Cose turche in Estremo Oriente – Corea&Giappone 2002, Senegal-Turchia 0-1 d.t.s.

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Il 18 giugno del 2002 ero a casa di un amico, insieme a altri sei o sette, tutti scappati dal lavoro – chi ufficialmente, chi meno – a qualche bottiglia di birra vuota e a una quantità incredibile di imprecazioni, quando un paio di maglie azzurre restarono impalate a guardare un buffo coreano che saltava al limite dell’area piccola. La sensazione fu che così doveva andare, per molti e disparati motivi, ma anche e soprattutto perché quella squadra non fece molto per meritare un epilogo diverso. Con tutte le attenuanti del caso. Però quelli erano anni in cui il calcio italiano era ancora all’avanguardia rispetto al resto del mondo: in fatto di attenzione alle pettinature e al look, quella squadra non avrebbe nulla da imparare dal CR7 di oggi. Qualche aggiustata in meno ai ciuffi e un po’ di concretezza in più avrebbero aiutato una squadra che di talento ne aveva da vendere.
Però non vorrei parlare di questo. Parlare di Italia-Corea significherebbe parlare anche di Byron Moreno, degli striscioni incredibili appesi alle tribune in mezzo a quel mare rosso di tifosi che era comunque impressionante. Bisognerebbe quindi parlare di Portogallo-Corea e di Corea-Spagna. Anche quelle partite lasciarono un bel po’ di strascichi. Ma pure in questo caso non ci si potrebbe accontentare di dire: doveva finire così; bisognerebbe andare a chiedere a Joao Pinto che gli saltò in testa a metà del primo tempo di una partita che al Portogallo sarebbe bastato pareggiare per fare quell’entrata da karateka in mezzo al campo, che gli costò il rosso diretto. E bisognerebbe anche dire che ai calci di rigore, per quanto la situazione ambientale fosse ostile, nessuno obbligò Joaquin a sbagliare. D’accordo: non avrebbero dovuto nemmeno arrivarci a quel punto, con tutta probabilità. Due gol annullati senza alcun motivo fecero gridare allo scandalo. Ci prendevano in giro: poveracci gli italiani, i soliti vittimisti; vi facciamo vedere noi come si sistemano questi musi gialli. Finì con Marca che titolava: gli italiani avevano ragione! L’italiano medio – e, ammetto, pure io – pensò: ben vi sta! Nella più ovvia delle logiche tantopeggiste che vanno sempre di moda: mal comune, mezzo gaudio.
Quello del 2002 viene sempre citato come il Mondiale più pilotato della storia. Però anche quello del 1962, con la famosa “battaglia di Santiago”, dalla quale uscimmo malmenati e praticamente eliminati, non fu da meno. Di quel Mondiale – e di quella partita – si è scritto tantissimo ed anche in questo caso, l’Italia ci mise del suo: pressione ambientale (tutto, si dice, nato da un incidente diplomatico a causa di un articolo de Il resto del Carlino in cui si parlava male di Santiago e di tutto il Cile) e sviste arbitrali furono così grandi da far sembrare normale la partita di Daejeon, ma il pressapochismo e la confusione tecniche con cui fu affrontata quella spedizione furono ai limiti del ridicolo.
Però questa vuol essere un’altra storia, una storia bella. Cose turche nell’estremo oriente. Dopo 10′ secondi del primo tempo supplementare Henri Camara è già dentro l’area turca, grazie a una travolgente azione personale; l’uscita del portiere lo frena e l’attaccante senegalese finisce per trascinarsi il pallone fuori. Sarebbe stato incredibile: sei giorni prima era stato suo l’ultimo pallone della partita, il golden gol agli ottavi contro la Svezia, e di nuovo stava per mettere la firma sul proseguimento della favola del Senegal, che prima degli ottavi aveva battuto anche la Francia, all’esordio (anche quella sera ero in compagnia di amici, ma al ristorante, e, tra una birra e un pezzo di salsiccia, ridemmo senza minimamente prendere in considerazione che anche l’Italia avrebbe potuto far poco meglio degli antipatici Transalpini) e s’era qualificata mettendosi alle spalle nel girone anche l’Uruguay di Recoba e Forlan.
