Chiedere in giro è quasi inutile, non lo conosce nessuno. Io e mia mamma sapevamo il nome del quartiere, Bielany, e siamo andati alla cieca: abbiamo girato a vuoto, fino a quando una studentessa di medicina, alla fermata dell’autobus, ci ha detto di ricordarsi qualcosa del genere a qualche fermata da lì.

Il grande cancello del cimitero è chiuso. Bussiamo alla porta di legno verde della casetta accanto al cimitero e ci apre il custode, un ometto coi baffi e il cappellino, un Super Mario un po’ datato, che parla italiano. Dice che il suo lavoro lì gli piace, che è un onore curare quel luogo, anche se non viene tanta gente; ci racconta che alcuni dei discendenti di quei soldati hanno riportato le spoglie del caduto a casa, per averle più vicine, ma che farlo costa molto. Dopo aver cercato la collocazione delle spoglie di Cipriano su un vecchio registro, ci apre il cancello e ci fa entrare nel cimitero. La cripta è oltre il prato coperto di lapidi bianche coi nomi dei morti durante la Prima Guerra Mondiale. Le bandiere e una grande scritta sul muro immacolato della cripta dovrebbero suscitare patriottismo, ma non mi sento coinvolto da questo spirito nazionalista: sono arrivato qui solo per visitare la tomba di un uomo, morto da queste parti tanti anni fa, che fa parte del mio albero genealogico, della mia storia. Scendiamo qualche scalino e entriamo nella cripta. Sulle pareti dello stretto corridoio bianco ci sono tante piastrine dorate coi nomi dei soldati caduti. Qualche foglia è scivolata dal cortile fino a lì dentro e il custode si affretta a raccoglierle. Prende un lume appoggiato vicino all’ingresso e lo accende davanti alla piastrina Cipriano Colombini. Resto lì un po’, a leggere le pagine di Diario Clandestino, poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi ritrovo a spiegare alla piastrina dorata che ci faccio lì e, a grandi linee, cos’è successo in guerra e nella sua famiglia dopo di lui. Non penso che in alcun modo possa avermi sentito, ma è stata una cosa uscita in modo improvviso e naturale, spontaneamente, quasi un raccontare per raccontarsi. Non c’è altro da vedere. Usciamo e il custode chiude le porte della cripta, chissà per quanto altro tempo ancora…”

“…L’ultima sera Ottavia mi regala anche un momento toccante, portandomi ad assistere alla celebrazione del Giorno della Memoria nella chiesa di un college. Lei ha origini ebraiche e ci teneva molto a essere presente. Io, che le Chiese non le frequento quasi mai, resto affascinato dalla compostezza della cerimonia. Il prete, nell’omelia, fa il mea culpa per la Chiesa che non si oppose abbastanza allo sterminio, ricorda anche tutte le altre categorie rinchiuse nei campi di prigionia nazisti, insieme agli ebrei: omosessuali, zingari, Testimoni di Geova, emigrati, malati di mente, prostitute, vagabondi… e, insomma, risulta molto più sincero di tanti religiosi e politicanti che ogni anno, in queste occasioni, danno l’impressione di strumentalizzare persino l’Olocausto. Il coro canta canzoni ebraiche e gli studenti si avvicendano nella lettura di brani che raccontano l’orrore, la sopravvivenza, la speranza che una tragedia del genere non avvenga mai più. La celebrazione è sentita, toccante, e mi dico che se Eurovespa ha la piccola pretesa di raccontare un po’ l’Europa, era importante prendere parte a questa giornata…”

#EUROVESPA – E adesso?

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Celle Ligure, Km 0 – di nuovo

Ho avuto bisogno di staccare qualche giorno, far finta di niente, come se non fossi stato da nessuna parte. Gli ultimi giorni vissuti zigzagando per l’Italia, come su una nuvola, sentendomi come all’inizio del viaggio. L’arrivo a Milano, la visita al museo Piaggio di Pontedera, parcheggiare Peyton accanto alle Vespa di Bettinelli. L’accoglienza organizzata dal Comune di Celle, gli amici, il bellissimo piatto decorato da Andrea Mannuzza, amico d’infanzia e ceramista. L’ultimo “so far so good”. E poi: parcheggiare Peyton sotto casa, scaricare i bagagli per l’ultima volta, abbracciarlo e ringraziarlo: ce l’abbiamo fatta. Tante cose, tutte insieme, difficili da assorbire mentre ancora devo metabolizzare il viaggio. In camera, la mappa su cui cominciai a tracciare la rotta del viaggio era ancora lì, appesa sopra al letto.

Sono stati giorni pieni di saluti, incontri, complimenti. Scoprire in quanti, durante questi mesi, ogni mattina curiosavano sulla pagina facebook Eurovespa per vedere se era apparso un nuovo “so far so good”, per scoprire dov’ero, arrivato è stato divertente. “Mi mancherà!” mi hanno detto. Anche a me, decisamente.

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Ho provato a scrivere diverse volte il racconto degli ultimi giorni, ma non ci sono mai riuscito. Le ultime strade, gli aneddoti divertenti, l’ospitalità degli amici: finiva tutto in una nebbia melanconica di parole confuse e alla fine ho rinunciato. Solo qualche giorno fa ho riaperto la cartella sul desktop e ho iniziato a riguardare le foto e i video per riordinarli. Sto pubblicando qualche scatto su Instagram, visto che non avendo con me uno smartphone non ho avuto modo di farlo durante il viaggio. Se voleste verderli, li trovate cercando il profilo “sciutte” o l’hashtag “Eurovespa”, ovviamente. Ho riaperto il quaderno tascabile degli appunti, riletto qualche pagina. Poco a poco, è come rivivere il viaggio: i ricordi arrivano, nitidi e vicini. In un certo senso, almeno personalmente, il viaggio non è ancora finito. È normale che sia così: ogni esperienza ha bisogno di un po’ di tempo per essere digerita ed Eurovespa per me è stata un’esperienza piena e intensa, da rivivere un po’ alla volta.

Con Peyton ci godiamo un po’ di riposo. Se piove posso lasciarlo al riparo, se il tempo è bello mi faccio portare al lavoro e magari, sulla via del ritorno, ci concediamo qualche piccola digressione di pochi chilometri. Tra qualche giorno lo porterò ai ragazzi di Motomeccanica, per dare una sistemata agli acciacchi peggiori. Se lo merita.

E adesso? Me lo sono chiesto io, me l’hanno chiesto in diversi. Adesso, innanzitutto, c’è da preparare tutte le scartoffie da inviare alla direzione del Guinness World Record, per chiedere la conferma del record. I file del GPS, gli scontrini, il libro dei testimoni, i riferimenti della pagina facebook, Eurovespa.it, gli articoli usciti sui quotidiani e on-line. Tra qualche mese avremo la risposta sull’approvazione e l’ufficialità.

Nei prossimi mesi Eurovespa diventerà un libro. E anche un documentario. Da scrivere e da montare e ci vorrà un po’ di tempo; ma sarà divertente lavorarci su. Chi mi conosce bene sa che per me il raccontare è parte dell’esperienza e del viaggio e che l’idea di scriverne ce l’avevo sin dall’inizio. L’ho fatto su Moto.it, lungo la strada, ma gli appunti che ho preso sono molti di più di quel che ho potuto inserire in quei pezzi. “Se tutto andrà bene…” dicevo già prima di partire “…ne verrà fuori un bel libro”. Tutto è andato più che bene e penso che meriti di essere raccontato. Le riprese invece le avevo iniziate quasi per gioco. Poi, strada facendo, ho mandato a casa un po’ di materiale e si è capito che qualcosa di buono si sarebbe potuto fare: il trailer pubblicato sul sito è stato un piccolo inizio; a brevissimo inizieremo a lavorarci come si deve.

Questo è tutto quello che, per ora, riesco a dire. Mi dilungherei in ringraziamenti e proverei a spiegare ancora le mie sensazioni, ma il risultato sarebbe ancora troppo confuso e melenso. Ci arriverò un po’ alla volta: che poi è lo stesso modo in cui ho affrontato ogni giorno il mio viaggio. Sognare in grande e poi realizzare il sogno facendo un passo per volta e il meglio possibile; liberi di andare, ovviamente, alla propria velocità.

Forse partirò a raccontare proprio da quella cena a Milano, il 3 di marzo. Una serata quasi primaverile. Nella stessa pizzeria e quasi con la stessa compagnia con cui cenammo quattro mesi prima, alla partenza. Se ci penso, mi sembra incredibile.

Nel frattempo, ho ripreso a far scorrere lo sguardo sul planisfero, ma ancora non riesco a immaginare dove andrà a posarsi.

Insomma: novità ce ne saranno e continueranno a essere pubblicate sulla pagina facebook e su Eurovespa.it. Come si dice in questi casi: stay tuned!

Un’ultima cosa. Riporto qui sotto le poche righe che ho scritto, a caldo, dopo l’arrivo a Pontedera, al Museo Piaggio. Per dire ancora una volta grazie a Giorgio Bettinelli e ai suoi libri, perché la prima pagina di Eurovespa, anche se ancora nemmeno avevo incontrato Peyton, in un certo senso iniziai a scriverla appena letta l’ultima di “Brum brum”.

Pontedera, 6 marzo 2015

“Caro Giorgio,

alla fine siamo arrivati. Poter parcheggiare per qualche minuto Peyton accanto alle tue Vespa è per me un sogno che si è realizzato. Glielo avevo promesso, che lo avrei portato a conoscere gli “zii”. Pensare a questo momento è stato un carburante che ci ha spinti a proseguire nei momenti più difficili del viaggio.