Il portiere che chiuse l’incursione di Camara era il signor Rüştü Reçber, che all’epoca difendeva i pali del Fenerbache. 1,86 m, una lunga coda nero corvina, una striscia nera sotto gli occhi per combattere il riverbero dei riflettori e l’espressione da pirata ottomano: chiunque nei panni dell’ala senegalese almeno per un attimo si sarebbe spaventato. Rüştü otto mani sembra averle sul serio: è un portiere dotato di riflessi eccezionali e una personalità che lo fa sembrare un Ibrahimovic della porta; in quel momento è uno dei migliori portieri del mondo e ai Mondiali sembra secondo solo a Oliver Khan; altrettanta personalità anche se stile completamente diverso. Poco dopo il buon Reçber uscirà in presa alta, con le braccia protese in avanti e un balzo che sembra un teatrante appeso a un cavo d’acciaio e con la sua manona destra innescherà il contropiede.
Gran bella squadra, quella Turchia. Certo, capire come abbia fatto – senza offesa – ad arrivare fino a quel punto una squadra che schierava Hakan Sukur come centravanti, francamente, non è facile. Eppure il lungagnone turco ha alle spalle una carriera di tutto rispetto e la stima di tanti che lo hanno allenato. Quasi un feticcio per Terim, voluto fortemente a Milano, sponda nerazzurra, da Marcello Lippi (anche se una campagna acquisti che comprendeva pure i bolliti Jugovic e Paulo Sousa e il siluramento di Diego Pablo Simeone, qualche dubbio sulla buona fede dell’allenatore lo solleva…). Al di là del suo feeling con la porta troppo scarso per un attaccante, il buon Sukur ha però dalla sua il gran fisico e la generosità: il lavoro che fa per la squadra, difendendo palle sporche, pressando e aprendo gli spazi agli inserimenti dei centrocampisti, è fondamentale per il gioco di questa squadra. Alle sue spalle infatti, nella squadra disegnata da Şenol Güneş, giostrano Emre Belozoglu, Hasan Sas, Umit Davala, Yldiray Basturk: tutta gente con corsa e piedi buoni. Questa la spiegazione tecnica dell’inamovibilità di Hakan Sukur, che di questa nazionale è anche il capitano. Ma c’era molto di più là in mezzo a quelle maglie rosse, all’ombra della mezzaluna. C’è chi dice che siano tutte storie; ma – dicono gli altri – il fatto che il centravanti dopo il ritiro si sia candidato con l’AKP, il partito islamico conservatore, non fa che confermare il suo ruolo di capo clan all’interno di quello spogliatoio. O almeno di una parte: quella dei fedeli, che si contrappone alla parte non musulmana, guidata da Basturk, che infatti a Sukur non sta simpatico manco un po’, e però dei piedi buoni del folletto col numero 10 proprio non si può fare a meno lì in mezzo. Una parte della squadra si raccoglie in preghiera, l’altra forse si sparpaglia, o si raccoglie attorno a un biliardo fumando sigarette. A Güneş, in teoria, dovrebbe interessare poco, ma pare che abbia una preferenza per Hakan, sempre in campo nonostante lo zero nella casella gol segnati. Şenol è un vincente poco amato. Di Trazbon (in italiano Trebisonda, tanto per dire), passa per un tipo tranquillo, che perdona Rivaldo dopo la sceneggiata – finse di aver preso una pallonata in faccia provocando l’espulsione di Hakan Unsal, che quel pallone gliel’aveva spedito sulla caviglia. Non lo farà più, dice Güneş. Comunque Hakan è sempre in campo e quando c’è da tirare fuori qualcuno, si alza la lavagnetta con il numero 10. Quasi sempre. La sera del 22 giugno, lungo la linea del fallo laterale, si è illuminato invece proprio il numero 9. Eh sì, caro Hakan, stavolta tocca a te.
In campo, tra quelli che fanno paura, c’è anche Umit Davala, coi suoi capelli da moichano e il numero 22 sulla schiena, che ha segnato il gol della vittoria contro i padroni di casa del Giappone negli ottavi di finale. Pure Hasan Sas, il trascinatore della squadra fino a quel momento (tre assist e due gol), va sempre in giro per il prato con la faccia incazzata, sotto una pelata che in quegli anni si sarebbe detta “alla Ronaldo”, se non fosse che lo stesso Luis Nazario de Lima, si presentò al Mondiale nippocoreano con un triangolo di pelo riccio sulla fronte.
Minuto 67: esce Hakan Sukur, entra Ilhan Mansiz. A dire la verità, è un cambio già visto: nella partita del girone terminata 1-1 contro la Costarica. Però quella era, appunto, una partita; questa è La Partita: qui si fa la storia della nazionale di calcio della Turchia e si farà – o meno – per i prossimi 23 minuti, più recupero, più eventuali supplementari e calci di rigore, senza il suo leader, capitano, condottiero, guida spirituale. Ad ogni modo, Ilhan c’è abituato: 24′ al debutto contro il Brasile; 15′ contro la Costarica; 20′ contro la Cina, nella vittoria 3-0 che qualifica la squadra di Şenol agli ottavi; i minuti di recupero contro il Giappone. Fino a quel momento, non aveva ancora lasciato il segno. Era semplicemente l’uomo che Güneş usava per far rifiatare, a giro, gli uomini offensivi della sua squadra titolare.
Non è stata una gran partita, fino a quel punto. E anche l’ingresso di Mansiz non sembra avere particolari effetti. Le squadre si temono e hanno paura di perdere. Il Senegal sembra avvertire all’improvviso il peso della Storia: da squadra rivelazione a alfiere del calcio africano, la tensione aumenta notevolmente. E forse sono anche un po’ stanchi e svuotati i giocatori. Fadiga sembra meno ispirato. Diop un po’ spento. Camara meno sprintoso. Diouf si sbatte e crea qualche grattacapo alla difesa turca, che rischia un paio di volte su qualche palla persa a metà campo. Ma non ci sono vere occasioni per i senegalesi, se si esclude un gol annullato giustamente per fuorigioco nel primo tempo. La Turchia forse si è un po’ spaventata per l’inizio grintoso di Diouf e compagni e anche se si sono subito sgonfiati, fatica ad attaccare con cattiveria. L’occasione più grossa capita a Basturk: lancio per Sukur, sponda per Hasan Sas, pallonetto a scavalcare la difesa per l’accorrente numero dieci, che anticipa Sylva di testa; salva in scivolata quasi sulla linea il numero 2 Daf.
All’inizio del primo tempo supplementare, Güneş butta dentro anche Arif Erdem, centrocampista offensivo del Galatasaray, al posto di uno stanco Emre. Bruno Metsu invece si agita in panchina, con i suoi lunghi ricci biondi che sventolano e gli occhi azzurrissimi che corrono sulla superficie del prato, all’inseguimento dei suoi, del pallone, dello spazio giusto e dell’intuizione, ma non effettua cambi. D’altra parte, sembra davvero una di quelle partite destinate a finire così, a reti bianche. L’evento imprevisto si accanirà in seguito con lo sfortunato Metsu, che dopo aver girovagato per il mondo arabo (convertitosi all’Islam e preso il nome di Abdoul Karim, allenerà Emirati Arabi, Qatar e squadre di club di quei paesi; l’ultima fu l’Al-Wasl, subentrando all’esonerato Diego Armando Maradona), tornerà in patria per morire di malattia nell’ottobre del 2013.
Quella sera l’imprevisto fu certamente da meno e non venne sotto le sembianze di una malattia. Quella sera spezzò la trama già scritta di uno 0-0 e via, ai calci di rigore, proprio Ilhan Mansiz. Quello che non ti aspetti. Anche se Ilhan quell’anno è stato capocannoniere della Superlig turca. Gioca nel Besiktas e fa gol in tutti i modi. L’hanno pescato nel Samsunspor, che a sua volta l’aveva scovato nel Kuşadasıspor, squadra che militava in seconda serie. Aveva già provato, un paio di stagioni prima, a sfondare in patria, lui che è nato in Germania e ha fatto tutte le giovanili in terra tedesca, fino alle porte della prima squadra del Colonia. Ma con il Gençlerbirliği giocò solo un paio di partite e se ne tornò a casa, nel club turco di Monaco. Un cammino tortuoso, per arrivare fino lì, ai tempi supplementari di un quarto di finale, alle soglie di un traguardo storico per la Turchia. Fa gol, come detto, in tutti i modi: gioca centravanti, ma svaria; ha un gran tiro da fuori, è freddo sotto porta, ha un buon dribbling ed eleganza. Attaccante moderno, completo. La maglia 26 del Besiktas quell’anno spopola sulle bancarelle intorno allo stadio. Anche quella rossa della nazionale, con il 17 sulla schiena, c’è da giurare che all’indomani di quella partita in terra nipponica, andò a ruba dalle sue parti.