Non siamo arrivati fino a qui per raccogliere un’eredità o per paragonare il nostro viaggio a quelli che hai fatto tu. No, tu hai fatto cose irripetibili. Siamo venuti a trovarti semplicemente per ringraziarti.

Quando lessi “Brum brum” e mi innamorai dei tuoi viaggi e della tua scrittura, ancora non avevo incontrato Peyton e nemmeno immaginavo Eurovespa. Però tutto è partito da lì. Senza quel libro – senza i tuoi viaggi e le Vespa che ti hanno portato a spasso – avrei viaggiato e sognato, ma non così. Eurovespa, in qualche modo, nacque quel giorno e ho sempre sognato questo momento come arrivo perfetto.

Quindi, grazie di tutto Giorgio. Ti dedichiamo tutti i chilometri che abbiamo fatto per arrivare fino a qui, per avere il privilegio e l’emozione di parcheggiare Peyton accanto alle tue Vespa. Ne è valsa davvero la pena.”

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#EUROVESPA

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Albisola, km 0,00

E così è di nuovo ora di partire. I preparativi sono in dirittura di arrivo e già inizio ad assaporare il momento in cui varcherò la porta di casa e il viaggio avrà finalmente inizio. Anche se sarà un po’ diverso dalle altre volte.

Sono stati preparativi più complicati del solito, perché sarà un viaggio diverso dal solito. Ci sarà di mezzo un blog su una testata giornalistica on-line, ci saranno di mezzo dei comunicati stampa e, soprattutto, ci sarà di mezzo il Guinness World Record.

Quando nasce un viaggio? Difficile dirlo con certezza: tante immagini, voci, suggestioni, concorrono a mettermi in testa un’idea. Un’idea che spesso resta lì a lungo, in qualche angolino della mia testa, sommersa da mille altre cose più o meno frivole, più o meno quotidiane, e intanto si arricchisce, cresce, ogni tanto fa capolino come a mettermi in guardia: ehi, sono ancora qui, non pensare di dimenticarmi; ormai ci sono; ormai ci devi provare. Allora provo a ricostruire e mi vengono in mente due passaggi importanti.

Sono passati diversi anni da quell’estate. Passavo le serate a studiare le guide Routard del Sud America, per preparami al viaggio che avrei fatto a fine stagione. Il primo grande viaggio. Nella stanza accanto c’era Denny, il mio amico e coinquilino, che faceva la stessa cosa ma con la guida dell’Australia. Ogni tanto mi alzavo e lo andavo a trovare e ci scambiavamo impressioni e idee.

  • Che cos’è?

Sul suo comodino c’era un libro dal titolo curioso: “Brum Brum”.

  • La storia di un tizio che ha girato il mondo in Vespa.

  • Posso prenderlo?

  • Sì, sì, l’ho finito.

Il mio incontro con Giorgio Bettinelli. Non c’era solo l’impresa in quel libro. C’era un uomo. C’era il racconto. C’era la strada. C’era un modo di rapportarsi al viaggio, agli incontri, una maniera di affrontarlo, una sincerità nel percorrere l’avventura che mi colpirono. I suoi libri mi hanno insegnato a viaggiare, anche se, finora, non in Vespa.

Un paio d’anni dopo il mio vecchio scooter sbuffa e mi abbandona. Avevo urgente bisogno di due ruote. Mi proposero una Vespa PK50. Non avevo mai guidato una moto a marce perché, diciamo la verità: sono tutto meno un motociclista; ho avuto il primo scooter a 18 anni, dopo la patente, non ho mai fatto grandi viaggi – al massimo qualche motorata goliardica con gli amici – e non le guido nemmeno molto bene, le due ruote. Però mi serviva quella dannata Vespa. E costava poco.

Avevo una Vespa, e avevo anche un mito. Da quel momento in poi sono arrivare le traiettorie, gli itinerari. Le linee su Google Maps che si snodavano lungo la mappa del mondo.

Inizialmente pensavo ai Balcani. Perché mi affascinavano e credo di avere un debito storico nei confronti di quelle zone: una guerra dietro l’angolo, mal raccontata, piena di imbrogli; piena di sofferenze e atrocità, a un passo da casa, mentre la mia vita scorreva tranquilla. Volevo vedere Sarajevo, volevo vedere Mostar. Anche adesso, a distanza di tanto tempo. Poi è arrivata Istanbul, una città che desidero visitare da tempo; ma ho sempre voluto arrivarci via terra: vedere come cambia, chilometro dopo chilometro, il mondo verso oriente.

Intanto mi è tornato alla memoria, da un antico passato, Cipriano Colombini, Capitano del Regio Esercito Italiano, morto nel campo di concentramento di Beniaminow, in Polonia. Una foto. Un nome. Un racconto in “Diario clandestino”, di Giovanni Guareschi. Una storia da ricostruire, ma prima da guadagnarsi: a partire da là, dov’è stato sepolto. Lo scorso anno stavo per prenotare un volo low cost per Varsavia. Poi ho detto: no, io là ci devo arrivare, non atterrare.

I chilometri da Istanbul sono tanti e freddi, ma ho deciso di percorrerli.

Nel frattempo è arrivata anche l’Europa. Sulla mappa, guardando e riguardando e rendendomi conto di aver visto tanto al di fuori dei suoi confini e poco all’interno. È arrivata con i libri di Paolo Rumiz, con gli amici che andavano in Erasmus o si trasferivano a Londra, Parigi, Madrid. È arrivata nelle sue mille sfaccettature: mitteleuropea, scandinava, germanica, sovietica, mediterranea, orientale, britannica. Ma sempre Europa. È arrivata riportando alla mente anni di studi e di romanzi: nomi antichi, imperi, battaglie, culture, alleanze, matrimoni, sangue, viaggi. I Normanni in Sicilia, gli i Romani dappertutto o quasi, l’Impero Austroungarico e quello Ottomano, la Slesia, la Pannonia, l’Aquitania. Le guerre antiche, quelle medievali e quelle del ventesimo secolo, le trincee lungo i fronti, le spiagge del D-Day. E immagini della mia infanzia: la caduta del Muro di Berlino, il Vlora, il crollo dell’Unione Sovietica. Infine, è arrivata l’Unione Europea: l’idea che siamo una generazione europea, che andiamo in giro coi voli low cost, senza passaporto, senza frontiere. Questo viaggio, per scoprire, provare a capire e raccontare è anche tutto questo, per me. Quanto l’Europa somigli ancora a quella dei fronti di guerra e quanto invece sia unica e unita saranno le strade a raccontarmelo. Voglio provare a toccare tutti i pesi membri, tutti quelli candidati, tutti quelli considerati possibili candidati dall’EU stessa e vedere come andrà.

Lo farò senza navigatore: cartine e indicazioni della gente, perché così faceva Bettinelli; perché è anche bello perdersi, perché se non parlo con la gente che viaggio è? Con la tenda e il sacco a pelo, tutte le volte che potrò, per risparmiare e per togliermi il meno possibile dalla strada. Con un’armonica a bocca a farmi compagnia, perché Giorgio portava la chitarra, ma lui girava con una Vespa più potente, io devo accontentarmi di qualcosa di meno ingombrante. Con lo spirito che aveva lui: devo arrivare là, ma quando e come lo scoprirò chilometro dopo chilometro, dopo ciascuna del milione di frenate, di cambiate, di accelerate, dopo ognuno delle migliaia di rifornimenti, dopo ogni curva, salita, discesa, caduta.

Alla fine è arrivato il record: ho scoperto che era possibile, che se riuscissi a completare il viaggio lo supererei. E ho deciso di provare. Così ho dovuto aggiungere ai preparativi tecnici, le email, le certificazioni, i log book dei testimoni, il tracking con il dispositivo SPOT. Qualcuno intanto si è interessato al viaggio: così è arrivato moto.it e gli articoli che, strada facendo, scriverò per loro; i comunicati stampa, le foto, i video con la go-pro.

I preparativi sono durati mesi, a partire dalla primavera scorsa ( https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/03/10/giro-di-prova/ ) . Lenti e pigri, come al mio solito, inizialmente; febbrili e di corsa in questi ultimi giorni. Parto preparato? Non lo so. Ci sono tante strade che conosco poco o non conosco e tante cose che succederanno che non posso prevedere. Però ho fatto il possibile. Come attrezzature, come bagaglio. Ci studio da parecchio, ho fatto prove e elenchi decine di volte. Anche qui, però, se le cose sono state fatte nel modo giusto lo capirò solo strada facendo. In caso contrario, avrò modo di correggermi e adattarmi. Comunque, non parto da sprovveduto.

La Vespa invece è pronta. Motore nuovo, carburato al meglio. Nuovi i cavi, nuova la parte elettrica. I ragazzi di MOTOMECCANICA di Albisola hanno fatto un lavoro incredibile. Tante delle cose che mi saranno più utili in questo tentativo, le hanno studiate e realizzate loro. Fino a qualche giorno fa mancava il nome, adesso c’è anche quello: Peyton. Lo so: “la” Vespa. Però anche “lo” scooter. E insomma: pensando di avere a che fare con un maschio mi sento più a mio agio, visto che ci sarà da tirarsi il collo, maltrattarsi, imprecare. Qualche notte fa stavo guardando l’NFL: Denver Broncos contro San Francisco 49ers. A tre minuti dalla fine del secondo quarto la palla è sulle 8 yard, Denver è in vantaggio 14-3 e tutti aspettano solo quel momento. Terzo tentativo per chiudere il down. Non c’è fretta: si è capito che la serata sarà questa, si tratta solo di aspettare il momento giusto. Snap, palla in mano a Peyton Manning, QB dei Broncos – tutto lo stadio col fiato sospeso – lancio a destra, Demaryus Thomas la prende, touchdown. Manning diventa il QB con più passaggi riusciti in touchdown nella storia dell’NFL. Peyton Manning, che dopo 13 anni trionfali agli Indianopolis Colts, senza saltare nemmeno una partita, deve operarsi al collo. La sua storica squadra lo aspetta per un po’, poi decide di ripartire da zero. Il futuro di Manning è incerto: è finito, non riprenderà mai più a lanciare come prima, si dice in giro. Dopo 610 giorni torna in campo, ed è di nuovo lui: un campione. Fino al record di qualche settimana fa.