Uscita alta di Rüştü. Lancio lungo con la manona destra per Arif Erdem, appena entrato. Stoppa e si gira sulla trequarti, salta un avversario aggirandolo e si invola. Scivolata di Daf, forse fallo. Tutti protestano, sì, no, arbitro! Il colombiano Ruiz non fischia e fa bene, Daf è entrato sul pallone, e forse sta per assegnare un fallo laterale alla Turchia; ma poco prima che la palla esca, spunta a una velocità impressionante la cresta di Umit Davala – siamo al 94′ e questo corre ancora come un matto – stop a seguire, alza la testa e crossa basso, a tagliare verso il centro dell’area. Ed eccolo lì. Taglia verso il primo palo e poco fuori dall’area piccola, ma defilato all’altezza del vertice, incrocia di controbalzo. Per un attimo, sembra un gesto alla Van Basten. Palla nell’angolo opposto, con Sylva immobile. È golden gol. È Storia per la Turchia. Ilhan corre, col suo bel viso e quel codino in alto, come un Beckham di Turchia, esulta, sorride, allarga le braccia, si butta a terra. E con lui tutta la Turchia. Nel mucchio di giocatori che si affastella sopra il goleador disteso in preda all’euforia, non ci sono clan, Hakan e Basturk si confondono nella marea rossa, su cui salta anche il buffo Şenol, dopo una corsa da pensionato in giacca e cravatta.
La Turchia è in semifinale. E sarà ancora contro il Brasile, vincitore questa volta senza polemiche. Anzi, sarà solo grazie al portiere con l’aria da pirata se finirà soltanto 1 a 0. Ci saranno altri 28′ per Mansiz, questa volta al posto di Emre, accanto a Hakan Sukur, ma senza gloria; o meglio: senza vittoria, che la gloria personale Ilhan se la guadagna tutta, alzandosi la palla col tacco per saltare un certo Roberto Carlos, che ci mette un po’ a capire dove sia passata la sfera. La Turchia, comunque, si rifarà nella finale per il terzo posto, contro lo spauracchio Corea del Sud.
Eh sì, perché alla fine la Germania ha fermato la cavalcata trionfale, sospinta da entusiasmo e venti sospetti, della squadra di Hiddink. Perchè quelli sono tedeschi, mica latini come portoghesi, italiani e spagnoli, che si sono fatti prendere dal clima incandescente e hanno perso, chi più, chi meno, la testa e la partita. Loro sono teutonici. I fischi non li ascoltano. I calci non li sentono. Anzi: rifilano loro qualche calcione ai rapidi coreani, che Ramelow e Mertesacker sono troppo macchinosi per inseguirli. Un calcetto per fermare l’ennesimo contropiede lo da anche Ballack, l’unico giocatore di vero talento di quella Germania, pratica all’ennesima potenza, e si becca un giallo che fa scattare la squalifica. Khan fa il suo dovere e lo fa alla grande. Insomma, cari coreani: non ce n’è, questi sono macchine, mica calciatori. Allora Neuville indugia un po’ sulla destra, crossa così così, arretrato per l’accorrente Ballack. Tiro, respinta, tap-in e 1 a 0. Michael esulta come farebbe un latino al torneo dei rioni. Non cambierà più il risultato e la Germania andrà all’ennesima finale, contro il Brasile di Ronaldo. Sarà due a zero, con doppietta del Fenomeno e Ballack a guardarlo in tuta a bordo campo.
La finale del terzo posto, il giorno prima, se l’era in pratica vinta da solo il solito Mansiz. Schierato per la prima volta dall’inizio, dopo 15” va in pressing sul difensore centrale Lee, ruba palla, arriva Sukur, piattone sinistro e gol. Come a dire: fanne uno anche tu, almeno non torni a casa a zero. Il pennellone di Adapazari sorride come uno che si è tolto un peso e vanno tutti ad abbracciarlo, ma proprio tutti. Che in fondo a quanto pare, ci si vuol bene da quelle parti: siamo uno spogliatoio – sembrano dire – mica una tribuna politica, no?
Al minuto 12 poi Basturk si avventa su una palla vagante – ma come, non è fallo? Sembrano dire gli increduli coreani – verticale per Mansiz che punta l’avversario; arriva Hakan Sukur, veloce come mai si era visto in tutta la sua carriera: cinquanta metri di scatto per sovrapporsi, ricevere e chiudere il triangolo con il portiere in uscita. Mansiz fa 2 a 1, facile facile. I due si guardano e sorridono: e se ci avessero fatto giocare un po’ di più assieme? sembrano dirsi. Poco dopo la mezz’ora è già 3 a 1. Ancora Sukur che va in cielo e fa la torre per Mansiz che arriva a rimorchio. Uno-due con il compagno di reparto e tocco sotto sul portiere in uscita.
Alla fine, sarà un incredibile – viste le aspettative iniziali – medaglia di bronzo e la soddisfazione di essere l’unica squadra ad aver battuto entrambe le nazionali organizzatrici. Di fatto, questa Turchia ha perso solo contro i pentacampeon e senza sfigurare.
Dopo il Mondiale Ilhan riprende la sua maglia numero 26 del Besiktas. Ma ha un ginocchio che fa storie e non si vuole sistemare. Un anno in Giappone, perché no? Con le immagini dei suoi gol mondiali ancora fresche, trova subito un ingaggio. Ci sta poco. Prova a accasarsi all’Herta Berlino, per un trionfale ritorno alle origini. C’è anche il suo connazionale Basturk. Ma il ginocchio si rompe di nuovo, l’Herta esercita una clausola contrattuale e rescinde. Ha appena 30 anni, il Van Basten turco, ma dice basta, proprio come il più illustre olandese. In realtà ci riprova, nella squadra di Ankara: 9 presenze e 4 gol. Magari ancora qualche stagione, magari a ritmi più blandi…e invece no; come se non bastassero le ginocchia martoriate, un pomeriggio del 2007 viene investito sulle strisce pedonali. Stavolta è basta davvero.
Però Mansiz ha un cuore grande. E allora si innamora. Durante la versione turca di Dancing on Ice. Lei è la bella Oľga Beständigová, pattinatrice slovacca che partecipò, tra l’altro, alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002, in coppia col fratello. Già, proprio nel 2002, l’anno in cui il bell’Ilhan fece impazzire la Turchia. Ilhan ha 33 anni e non ha mai indossato un paio di pattini da ghiaccio. Insieme fanno un po’ ridere. Lui ha il fisico da calciatore, le gambe un po’ arcuate ed è alto 1,84. Lei è aggraziata e minuta, alta poco più di un metro e mezzo. Però si amano e Mansiz si accorge che gli piace pattinare. Gli riesce anche bene. Non bene come certi tiri da fuori con la maglia del Besiktas, ma abbastanza bene da farne una cosa seria. I pattini scivolano, le coreografie funzionano come uno schema su calcio d’angolo ben congeniato. E allora perchè non provarci? C’è una competizione, a pochi chilometri da dove sei nato, Ilhan, che qualifica alle Olimpiadi di Sochi. Andate.
Se fosse andata bene, sarebbe stato più di un Mondiale; sarebbe stato un gol in rovesciata per battere il Brasile e uno in serpentina contro la Germania, saltando Khan con uno sberleffo. Ma non è andata, anche se la favola di Ilhan e del suo amore è stata bella. Come quella della Turchia entrata nella storia grazie a quella traiettoria magica al minuto 94′ di Turchia-Corea del Sud. Come la favola di un turco, figlio di immigrati in Germania, che impara a far gol e torna a casa per farlo vedere, che si alza dalla panchina e diventa eroe nazionale, che si rialza mille volte da un lettino d’ospedale e anche, infine, dal duro asfalto e non si stufa mai di inseguire i suoi sogni con eleganza, che sia correndo sull’erba coi tacchetti delle scarpe o sia scivolando sul ghiaccio con le lame dei pattini. Tutto sommato, è andata molto meglio a lui che a Hakan Sukur, che insegue un posto in Parlamento.