E così, anche tu, caro Peyton sei vecchio e ti danno per morto. Quando racconto in giro che cosa vogliamo combinare io e te, storcono il naso, ridono. Però chissà, magari anche tu, come Manning, farai un record. Se andasse diversamente non importa: ci avremo provato; però un nome benaugurante è un buon modo per cominciare.

RINGRAZIAMENTI: Lo so, solitamente i ringraziamenti si fanno alla fine, ma anche partire e provare è una cosa per me grande, che non avrei potuto fare senza l’aiuto di tutta questa gente: Giorgio Bettinelli, anche se non c’è più e non lo saprà mai; Luca e Andrea di Motomeccanica, bravissimi e creativi, che hanno messo in forma Peyton come meglio non si sarebbe potuto; la mia famiglia, come sempre; la Francesco Gambetta e tutta la sua famiglia; Paolo Belarducci e Igor d’India, indispensabili; Marco Calatroni; Ciccio Giordano e tutti i Lido Azzurro; gli amici (tanti, ma li nominerò tutti quando – chissà – di questo viaggio ne farò un libro); l’Aranca, Cito e il Molly Malone; e infine Yesenia, che è partita, ma sarà con me per tutti i prossimi sedicimila chilometri e per quelli a venire.

P.S. Ci vediamo su moto.it (mettete un bel “mi piace” sulla loro pagina facebook, così quando pubblico qualcosa lo potete seguire! Da adesso e fino alla fine del viaggio i miei articoli usciranno SOLO)

P.S. Già che ci siete, mettetelo anche sulla pagina “Eurovespa”, dove verranno linkati tutti gli articoli che appariranno su moto.it, tutta la rassegna stampa e i messaggi inviati dal dispositivo SPOT per l’aggiornamento in tempo reale.

Non c’è fango che tenga – Cronaca di una giornata speciale

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Quando ho preso il treno, martedì mattina alle 7:11 da Celle, non sapevo bene cosa aspettarmi. Gli stivali e dei vestiti di ricambio nello zaino, la pala in mano, sono salito sull’ultimo vagone e mi sono accomodato in fondo, sull’ultimo sedile. Sentivo come una voglia di mimetizzarmi, quasi per il timore di mostrarmi così spavaldamente: ehi, guardatemi, sto andando a Genova a spalare fango.
Semi addormentato e auto esiliatomi in quella posizione a fondo binario, non ho fatto caso alla gente che via via, marciapiede dopo marciapiede, saliva alle stazioni successive. Così, sceso a Genova Brignole, quasi mi sono stupito di vedere tutti quei ragazzi in tenuta da lavoro. Poi il piazzale, una colorata riunione di giovani in attesa di qualche amico o compagno di scuola, che sembrava di essere a un concerto. Lentamente la fauna colorata scendeva lungo il Bisagno, un torrente marrone alto meno di mezzo metro, che a guardarlo sembra impossibile quello che ha combinato solo pochi giorni prima. Mi sono guardato un po’ in giro. Ancora un po’ di fango ai bordi delle strade, lungo gli argini molta spazzatura e detriti, serrande dei negozi abbassate. Tanto traffico rumoroso e ai lati, questo sciamare silenzioso di ragazzi e ragazze assonnati. Se non fosse stato per le pale e l’abbigliamento poco trendy, sarebbe sembrato un normale sciamare di scolari verso il liceo.

Questo post è la cronaca fedele della mia giornata.

Sulla scalinata del Municipio di San Fruttuoso c’è già un po’ di coda.
Documento e numero di telefono.
Vuoi una bottiglietta d’acqua?
Lì ci sono i guanti, le pale per il momento le abbiamo esaurite.
Arrivano le scope.
Prendete un pezzo di focaccia, mi raccomando!
Se sei minorenne serve la manleva.
Registratevi e seguite le istruzioni del signore con la barba sulle scale.
Venti con le pale, qui!

Così mi ritrovo poco più in là, in un piazzale ancora da ripulire. Con me altri ragazzi e ragazze, qualcuno del liceo, qualcuno dell’università e un paio di trentenni solitari come me. Qualche passante ci incoraggia, mentre cominciamo a ammucchiare il fango in grosse collinette ai bordi della strada. È così pesante e appiccicoso che grattando viene via anche l’asfalto. Il cielo grigio ci schiaccia sotto la sua umidità e ci fa sudare. Tre ragazzi sollevano la grata di un tombino. Un altro, a mani nude, infila la mano nello scarico per liberarlo e, finalmente, far defluire la pozza che ancora ricopriva un angolo del piazzale. Faccio la conoscenza di Antonio, che ha trentaquattro anni, un po’ di pancia e due grandi braccia. Fa lo stagionale come me ed è al suo secondo giorno di volontariato. Alessia e Sara sono invece due sorelle, fanno il liceo. Una maggiorenne e una no, così la prima ha pure firmato la manleva per l’altra. Loro già domenica erano in strada ad aiutare – mi raccontano – nel negozio della mamma di una loro compagna di classe; e poi tutti quelli che avevano bisogno. Chiara ha tre anni in più di Pietro, studia medicina; suo fratello fa quarta scientifico. Però a vederli sembra più vecchio lui, anche se Chiara spala senza sosta e gratta l’asfalto come se volesse cancellare sin da adesso ogni traccia di questo casino.

In via De Poli aspettiamo il furgone su cui caricare i cumuli di fango. Nell’attesa prendiamo un caffè, la signora al bar ci fa lo sconto. Poco più in là delle ragazze stanno lavando mobili e sedie, di quelle antiche, imbottite, che non torneranno probabilmente mai come erano prima. È la bottega di un restauratore: due stanze sono ancora ricoperte di fango, l’altra è stata appena pulita dalle ragazze, mentre lui cerca di salvare qualche oggetto e controlla se almeno qualcuno dei registri contabili si è salvato.
Dovrò pure chiamare la finanza – mi spiega. Però non si lamenta: nel 2011 – prosegue – mi era andata peggio; vedi il livello di questa volta? L’altra era arrivato lassù. E mi indica il soffitto.
A dare una mano qui ci sono anche Elena e Daniele. Sono di Vicenza: abituati pure là, dicono loro, alle alluvioni. Pure loro, mi raccontano, erano qua nel 2011. Persino tra i volontari, c’è chi ha un curriculum in fatto di alluvioni, pazzesco.

Io nel 2011 ero in viaggio, lontano. Non so se vi è mai capitato, ma quando a casa tua succede qualcosa e c’è l’Oceano a separarti da lì, il dolore invece di diluirsi, si fa più ficcante. Non puoi fare niente e anche se fossi stato lì non avresti certo potuto evitare il disastro, ma ti fa male essere lontano e ti senti in colpa. Anche stavolta ero in giro, seppure non così lontano. E anche per questo, appena tornato, non ho avuto molto da pensarci su.

Intanto il furgone arriva, guidato dallo stesso operaio del Comune che ci ha condotti qui dal Municipio. Un paio di volte mi ha già detto: allora i ragazzi li affido a te. A me? Il fatto è che loro, poverini, girano come trottole e non è facile organizzare tutta questa gente – tanta, tantissima – attrezzarli, smistarli, sfamarli e dissetarli e loro fanno tutto il possibile, coi telefoni che continuano a squillare e cercando di spostare i mezzi dove servono nel traffico intasato e assurdo di questa città. I soccorsi ufficiali immagino si siano diretti verso le frazioni, dove ancora il giorno precedente ci sono state frane e interi abitati sono rimasti isolati. Qui, a guardarsi in giro, se non fosse per le dozzine di gruppi di ragazzi infangati che attraversano la strada – via verso un incarico e poi di nuovo al Municipio per farsene assegnare un altro – la città sembrerebbe quasi normale. Di altri gruppi organizzati, più o meno politici, nemmeno l’ombra. Eppure ce n’è da fare anche per chi non ha mai preso in mano una pala (e le tante signore di una certa età, armate di scope e stracci, lo dimostrano).

Torno anche io verso il Municipio. Sento: “magazzini Asl” e mi ci dirigo. Poco prima incrocio un ragazzo e gli chiedo bene dove trovarli. “Ne vengo da lì, ma con le pale abbiamo finito” e allora torniamo al Municipio in cerca di qualcos’altro da fare. Perchè ce n’è ancora, tanto. Davanti alla scalinata ci sono anche telecamere e microfoni; qualcuno si offre o ci spera, perché ha qualcosa da dire o perché sì, gli piacerebbe farsi intervistare. Tanti invece si schermiscono e si allontanano. Poco più in là un gruppetto infangato fino ai capelli si fa una foto ricordo. Ed è giusto, come non c’è in fondo niente di male se qualcuno – ne ho visti proprio pochi, a dire la verità – se ne scatta una mentre lavora e la posta sui social network. Se anche lo stesse facendo per farsi vedere, per dire “c’ero anche io”, per sentirsi un poco eroe per un giorno, be’, fa bene: lo è. Meglio un selfie con la pala che uno davanti allo specchio.

Se per strada ammucchiando fango e stappando tombini mi ero reso conto che c’era ancora molto da fare e in quella bottega ho capito il dramma di chi si è visto ricoprire il negozio dal fango, è solo quando arrivo al parcheggio interrato in corso Sardegna che capisco.
Il delirio, la devastazione.
Scene da post bombardamento.
Sulla rampa d’uscita c’è una catasta enorme – sarà alta tre metri e larga cinque – di detriti e oggetti distrutti. Vedo sedie, sci, specchi, valige, biciclette. Davanti al parcheggio è crollato un muro, l’onda di piena e grandi blocchi di cemento hanno travolto tutto. L’ingresso è sfondato e i ragazzi che sono lì a lavorare hanno piazzato due tavole per costruire una rampa e scavalcare la carcassa di un’automobile che si trova incastrata lì davanti, schiacciata da quintali di detriti. Entro dentro e mentre gli occhi si adattano alla penombra, vedo tante sagome che in un delirio maleodorante riempiono di questa melma mista a detriti, che supera le caviglie, grosse conche e le trasportano fuori. Pesano, parecchio. E lavorare qui dentro, alla luce debole di un neon dondolante, è tutt’altro che sicuro. Ma si danno da fare. Spalano, spazzano, raccolgono e caricano. Sono soprattutto ragazze, credo tante amiche e compagne di Giulia, una ragazza che incrocio poco dopo, mentre solleviamo la serranda di quello che era il suo garage. Il suo scooter è infilato sotto il fuoristrada di suo padre, semi sfondato dai detriti arrivati qui con l’onda che ha riempito tutto, fino al soffitto. Liberiamo l’ingresso e cominciamo a tirare fuori le cose. Lei le guarda un attimo, qualcosa mette da parte, il resto lo consegna alla discarica. Se è scossa, non lo da a vedere, e si da da fare insieme a tutti gli altri. Per migliorare la catena di lavoro, con un altro paio di ragazzi spostiamo una moto incastrata tra le macerie, che blocca una parte dell’ingresso. Una Kawasaki, piegata in due. Fine ingloriosa e triste. Nel frattempo altri spostano qualche blocco di cemento e riusciamo così a liberare la via e evitare di salire e scendere dalla rampa, che fra l’altro così, piena di fango e appoggiata su una montagna di detriti, era pure pericolosa. Poi ci addentriamo di nuovo: ci sono ancora tre box da aprire. Il primo è quasi inaccessibile. Una Cinquecento sollevata dai blocchi di cemento è incastrata davanti all’ingresso. Alla fine riusciamo a passare, puntelliamo la serranda con quello che troviamo e iniziamo a tirare fuori i detriti più grossi, i pezzi di scaffale, le tende, le biciclette piegate. Svuotiamo e poi spingiamo fuori il fango, come se fosse un passamano, cercando di passare il meno possibile sotto la serranda precaria. Visto che lì siamo a buon punto, mi infilo nel box successivo. Un ragazzo mi solleva un poco la serranda ed entro. Qui è ancora più buio e l’odore di fogna è fortissimo. Per terra ci sono tanti scatoloni rovesciati e gonfi: quando mi accorgo che sono libri mi sale una tristezza irrefrenabile. Ne sollevo alcuni, quelli che mi sembrano appena più puliti degli altri, e li appoggio sullo scaffale. Lì vedo anche bottiglie di birra, con tappi a corona non marchiati: probabilmente il proprietario aveva l’hobby di farsi la birra artigianale in casa; penso alle ore che avrà passato, magari con gli amici, pregustando il giorno in cui se le sarebbero scolate insieme a qualche braciola e a un chilo di salsiccia e mi sento ancora più triste. Poi ancora spalo e spazzo e sollevo e mi schizzo negli occhi quello schifo e mi concio pure io da far schifo, come tutti quelli qua dentro e tutti gli altri, in giro per la città ferita. Fino a che non viene ora di andare. Intanto sono arrivati i pompieri, li abbiamo fatti chiamare perché uno dei box è ancora sigillato, con la serranda pericolosamente gonfia e sul punto di esplodere e quello no, non era il caso di metterci a scardinarlo noi. Mentre mi avvicino all’uscita mi sembra di vedere la scena finale di Léon, quando lui, sopravvissuto alla guerriglia, ferito e barcollante, intravede la luce in fondo al parcheggio sotterraneo. Io non sono ferito, anche se un po’ barcollo per il mal di schiena, e per fortuna non mi ferma nessuno e torno fuori a respirare aria pulita. Mi allontano, mentre ragazzi caricano i detriti sul camion e un paio di signore distribuiscono acqua e crostini, e mi sento un po’ colpevole mentre scivolo via, sulla strada del ritorno.

Torno al Municipio. La signora che stamattina registrava i volontari mi chiede se ho mangiato.
No, una mela, ma non si preoccupi, vado adesso a prendere qualcosa.
Mi dispiace, abbiamo solo del formaggio, il pane è finito. Vado a comprarglielo!
No, davvero, stia tranquilla. Mi dica solo dov’è il bagno.
Entra dentro, sinistra e poi destra, nell’Ufficio Anagrafe.
Mi tolgo un po’ fango dalla faccia, mi lavo le mani. Mi cambio e infilo i vestiti fradici e puzzolenti in un paio di sacchetti. Esco e sulla scalinata vedo che arrivano ancora un po’ di ragazzini, tutti giovanissimi, che probabilmente stamattina sono tornati a scuola e adesso, alle quattro, sono qui, per dare il loro contributo.
Mentre percorro a ritroso il lungofiume, incrocia ancora tanti gruppi che si spostano verso altro da fare, tanti ancora sulle soglie dei negozi a lavare il lavabile, qualcuno che va verso la stazione come me, giustamente orgoglioso dei suoi muscoli intorpiditi dalla fatica e dei suoi vestiti sporchi. Io ho indosso un paio di jeans puliti e una maglietta rossa appena messa, il cappellino copre i capelli infangati: pulito, un po’ perché – come stamattina – non mi va di mostrarmi come per dire: ehi, c’ero pure io! E un po’ perché proprio non erano più indossabili e meno male che avevo un cambio. Ma qui sono tutti così e non avrei stonato e nessuno avrebbe pensato male, perché le polemiche ci sono solo tra quelli che non si danno da fare. Stonerei di più così, pulito, se non fosse per la pala: ricoperta di fango che solo a tenerla in mano sono già sporco di nuovo, segno inequivocabile della mia identità. Però forse è per i jeans puliti che mi nota un gruppetto di ragazzi, giovanissimi, che incrocio mentre vanno verso il Municipio a cominciare il loro servizio. Con aria un po’ preoccupata mi chiedono: ma c’è ancora da fare?
Garage in corso Sardegna – rispondo.
E mentre lo dico ripenso al trolley di Giulia, ricoperto di fango, con la figurina di Topolino che fa capolino da un angolo pulito: sorridente, mentre stringe un mazzo di fiori.

P.S. Questo post è una cronaca fedele. Racconto, senza grandi riflessioni o polemiche. Ed è il mio contributo – piccolo come quello che ho potuto dare con la mia pala, rispetto a quello di tanti altri che da giorni lavorano e ancora non si fermano – alla testimonianza collettiva che rende conto e merito di tutto quello che hanno fatto queste centina di ragazze e ragazzi in mezzo a quel casino. I nomi sono stati cambiati, un po’ perchè è giusto così e un po’ perchè non li ricordavo bene tutti!

Storie Mondiali

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Non sarò mai un blogger propriamente detto: è un fatto assodato. Uno che sta sul pezzo, che scrive spesso, che dice la sua, che fa opinione. Però, ecco, anche durante questi lunghi silenzi, qualcosa ho scritto.
Intanto, in alto a destra è comparsa la sezione “poesie”, dove – ogni tanto – aggiungo qualcosa; bozze, poesie in stato larvale, pietre grezze, oggetti non identificati in attesa di collocazione.
Più che altro, però, nelle passate settimane, mi sono dedicato a scrivere cinque racconti o STORIE MONDIALI, che sono state pubblicate in prossimità dell’inizio dei Campionati del Mondo di Calcio di Brasile 2014 sul sito soccermagazine.it
Sono racconti che partendo da una partita in particolare, mescolano ricordi personali, aneddoti calcistici, divagazioni…mondi e storie e coincidenze e emozioni che solo il calcio riesce a unire e sublimare tutte insieme.

Le storie riguardano i Mondiali che ho visto e che ricordo, quindi quelli a partire da Italia ’90; è rimasto escluso quello di Sudafrica 2010, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perchè troppo recente per riuscire a storicizzarlo e a raccontarne il mondo. Nello scriverli mi sono affidato a ricordi personali, filmati su Youtube, ritagli di giornale e archivi on-line. Trovata una partita o un episodio o un ricordo che catturava la mia attenzione, i racconti sono poi andati avanti da sé, raccontando a me, prima che io potessi farlo con voi, un universo infinito di concatenzioni e emozioni. Rivedere un altro calcio è stato quasi come rivedere un altro mondo.

Sono debitore, per la loro invenzione e scrittura, ovviamente e innanzitutto, al mitico Federico Buffa, che non leggerà mai queste pagine, ma che ringrazio. Mentre le scrivevo, le ho immaginate raccontate alla sua maniera. Mi sono divertito un sacco a scriverle, spero piacciano anche a voi che le leggerete.