La peggior Spagna di sempre – Francia ’98, Spagna-Nigeria 2-3

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Durante l’estate del 1998 portavo in giro i miei 16 anni caracollando tra gli amici del liceo e quelli della spiaggia. Guardai, per esempio, Italia-Cile a casa di un compagno di scuola e Italia-Francia in un caldo pomeriggio nel dehor di uno stabilimento balneare (dove mi infilavo regolarmente a scrocco, senza che nessuno mi sgridasse: erano altri tempi, non c’era la crisi e ce n’era per tutti; uno come me che non aveva la cabina e girava per il lungomare con l’asciugamano in spalla andando a trovare gli amici qua e là veniva trattato come un viandante medievale a cui dare ospitalità). Comunque: avevo sedici anni, un’età indefinita in cui ancora non sai chi sei né dove vuoi andare; di per sé non va poi così male, ma molte volte ti infili in qualche casino a cui non eri preparato bene pensando invece di esserlo o pecchi di presunzione; magari hai talento, ma non sai come usarlo. Ecco: la Spagna nel 1998 aveva sedici anni. Una dose di talento paragonabile a quella della corazzata degli ultimi anni, ma un’immaturità così grande che ne condizionava fatalmente i grandi appuntamenti. Qualcosa si poteva già intravedere, ma la strada era molto molto lunga ancora.
Nantes è una bella città portuale sulla costa atlantica della Francia, circondata dalla regione della Loira e dai suoi castelli. Anche quel 12 giugno era bello: un pomeriggio assolato allo Stadio della Beaujoire, colorato quasi interamente dal rosso dei tifosi spagnoli. Ma erano tanti, e rumorosi, anche quelli della macchia verde nigeriana.
Ai mondiali di USA ’94 la Spagna si era fermata ai quarti: sconfitta 2-1 dall’Italia con i gol di Dino e Roberto Baggio (sospiro) e il naso rotto di Luis Enrique. Agli europei del 1996 era andata fuori ai calci di rigore contro i padroni di casa dell’Inghilterra. Insomma: sembrava avere un debito con la sfortuna e molta fretta di riscuoterlo: superò le qualificazioni mondiali mettendosi alle spalle Jugoslavia e Repubblica Ceca, che proprio agli Eropei precedenti si era rivelata al mondo del calcio con tutto il suo talento.
Pure la Nigeria si presentava con il ruolo di squadra da sorvegliare: a USA ’94 fu fatta fuori anche lei dall’Italia, doppietta di RobiBaggio (sospiro) negli ottavi di finale; quello stesso anno aveva vinto la Coppa d’Africa e, anche se questioni politiche la privarono della partecipazione alle due successive edizioni della competizione continentale, nel 1996 arrivarono comunque all’apoteosi sportiva con quello che resta tutt’ora il massimo successo di una squadra africana: la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta. Le Super Aquile erano una squadra piena di talento e energia, sregolatezza e colore, agli ordini del genio calcistico del giramondo Bora Milutinovic.

Pronti, via: calcio d’inizio, retropassaggio a Hierro, lancio lungo che spiove al limite dell’area, capitan Uche cicca il rinvio di testa, Raul aggira Oparaku e i suoi terribili capelli arancioni e costringe Rufai al primo non facile intervento, dopo soli 8”. Quinto minuto, altra palla profonda, Raul scherza uno smarrito Oparaku e porta a spasso mezza difesa, Luis Enrique chiuso al limite dell’area, la palla arriva a Hierro, cross, Raul di testa colpisce l’incrocio dei pali. È un’ottima Spagna, mentre le maglie verdi della Nigeria si confondono con l’erba e caracollano sul campo, tra un dribbling elegante, uno svarione e un entrata scomposta. La punizione di Hierro (fallo del solito Oparaku che si arrampica sulla schiena di Alfonso al limite dell’area su un innocuo lancio lungo) che inganna sul suo palo un Rufai che sembra passare di lì per caso è la naturale conseguenza di un inizio partita da vere furie rosse; anche se la maglia è bianca e le divise sono ancora quelle di una volta, coi pantaloncini corti e larghi e le maglie che svolazzano la loro comoda e abbondante tela sotto le ascelle. Niente pettorali gonfi in vista e le capigliature bizzarre passano ancora per folklore africano. Un’epoca fa.