I racconti li trovate sfogliando le pagine precedenti del blog o anche linkati qua sotto:

ITALIA ’90 L’ultimo ballo della Jugoslavia https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/07/03/lultimo-ballo-della-jugoslavia-italia-90-argentina-jugoslavia-3-2-d-c-r/

USA ’94 I Mondiali ai tempi di Sensible Soccer https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/07/03/i-mondiali-ai-tempi-di-sensible-soccer-usa-94-italia-eire-0-1/

FRANCIA ’98 La peggior Spagna di sempre https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/07/03/la-peggior-spagna-di-sempre-francia-98-spagna-nigeria-2-3/

COREA&GIAPPONE 2002 Cose turche in Estremo Oriente https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/07/03/cose-turche-in-estremo-oriente-coreagiappone-2002-senegal-turchia-0-1-d-t-s/

GERMANIA 2006 Dov’eri tu? https://buenavistasocialpub2013.wordpress.com/2014/07/03/doveri-tu-germania-2006-portogallo-angola-1-0/

Dov’eri tu? – Germania 2006, Portogallo-Angola 1-0

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Dov’eri tu in quel momento? È una domanda da momenti storici: dov’eri tu mentre accadeva quell’evento? Come l’hai seguito, come ne hai avuto notizia. Cosa stavi facendo. Quando l’uomo è sbarcato sulla Luna. Quando sono cadute le Twin Towers. Li hai visti i traccianti nella notte di Baghdad durante la Prima Guerra del Golfo? E con chi eri quando l’Italia ha vinto i Mondiali?
Ricordo tutto perfettamente: luoghi, facce, persone che ho abbracciato, imprecazioni ed esultanze. Ricordo anche che ho fatto il bagno nella fontana, che alle quattro del mattino ero sulla strada di casa e alle sei e mezza di nuovo sul lavoro, a rastrellare la spiaggia. Comunque, nessuno arrivò molto presto al mare il giorno dopo.
Chiaramente, tutto dipende dall’evento. Io so benissimo dov’ero quella notte. Probabilmente, se chiedeste a un cinese cosa ha fatto la notte del 9 luglio 2006, risponderebbe: boh. Ammesso che in Cina si dica “boh”. E chissà quante cose sono successe quella notte, come conseguenza di un evento che a sua volta discende da una quantità infinita di piccoli accadimenti che hanno portato fino a lì. Qualcuno che si è innamorato in piazza, qualcuno che s’è rotto un piede scivolando sul bordo di una fontana, qualcuno a cui hanno ritirato la patente e qualcuno che non se lo ricorda più perché quella notte ha festeggiato troppo. Il calcio non è che un caleidoscopio di queste catene incredibili, di queste successioni improbabili, di questi eventi che partono da lontanissimo e finiscono per avere conseguenze spropositate e coinvolgere qualche milione di persone; in modo persino spietato: se Materazzi ride, Zidane piange. Se Nesta si fa male. Se Totti non esce. Se Grosso svirgola. Se Del Piero scivola.
Se Fabrice Alcebiades Maieco detto Akwà non avesse fatto gol. Dov’eri tu il pomeriggio del 8 ottobre 2005?
Akwà quel pomeriggio è a Kigali, capitale del Ruanda, allo stadio Amahoro. Ci sono 25.000 spettatori, anche se il Ruanda è in coda al gruppo 4 con 5 punti. A qualche chilometro da lì, la Nigeria sta facendo il suo dovere, asfaltando lo Zimbabwe, che peraltro gioca senza assilli, visto che è già matematicamente terzo e qualificato alla Coppa d’Africa. Anche la Nigeria è già qualificata alla rassegna continentale, ma le Super Aquile vogliono i Mondiali. E solo la prima vi si qualifica. Comunque: una doppietta di Obafemi Martins e un gol di Yussuf hanno già archiviato la pratica. Al 75′ siamo 3 a 1. L’Angola invece arranca, fatica a sbloccare la partita. Si vede che è una squadra non abituata a certe gare. È incredibile già il fatto che sia lì a giocarsi la qualificazione. Tutto è cominciato un anno prima, quando il 20 giugno 2004 all’Estadio de Cidadela di Luanda Akwà all’ottantaquattresimo stende la Nigeria e firma l’impresa. In virtù di quel gol, in caso di arrivo a pari punti, l’Angola sarebbe in vantaggio grazie agli scontri diretti, visto che al ritorno, nella polverosa Kano città di disordini religiosi e di tintori di cotone color indaco – i drappi dei Touareg – la partita è finita 1 a 1, con Figuerido che ha risposto al gol in avvio di Jay Jay Okocha (che nel 2002 aveva lasciato il PSG, in concomitanza con l’arrivo del buon Pauleta…). Però l’Angola deve vincere contro il Ruanda. Al minuto 79′ Akwà si presenta puntuale all’appuntamento con la storia. L’Angola vince 1 a 0 e va ai Mondiali di Germania.
Forse a nessuno interessa leggere questa storia. L’Italia ha vinto i Mondiali e tu racconti dell’Angola? Ma l’Angola giocò contro il Portogallo all’esordio. E segnò Pauleta, su assist di Figo, che fa un gran numero aggirando l’avversario e servendo il pallone al compagno sull’uscita del portiere. Finì 1 a 0, nonostante altre occasioni. Pauleta era il centravanti titolarissimo: ma se non avesse segnato al debutto e il Portogallo avesse pareggiato? Pauleta in quel Mondiale le gioca tutte (a parte la non decisiva Portogallo-Messico). E se invece avesse perso il posto? Se l’Angola non avesse pagato l’emozione del debutto mondiale e non avesse subito quel gol troppo comodo a inizio partita? Il Portogallo gioca (bene) la semifinale contro la Francia; Pauleta è in campo (male) fino al ’68. Se al suo posta avesse giocato Postiga o Nuno Gomes? Peraltro, a proposito di coincidenze, se Ricardo Carvalho non fosse scivolato, forse non avrebbe commesso il fallo da rigore. Forse la finale sarebbe stata Portogallo-Italia. Tutto allora parte dall’Angola. Dov’ero io l’11 novembre 1975?
Il Portogallo si insedia in territorio angolano già nel 1400 (e sì: allora partiamo decisamente da molto lontano). Popolo di navigatori e commercianti, non è che colonizzarono proprio i territori in cui sbarcarono: facevano scalo, organizzavano basi commerciali, traffici, rotte. L’Angola sulla costa Ovest, il Mozambico su quella Est e un sacco di merci e uomini da spostare da una parte all’altra. Un po’ come il pallone sul campo da gioco: perché i Portoghesi sono così; non è che gli interessi poi tanto dominare: tengono il pallone, lo spostano qua e là, danzano come caravelle fra le onde verdi dell’erba. Rui Costa come Enrico il Navigatore. Paulo Sousa come Bartolomeu Diaz. Figo come Vasco De Gama. Beh, comunque qualche gol ogni tanto lo fanno anche loro e allora, agli inizi del Novecento sono ancora lì e l’Angola è a tutti gli effetti una colonia portoghese. E i Portoghesi dalle colonie hanno sempre saputo trarre ottimi proventi; per esempio: il signor Eusebio da Silva Ferreira nacque in Mozambico, da madre mozambicana e padre angolana. Poi arrivano gli anni ’50 e i movimenti indipendentisti. Salazar di decolonizzazione non ne vuol proprio sentir parlare: per il bene dei paesi africani – dice lui – che altrimenti cadrebbero in mano a USA e URSS che si stanno sfidando nella Guerra Fredda. Ma in Angola fa caldo e la guerra scoppia sul serio e Salazar, bisogna ammetterlo, non si sbagliava di molto: il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) sostenuta dall’Unione Sovietica, contro l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) sostenuta dagli Stati Uniti, contro l’esercito portoghese che l’Angola la vuole ancora per sé. Non sia mai che da qualche parte si nasconda il papà di un altro Eusebio. Ma alla fine si ritira, dopo la Rivoluzione dei Garofani che nel ’74 manda a casa Salazar. L’11 novembre 1975 il MPLA dichiara l’indipendenza. Seguiranno anni ancora di guerra civile, sanguinosa e confusa; solo negli anni 2000 l’Angola troverà un po’ di pace e si riconcilierà del tutto con la vecchia madrepatria. E poi arriva il calcio, che fa accadere queste coincidenze incredibili: ti qualifichi ai Campionati del Mondo per la prima volta e che ti capita? Che il 9 dicembre 2005 l’urna ti regala al debutto la sfida con il Portogallo.
Joao Ricardo; Locó, Jamba, Kali, Delgado; Andre, Figuerido, Ze Kalanga, Mateus, Mendonça; Akwà. A parte un paio di nomi, sembra una formazione del Portogallo. Allenata dall’angolano Luis de Oliveira Gonçalves. Qualcuno è bianco, nato in Angola e poi tornato in Portogallo, patria dei genitori, dopo l’indipendenza. Entrerà anche Mantorras – contrazione di Pedro Manuel Torres – al posto di uno spento e impreciso Akwà. Mantorras è il giocatore più conosciuto, gioca nel Benfica ed è famoso anche in Portogallo. Si è infortunato gravemente nel 2002, ma dopo quattro operazioni e due anni di riabilitazione è rientrato e si è ripreso ha dato una mano alla squadra a vincere il campionato nel 2005. Non è in grande forma, ma è una risorsa importante. Qualcun altro gioca in Portogallo, ma in club minori, come Kali (al secolo Carlos Manuel Gonçalves Alonso) che gioca nel Barreirese o Figuerido nel Varzim. Anche Akwà è passato in Portogallo, ma nel 2006 è a fare il centravanti in Qatar, nel Al-Wakrah. Qualcuno gioca pure nel Benfica; sì, ma quello di Luanda. Anche se la squadra più importante della capitale è l’Atletico Petroleo, che vanta ben 15 vittorie nella Girabola – che è il nome bellissimo del campionato angolano.
Al 35′ c’è un calcio d’angolo per il Portogallo; batte Figo, stacca Cristiano Ronaldo: traversa. Un altro paio di buone occasioni capitano a Pauleta, ma il centravanti le spreca. Si va all’intervallo sull’1-0, risultato striminzito e facce un po’ nervose tra i portoghesi. Nella ripresa il copione è lo stesso: possesso palla portoghese, piuttosto sterile, e risultato fermo. Minuto 58: Pauleta raccoglie un pallone vagante sulla trequarti e punta l’area; nessuno lo affronta e arriva al limite; intanto Tiago si sovrappone a destra, Simao a sinistra. Quest’ultimo è liberissimo, ma Pauleta che fa? Prende la mira e spara un piattone che è poco più di un passaggio a Joao Ricardo. Simao non la prende benissimo. Mantorras entra al ’60, ma non ha possibilità per incidere. L’occasione buona capita a Locó , al 69′; c’è uno svarione di Fernando Meira che respinge male di testa su un lancio lungo; Nuno Valente, che ha chiuso la diagonale sul taglio di Mateus lasciando scoperta la fascia, scivola e la palla arriva a numero 20 angolano. Manuel Antonio Cange è nato a Luanda il giorno di Natale del 1984. Nel 2006 ha ventidue anni, gioca nel Primero de Agosto, un’altra squadra ancora della capitale. Dal Benfica e dall’Atletico Petroleo è già passato. Lo chiamano Locó, che in portoghese significa pazzo. A dire la verità, non fa niente per smentire il soprannome. Ricordate i capelli di Ronaldo in Giappone? Ecco, lui sfodera la versione 2.0. Non solo un triangolo di capelli sulla cima di una testa rasata, ma capelli riuniti in piccole treccine che gli ciondolano allegre sulla fronte. Probabilmente il suo parrucchiere è lo stesso di Taribo West, un altro che in quanto a locura non ha niente da invidiare a nessuno. Con Delgado, Jamba e Kali forma il quartetto difensivo titolare (che uscirà dal torneo, fra l’altro, con solo due gol al passivo). Chissà cosa pensa Manuel Antonio quando vede quel pallone che rimbalza al limite dell’area? Dov’era lui, Locó, nel dicembre del 1988? Probabilmente in qualche cortile a giocare con un pallone improvvisato, mentre intorno continuavano i fuochi della guerra civile. Il Sudafrica (che sosteneva l’UNITA insieme agli USA e che aveva dato il via alla guerra invadendo l’Angola da sud già nel 1975) era stato da poco sconfitto a Cuito Carnavale – nome assurdo per un luogo di battaglia – dall’esercito del MPLA – rimpolpato da soldati cubani e appoggiato dall’URSS – e la guerra sembrava volgere al termine. A New York vennero firmati gli accordi di pace. Stando attento a non finire su una delle milioni di mine antiuomo sparse sul territorio angolano, a migliaia di chilometri di distanza, si era deciso che Locó avrebbe potuto continuare a giocare a palla. In realtà le cose non migliorarono molto: nel 1991 i soldati stranieri se n’erano andati, ma l’UNITA non aveva ancora voglia di deporre le armi e dopo le elezioni del ’92 ripresero i combattimenti. Si andrà avanti ancora 10 anni, mentre il MPLA farà amicizia coi vecchi nemici – USA e Portogallo su tutti – e mettendo in fuorigioco quelli dell’UNITA. Nel frattempo Locó ha continuato a giocare, scampando ai proiettili e l’anno dopo verrà tesserato dal Benfica. Ora gioca con un pallone vero e impara il ruolo del terzino. Gli piace anche attaccare però, corre sulla fascia, spinge, si inserisce. Al minuto ’69, la sera dell’11 Giugno 2006, a Colonia, Manuel Antonio Cange ha la palla buona per dare un calcio alla storia. Non gli esce bene e la palla finisce abbondantemente fuori. Non era facile, comunque; la palla è alta, lui prova a colpirla di collo esterno per darle una traiettoria pericolosa, ma la colpisce quasi di stinco e la svirgola. Finisce 1 a 0, con l’Angola domata, ma a testa altissima. Il Portogallo si mette in tasca i tre punti, ma la sensazione è che la decolonizzazione sia ormai completa e il Portogallo dovrà in futuro accontentarsi di Pauleta, che non è Eusebio. E non è nemmeno Mantorras, che lì davanti ci starebbe bene.
Ad Hannover, la sera del 16 giugno, l’Angola non tradisce l’emozione. Anzi: nel primo tempo in pratica non succede nulla. Il risultato non si sblocca e il Messico non riesce nemmeno a rendersi pericoloso, tranne che con una punizione da lunghissima distanza di Rafa Marquez che scheggia il palo. Dal 60′ in poi però le occasioni cominciano a fioccare. Quando non ci arriva Joao Ricardo, ci pensano il palo – ancora – e Kali, che al 69′ salva sulla linea. Finisce 0 a 0 e l’Angola fa il suo primo punto in una fase finale dei Mondiali e resta in corsa. Joao Ricardo è il migliore in campo, nonostante qualche uscita un po’ avventata. Ma gliela si può perdonare, visto che da un anno non gioca. Sì, perché è rimasto senza squadra; però era il portiere più forte e allora gli hanno detto: allenati per i fatti tuoi, ma bene; e vieni a fare i Mondiali. Lui è nato in Angola, ma ci è rimasto solo fino ai 4 anni. Nel 1974, quando ormai l’indipendenza della colonia pare inevitabile, i suoi genitori tornano a casa. Joao crescerà in Portogallo, entrerà nelle giovanili dell’Uniao Leira e giocherà in squadre minori. Passati i Mondiali, trentatré anni dopo aver lasciato Luanda, tornerà a giocare a casa, per una stagione, nell’Atletico Petroleo.
Sulla linea di porta, come Kali qualche giorno prima, stavolta c’è Mendonça, uno di quelli che giocava in Portogallo, nel Varzim, che al 27′ respinge il colpo di testa di Hashemian, attaccante iraniano dell’Hannover 96, che un paio di stagioni prima era passato persino dal Bayer Monaco. È il pomeriggio del 21 giugno, terzo turno del gruppo D. Dall’altra parte il Portogallo già qualificato sta vincendo 2 a 1 con il Messico. L’ex madrepatria sta facendo un favore all’ex colonia. In caso di vittoria l’Angola infatti raggiungerebbe il Messico e se la giocherebbero sulla differenza reti. Ma l’Iran – già eliminato – sta giocando molto meglio. Ali Daei, capitano e leggenda della nazionale, si è mangiato un gol già fatto, colpendo malissimo di testa a due metri dalla porta. E non è stata l’unica occasione. Ma siamo ancora 0 a 0. E al 60′ in mezzo all’area c’è Flavio Amado da Silva, che fa l’attaccante nel Al-Ahly, campionato egiziano. Non è Daei, che ha un passato nella Bundesliga con il Bayer e l’Herta Berlino, ma non manca l’appuntamento col destino. Lui di testa la colpisce benissimo e fa gol. Flavio, il 21 giugno 2006, si trova al posto giusto nel momento giusto. E l’Angola sogna.
La favola finisce al minuto 75: Sohrab Bakhtiarizadeh salta tutto solo in mezza all’area su un calcio d’angolo e fa 1 a 1. Dov’ero io in quel momento proprio non lo so. Ma questa storia che parte da lontano e attraversa i secoli ci insegna che ci sono momenti incredibili che vale la pena raccontare, perché, benché non siano stati storici per te, raccontano la vita di milioni di persone, anche attraverso il calcio e i suoi intrecci meravigliosi.
Il giorno dopo Iran-Angola, nell’ultima giornata del gruppo E, l’Italia gioca contro la Repubblica Ceca; io ero al lavoro, in teoria seduto sul trespolo a sorvegliare il mare; che però era piatto e senza nessuno a bagno, quindi potevo ascoltare la partita alla radio e – eventualmente – correre al bar a godermi qualche replay. Vinse l’Italia 2-0, con un grande Buffon che salvò più volte su Nedved e difese il gol di Materazzi. Che si fece trovare al momento giusto nel posto giusto, entrato al posto dell’infortunato Nesta.
E se? Anche Pauleta segnò dopo pochi minuti contro l’Angola. E poi non segnò più. Materazzi, beh: dov’eravate voi la sera del 9 Luglio 2006?