Al 21′ siamo 1 a 0, ma alla Nigeria finora è andata bene.
La Spagna è una grande squadra. Hierro giganteggia, all’apice della sua carriera, come un Maldini spagnolo, bandiera inamovibile. Sulle fasce il pendolini Sergi e l’arcigno Ferrer, che ha da poco salutato il Barcellona di Van Gaal – che all’epoca collezionava campioni e trofei senza arrivare alla consacrazione definitiva, come un Real di questi anni – per accasarsi al Chelsea, da poco affacciatosi sull’elite del calcio inglese. In porta c’era l’eterno Zubizarreta, sempre in forma nonostante la calvizie ormai avanzata. Guerrero, quel giorno in panchina, il nuovo che avanzava; Raul il campionissimo, Kiko il talentuoso tributo alla par condicio Atletico/Real e Guardiola…beh, Pep era infortunato e guardò la partita dal divano di casa. Col senno di poi, non fu assenza da poco, ma sul momento sembrava si potesse tranquillamente sopperire alla sua mancanza, per dire della qualità rosa a disposizione di Clemente.
Però anche la Nigeria non era da meno. Le ultime amichevoli premondiali un po’ spente, la pressione di un intero continente. Ma tanto talento e tanti giocatori di esperienza internazionale.
C’era Taribo West, che aveva appena alzato la coppa UEFA proprio in terra francese, appena un mese prima e sotto le treccine stravaganti aveva la testa di un duro, uno che non molla mai e che quando il piede ce lo mette non lo leva. C’erano Babayaro, terzino del Chelsea, neocompagno proprio di Ferrer con cui incrociò gli scarpini più volte nell’arco di quel pomeriggio, e Finidi George, campione d’Europa con l’Ajax e ora al Betis – guarda un po’, proprio in Spagna – e Babangida furetto che giocava ala destra e nell’Ajax aveva preso il posto proprio di George. E poi Yekini, una montagna d’attaccante esplosivo, che in Spagna era passato come una meteora, allo Sporting Gijon, che in Europa non sfondò mai ma che quando metteva la maglia della nazionale si trasformava in un sosia di Weah. C’era Ikpeba, che in Francia era di casa, e divideva l’attacco del Monaco con un certo Thierry Henry e con un signore di nome David Trezeguet e insieme avevano sfiorato la finale di Champions League, eliminati in semifinale dalla Juventus (poi sconfitta, guarda un po’, dal Real di Hierro, Raul e Morientes, che quel 12 giugno era in panchina). E poi c’era Jay Jay Okocha, un genio assoluto del calcio, uno dei più grandi dribblatori del mondo e uno dei talenti africani più cristallini di sempre. Peccato per l’incostanza, ma fa parte dell’innata natura dei numeri 10, no? Jay Jay gioca quasi in casa: ha appena firmato per il PSG, chiamato a raccogliere l’eredità di Rai e Leonardo. Eredità pesante, ma Jay Jay sembra pronto. È che lui è un mattacchione: telegenico, idolo dei tifosi, ai tempi dell’Eintrach Francoforte incide anche un disco e sostiene il candidato dell’SPD. Poi va al Fenerbache e vince la superlega turca, spezzando l’egemonia del Galatasaray. Quando annunciano la sua cessione, i tifosi prendono d’assalto la sede del club. Ma 24 milioni di dollari non sono una cifra a cui dire di no. Ad Atlanta ’96 è stata la stella della generazione di fenomeni, trapiantata interamente nella rosa della prima squadra nazionale, e qui in Francia – nonostante la pessima scelta del look: capelli arancioni come il compagno Oparaku, ma davvero non si corre il rischio di confonderli – cerca la consacrazione definitiva. Andrà così così e a Parigi si fermerà fino al 2002, dedicandosi, l’ultimo anno, a fare da chioccia a un giovane Ronaldinho.