Cose turche in Estremo Oriente – Corea&Giappone 2002, Senegal-Turchia 0-1 d.t.s.

ilhan-mansiz

Il 18 giugno del 2002 ero a casa di un amico, insieme a altri sei o sette, tutti scappati dal lavoro – chi ufficialmente, chi meno – a qualche bottiglia di birra vuota e a una quantità incredibile di imprecazioni, quando un paio di maglie azzurre restarono impalate a guardare un buffo coreano che saltava al limite dell’area piccola. La sensazione fu che così doveva andare, per molti e disparati motivi, ma anche e soprattutto perché quella squadra non fece molto per meritare un epilogo diverso. Con tutte le attenuanti del caso. Però quelli erano anni in cui il calcio italiano era ancora all’avanguardia rispetto al resto del mondo: in fatto di attenzione alle pettinature e al look, quella squadra non avrebbe nulla da imparare dal CR7 di oggi. Qualche aggiustata in meno ai ciuffi e un po’ di concretezza in più avrebbero aiutato una squadra che di talento ne aveva da vendere.
Però non vorrei parlare di questo. Parlare di Italia-Corea significherebbe parlare anche di Byron Moreno, degli striscioni incredibili appesi alle tribune in mezzo a quel mare rosso di tifosi che era comunque impressionante. Bisognerebbe quindi parlare di Portogallo-Corea e di Corea-Spagna. Anche quelle partite lasciarono un bel po’ di strascichi. Ma pure in questo caso non ci si potrebbe accontentare di dire: doveva finire così; bisognerebbe andare a chiedere a Joao Pinto che gli saltò in testa a metà del primo tempo di una partita che al Portogallo sarebbe bastato pareggiare per fare quell’entrata da karateka in mezzo al campo, che gli costò il rosso diretto. E bisognerebbe anche dire che ai calci di rigore, per quanto la situazione ambientale fosse ostile, nessuno obbligò Joaquin a sbagliare. D’accordo: non avrebbero dovuto nemmeno arrivarci a quel punto, con tutta probabilità. Due gol annullati senza alcun motivo fecero gridare allo scandalo. Ci prendevano in giro: poveracci gli italiani, i soliti vittimisti; vi facciamo vedere noi come si sistemano questi musi gialli. Finì con Marca che titolava: gli italiani avevano ragione! L’italiano medio – e, ammetto, pure io – pensò: ben vi sta! Nella più ovvia delle logiche tantopeggiste che vanno sempre di moda: mal comune, mezzo gaudio.
Quello del 2002 viene sempre citato come il Mondiale più pilotato della storia. Però anche quello del 1962, con la famosa “battaglia di Santiago”, dalla quale uscimmo malmenati e praticamente eliminati, non fu da meno. Di quel Mondiale – e di quella partita – si è scritto tantissimo ed anche in questo caso, l’Italia ci mise del suo: pressione ambientale (tutto, si dice, nato da un incidente diplomatico a causa di un articolo de Il resto del Carlino in cui si parlava male di Santiago e di tutto il Cile) e sviste arbitrali furono così grandi da far sembrare normale la partita di Daejeon, ma il pressapochismo e la confusione tecniche con cui fu affrontata quella spedizione furono ai limiti del ridicolo.
Però questa vuol essere un’altra storia, una storia bella. Cose turche nell’estremo oriente. Dopo 10′ secondi del primo tempo supplementare Henri Camara è già dentro l’area turca, grazie a una travolgente azione personale; l’uscita del portiere lo frena e l’attaccante senegalese finisce per trascinarsi il pallone fuori. Sarebbe stato incredibile: sei giorni prima era stato suo l’ultimo pallone della partita, il golden gol agli ottavi contro la Svezia, e di nuovo stava per mettere la firma sul proseguimento della favola del Senegal, che prima degli ottavi aveva battuto anche la Francia, all’esordio (anche quella sera ero in compagnia di amici, ma al ristorante, e, tra una birra e un pezzo di salsiccia, ridemmo senza minimamente prendere in considerazione che anche l’Italia avrebbe potuto far poco meglio degli antipatici Transalpini) e s’era qualificata mettendosi alle spalle nel girone anche l’Uruguay di Recoba e Forlan.
Il portiere che chiuse l’incursione di Camara era il signor Rüştü Reçber, che all’epoca difendeva i pali del Fenerbache. 1,86 m, una lunga coda nero corvina, una striscia nera sotto gli occhi per combattere il riverbero dei riflettori e l’espressione da pirata ottomano: chiunque nei panni dell’ala senegalese almeno per un attimo si sarebbe spaventato. Rüştü otto mani sembra averle sul serio: è un portiere dotato di riflessi eccezionali e una personalità che lo fa sembrare un Ibrahimovic della porta; in quel momento è uno dei migliori portieri del mondo e ai Mondiali sembra secondo solo a Oliver Khan; altrettanta personalità anche se stile completamente diverso. Poco dopo il buon Reçber uscirà in presa alta, con le braccia protese in avanti e un balzo che sembra un teatrante appeso a un cavo d’acciaio e con la sua manona destra innescherà il contropiede.
Gran bella squadra, quella Turchia. Certo, capire come abbia fatto – senza offesa – ad arrivare fino a quel punto una squadra che schierava Hakan Sukur come centravanti, francamente, non è facile. Eppure il lungagnone turco ha alle spalle una carriera di tutto rispetto e la stima di tanti che lo hanno allenato. Quasi un feticcio per Terim, voluto fortemente a Milano, sponda nerazzurra, da Marcello Lippi (anche se una campagna acquisti che comprendeva pure i bolliti Jugovic e Paulo Sousa e il siluramento di Diego Pablo Simeone, qualche dubbio sulla buona fede dell’allenatore lo solleva…). Al di là del suo feeling con la porta troppo scarso per un attaccante, il buon Sukur ha però dalla sua il gran fisico e la generosità: il lavoro che fa per la squadra, difendendo palle sporche, pressando e aprendo gli spazi agli inserimenti dei centrocampisti, è fondamentale per il gioco di questa squadra. Alle sue spalle infatti, nella squadra disegnata da Şenol Güneş, giostrano Emre Belozoglu, Hasan Sas, Umit Davala, Yldiray Basturk: tutta gente con corsa e piedi buoni. Questa la spiegazione tecnica dell’inamovibilità di Hakan Sukur, che di questa nazionale è anche il capitano. Ma c’era molto di più là in mezzo a quelle maglie rosse, all’ombra della mezzaluna. C’è chi dice che siano tutte storie; ma – dicono gli altri – il fatto che il centravanti dopo il ritiro si sia candidato con l’AKP, il partito islamico conservatore, non fa che confermare il suo ruolo di capo clan all’interno di quello spogliatoio. O almeno di una parte: quella dei fedeli, che si contrappone alla parte non musulmana, guidata da Basturk, che infatti a Sukur non sta simpatico manco un po’, e però dei piedi buoni del folletto col numero 10 proprio non si può fare a meno lì in mezzo. Una parte della squadra si raccoglie in preghiera, l’altra forse si sparpaglia, o si raccoglie attorno a un biliardo fumando sigarette. A Güneş, in teoria, dovrebbe interessare poco, ma pare che abbia una preferenza per Hakan, sempre in campo nonostante lo zero nella casella gol segnati. Şenol è un vincente poco amato. Di Trazbon (in italiano Trebisonda, tanto per dire), passa per un tipo tranquillo, che perdona Rivaldo dopo la sceneggiata – finse di aver preso una pallonata in faccia provocando l’espulsione di Hakan Unsal, che quel pallone gliel’aveva spedito sulla caviglia. Non lo farà più, dice Güneş. Comunque Hakan è sempre in campo e quando c’è da tirare fuori qualcuno, si alza la lavagnetta con il numero 10. Quasi sempre. La sera del 22 giugno, lungo la linea del fallo laterale, si è illuminato invece proprio il numero 9. Eh sì, caro Hakan, stavolta tocca a te.
In campo, tra quelli che fanno paura, c’è anche Umit Davala, coi suoi capelli da moichano e il numero 22 sulla schiena, che ha segnato il gol della vittoria contro i padroni di casa del Giappone negli ottavi di finale. Pure Hasan Sas, il trascinatore della squadra fino a quel momento (tre assist e due gol), va sempre in giro per il prato con la faccia incazzata, sotto una pelata che in quegli anni si sarebbe detta “alla Ronaldo”, se non fosse che lo stesso Luis Nazario de Lima, si presentò al Mondiale nippocoreano con un triangolo di pelo riccio sulla fronte.
Minuto 67: esce Hakan Sukur, entra Ilhan Mansiz. A dire la verità, è un cambio già visto: nella partita del girone terminata 1-1 contro la Costarica. Però quella era, appunto, una partita; questa è La Partita: qui si fa la storia della nazionale di calcio della Turchia e si farà – o meno – per i prossimi 23 minuti, più recupero, più eventuali supplementari e calci di rigore, senza il suo leader, capitano, condottiero, guida spirituale. Ad ogni modo, Ilhan c’è abituato: 24′ al debutto contro il Brasile; 15′ contro la Costarica; 20′ contro la Cina, nella vittoria 3-0 che qualifica la squadra di Şenol agli ottavi; i minuti di recupero contro il Giappone. Fino a quel momento, non aveva ancora lasciato il segno. Era semplicemente l’uomo che Güneş usava per far rifiatare, a giro, gli uomini offensivi della sua squadra titolare.
Non è stata una gran partita, fino a quel punto. E anche l’ingresso di Mansiz non sembra avere particolari effetti. Le squadre si temono e hanno paura di perdere. Il Senegal sembra avvertire all’improvviso il peso della Storia: da squadra rivelazione a alfiere del calcio africano, la tensione aumenta notevolmente. E forse sono anche un po’ stanchi e svuotati i giocatori. Fadiga sembra meno ispirato. Diop un po’ spento. Camara meno sprintoso. Diouf si sbatte e crea qualche grattacapo alla difesa turca, che rischia un paio di volte su qualche palla persa a metà campo. Ma non ci sono vere occasioni per i senegalesi, se si esclude un gol annullato giustamente per fuorigioco nel primo tempo. La Turchia forse si è un po’ spaventata per l’inizio grintoso di Diouf e compagni e anche se si sono subito sgonfiati, fatica ad attaccare con cattiveria. L’occasione più grossa capita a Basturk: lancio per Sukur, sponda per Hasan Sas, pallonetto a scavalcare la difesa per l’accorrente numero dieci, che anticipa Sylva di testa; salva in scivolata quasi sulla linea il numero 2 Daf.
All’inizio del primo tempo supplementare, Güneş butta dentro anche Arif Erdem, centrocampista offensivo del Galatasaray, al posto di uno stanco Emre. Bruno Metsu invece si agita in panchina, con i suoi lunghi ricci biondi che sventolano e gli occhi azzurrissimi che corrono sulla superficie del prato, all’inseguimento dei suoi, del pallone, dello spazio giusto e dell’intuizione, ma non effettua cambi. D’altra parte, sembra davvero una di quelle partite destinate a finire così, a reti bianche. L’evento imprevisto si accanirà in seguito con lo sfortunato Metsu, che dopo aver girovagato per il mondo arabo (convertitosi all’Islam e preso il nome di Abdoul Karim, allenerà Emirati Arabi, Qatar e squadre di club di quei paesi; l’ultima fu l’Al-Wasl, subentrando all’esonerato Diego Armando Maradona), tornerà in patria per morire di malattia nell’ottobre del 2013.
Quella sera l’imprevisto fu certamente da meno e non venne sotto le sembianze di una malattia. Quella sera spezzò la trama già scritta di uno 0-0 e via, ai calci di rigore, proprio Ilhan Mansiz. Quello che non ti aspetti. Anche se Ilhan quell’anno è stato capocannoniere della Superlig turca. Gioca nel Besiktas e fa gol in tutti i modi. L’hanno pescato nel Samsunspor, che a sua volta l’aveva scovato nel Kuşadasıspor, squadra che militava in seconda serie. Aveva già provato, un paio di stagioni prima, a sfondare in patria, lui che è nato in Germania e ha fatto tutte le giovanili in terra tedesca, fino alle porte della prima squadra del Colonia. Ma con il Gençlerbirliği giocò solo un paio di partite e se ne tornò a casa, nel club turco di Monaco. Un cammino tortuoso, per arrivare fino lì, ai tempi supplementari di un quarto di finale, alle soglie di un traguardo storico per la Turchia. Fa gol, come detto, in tutti i modi: gioca centravanti, ma svaria; ha un gran tiro da fuori, è freddo sotto porta, ha un buon dribbling ed eleganza. Attaccante moderno, completo. La maglia 26 del Besiktas quell’anno spopola sulle bancarelle intorno allo stadio. Anche quella rossa della nazionale, con il 17 sulla schiena, c’è da giurare che all’indomani di quella partita in terra nipponica, andò a ruba dalle sue parti.
Uscita alta di Rüştü. Lancio lungo con la manona destra per Arif Erdem, appena entrato. Stoppa e si gira sulla trequarti, salta un avversario aggirandolo e si invola. Scivolata di Daf, forse fallo. Tutti protestano, sì, no, arbitro! Il colombiano Ruiz non fischia e fa bene, Daf è entrato sul pallone, e forse sta per assegnare un fallo laterale alla Turchia; ma poco prima che la palla esca, spunta a una velocità impressionante la cresta di Umit Davala – siamo al 94′ e questo corre ancora come un matto – stop a seguire, alza la testa e crossa basso, a tagliare verso il centro dell’area. Ed eccolo lì. Taglia verso il primo palo e poco fuori dall’area piccola, ma defilato all’altezza del vertice, incrocia di controbalzo. Per un attimo, sembra un gesto alla Van Basten. Palla nell’angolo opposto, con Sylva immobile. È golden gol. È Storia per la Turchia. Ilhan corre, col suo bel viso e quel codino in alto, come un Beckham di Turchia, esulta, sorride, allarga le braccia, si butta a terra. E con lui tutta la Turchia. Nel mucchio di giocatori che si affastella sopra il goleador disteso in preda all’euforia, non ci sono clan, Hakan e Basturk si confondono nella marea rossa, su cui salta anche il buffo Şenol, dopo una corsa da pensionato in giacca e cravatta.
La Turchia è in semifinale. E sarà ancora contro il Brasile, vincitore questa volta senza polemiche. Anzi, sarà solo grazie al portiere con l’aria da pirata se finirà soltanto 1 a 0. Ci saranno altri 28′ per Mansiz, questa volta al posto di Emre, accanto a Hakan Sukur, ma senza gloria; o meglio: senza vittoria, che la gloria personale Ilhan se la guadagna tutta, alzandosi la palla col tacco per saltare un certo Roberto Carlos, che ci mette un po’ a capire dove sia passata la sfera. La Turchia, comunque, si rifarà nella finale per il terzo posto, contro lo spauracchio Corea del Sud.
Eh sì, perché alla fine la Germania ha fermato la cavalcata trionfale, sospinta da entusiasmo e venti sospetti, della squadra di Hiddink. Perchè quelli sono tedeschi, mica latini come portoghesi, italiani e spagnoli, che si sono fatti prendere dal clima incandescente e hanno perso, chi più, chi meno, la testa e la partita. Loro sono teutonici. I fischi non li ascoltano. I calci non li sentono. Anzi: rifilano loro qualche calcione ai rapidi coreani, che Ramelow e Mertesacker sono troppo macchinosi per inseguirli. Un calcetto per fermare l’ennesimo contropiede lo da anche Ballack, l’unico giocatore di vero talento di quella Germania, pratica all’ennesima potenza, e si becca un giallo che fa scattare la squalifica. Khan fa il suo dovere e lo fa alla grande. Insomma, cari coreani: non ce n’è, questi sono macchine, mica calciatori. Allora Neuville indugia un po’ sulla destra, crossa così così, arretrato per l’accorrente Ballack. Tiro, respinta, tap-in e 1 a 0. Michael esulta come farebbe un latino al torneo dei rioni. Non cambierà più il risultato e la Germania andrà all’ennesima finale, contro il Brasile di Ronaldo. Sarà due a zero, con doppietta del Fenomeno e Ballack a guardarlo in tuta a bordo campo.
La finale del terzo posto, il giorno prima, se l’era in pratica vinta da solo il solito Mansiz. Schierato per la prima volta dall’inizio, dopo 15” va in pressing sul difensore centrale Lee, ruba palla, arriva Sukur, piattone sinistro e gol. Come a dire: fanne uno anche tu, almeno non torni a casa a zero. Il pennellone di Adapazari sorride come uno che si è tolto un peso e vanno tutti ad abbracciarlo, ma proprio tutti. Che in fondo a quanto pare, ci si vuol bene da quelle parti: siamo uno spogliatoio – sembrano dire – mica una tribuna politica, no?
Al minuto 12 poi Basturk si avventa su una palla vagante – ma come, non è fallo? Sembrano dire gli increduli coreani – verticale per Mansiz che punta l’avversario; arriva Hakan Sukur, veloce come mai si era visto in tutta la sua carriera: cinquanta metri di scatto per sovrapporsi, ricevere e chiudere il triangolo con il portiere in uscita. Mansiz fa 2 a 1, facile facile. I due si guardano e sorridono: e se ci avessero fatto giocare un po’ di più assieme? sembrano dirsi. Poco dopo la mezz’ora è già 3 a 1. Ancora Sukur che va in cielo e fa la torre per Mansiz che arriva a rimorchio. Uno-due con il compagno di reparto e tocco sotto sul portiere in uscita.
Alla fine, sarà un incredibile – viste le aspettative iniziali – medaglia di bronzo e la soddisfazione di essere l’unica squadra ad aver battuto entrambe le nazionali organizzatrici. Di fatto, questa Turchia ha perso solo contro i pentacampeon e senza sfigurare.
Dopo il Mondiale Ilhan riprende la sua maglia numero 26 del Besiktas. Ma ha un ginocchio che fa storie e non si vuole sistemare. Un anno in Giappone, perché no? Con le immagini dei suoi gol mondiali ancora fresche, trova subito un ingaggio. Ci sta poco. Prova a accasarsi all’Herta Berlino, per un trionfale ritorno alle origini. C’è anche il suo connazionale Basturk. Ma il ginocchio si rompe di nuovo, l’Herta esercita una clausola contrattuale e rescinde. Ha appena 30 anni, il Van Basten turco, ma dice basta, proprio come il più illustre olandese. In realtà ci riprova, nella squadra di Ankara: 9 presenze e 4 gol. Magari ancora qualche stagione, magari a ritmi più blandi…e invece no; come se non bastassero le ginocchia martoriate, un pomeriggio del 2007 viene investito sulle strisce pedonali. Stavolta è basta davvero.
Però Mansiz ha un cuore grande. E allora si innamora. Durante la versione turca di Dancing on Ice. Lei è la bella Oľga Beständigová, pattinatrice slovacca che partecipò, tra l’altro, alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002, in coppia col fratello. Già, proprio nel 2002, l’anno in cui il bell’Ilhan fece impazzire la Turchia. Ilhan ha 33 anni e non ha mai indossato un paio di pattini da ghiaccio. Insieme fanno un po’ ridere. Lui ha il fisico da calciatore, le gambe un po’ arcuate ed è alto 1,84. Lei è aggraziata e minuta, alta poco più di un metro e mezzo. Però si amano e Mansiz si accorge che gli piace pattinare. Gli riesce anche bene. Non bene come certi tiri da fuori con la maglia del Besiktas, ma abbastanza bene da farne una cosa seria. I pattini scivolano, le coreografie funzionano come uno schema su calcio d’angolo ben congeniato. E allora perchè non provarci? C’è una competizione, a pochi chilometri da dove sei nato, Ilhan, che qualifica alle Olimpiadi di Sochi. Andate.
Se fosse andata bene, sarebbe stato più di un Mondiale; sarebbe stato un gol in rovesciata per battere il Brasile e uno in serpentina contro la Germania, saltando Khan con uno sberleffo. Ma non è andata, anche se la favola di Ilhan e del suo amore è stata bella. Come quella della Turchia entrata nella storia grazie a quella traiettoria magica al minuto 94′ di Turchia-Corea del Sud. Come la favola di un turco, figlio di immigrati in Germania, che impara a far gol e torna a casa per farlo vedere, che si alza dalla panchina e diventa eroe nazionale, che si rialza mille volte da un lettino d’ospedale e anche, infine, dal duro asfalto e non si stufa mai di inseguire i suoi sogni con eleganza, che sia correndo sull’erba coi tacchetti delle scarpe o sia scivolando sul ghiaccio con le lame dei pattini. Tutto sommato, è andata molto meglio a lui che a Hakan Sukur, che insegue un posto in Parlamento.