È una squadra da non prendere sottogamba questa Nigeria, anche se al 21′ è già sotto 1 a 0 e sembra essere completamente fuori dalla partita. Infatti qualche minuto dopo Adepoju si libera sul centro sinistra e cambia gioco per Oparaku, che ha tutto il tempo di mettere giù il pallone e fare la prima cosa giusta della sua partita: si infila tra due avversari che stanno a guardare, serve Ikpeba dentro l’area, cross, respinge Ivan Campo in calcio d’angolo. Sinistro a rientrare di Lawal sul primo palo, dormita della difesa iberica, Adepoju di testa e 1 a 1, nonostante il tentativo di respinta sulla linea di Ferrer. La Nigeria è vivissima. Milutinovic gongola nel suo impermeabile giallo e sorride sotto i suoi occhialoni.
Per la cronaca, Adepoju – coincidenze che solo il calcio regala – a 19 anni lascia la Nigeria per entrare a far parte del Real Madrid B, allenato all’epoca dal signor Vincente Del Bosque. Non arriverà mai alla prima squadra e proseguirà la sua onesta carriera nel Racing de Santander e quindi nella Real Sociedad, fino alla stagione 1999-2000 allenato, indovinate un po’? Da Javier Clemente, che al termine dei mondiali di Francia ’98 lascerà la nazionale. Subentrò all’austriaco Krauss, con cui il generoso Adepoju trovava parecchio spazio, alla sesta di campionato, condusse la squadra a una salvezza tranquilla e fu confermato, salvo saltare alla sesta giornata del campionato successivo. Nel frattempo, il buon Adepoju era finito parecchie volte in panchina e nell’estate del 2000 decise che era l’ora di monetizzare una buona vecchiaia andando a svernare nell’Al Itthiad.
Insomma, tutto si può dire, ma non che gli spagnoli non conoscessero i loro avversari.
Si va al riposo sull’1 a 1, ma la sensazione è che la Nigeria abbia preso coraggio e il centrocampo a 3 della Spagna soffra quello più dinamico degli africani.
Come non detto: minuto uno della ripresa, lancio perfetto dalla trequarti di Luis Enrique, Oparaku non sa nemmeno dove girarsi e viene scavalcato, collo interno sinistro al volo da un metro fuori dall’area piccola di Raul e 2 a 1. L’asse Barca-Real funziona. Stavolta Rufai può solo abbozzare la parata, gran gol. Se hanno imparato la lezione, chiudono la partita, mantengono il possesso di palla e tanti saluti alle Super Aquile.
Intanto Oparaku saluta. Simpatico, Oparaku, non molto propenso alla fase difensiva, il che non è un bene per uno che gioca terzino. Ma il calcio di Milutinovic è un calcio allegro e se il miglior difensore della Nigeria è Taribo West, significa che la scuola africana nel reparto difensivo era ancora un po’ indietro. Dopo i mondiali il buon Mobi Patrick vivacchierà ancora un anno in Belgio e poi porterà orgogliosamente a spasso il suo oro olimpico d’Atlanta per gli USA e addirittura per la Giamaica, prima di far ritorno in patria. Al suo posto in campo c’è ora Yekini, un armadio che Milutinovic getta nella mischia per fare a sportellate con i centrali spagnoli.
Minuto 72. Rimessa laterale per la Spagna. Kiko prova un improbabile numero in area di rigore e perde palla. Oliseh (sì, lui: Reggiana, Ajax, figurina nella Juventus, Borussia Dortmund) dribbla al limite e spara lungo. Alkorta e Nadal saltano insieme, Nadal cade e rimane a terra, la palla arriva a Okocha, sulla trequarti nigeriana, numero su Amor lancio di sinistro preciso sui piedi di Lawal. La Spagna è incredibilmente scoperta: con Nadal a terra, restano solo Ivan Campo e Alkorta. Sergi rincorre che sembra abbia il motorino, ma è in ritardo e il centrocampo iberico è un campo deserto. Lawal per Yekini, che abbatte il vecchio sergente Alkorta, allarga di nuovo per Lawal, che punta Campo che sta rinculando dentro l’area, lo lasci sul posto ma si allunga il pallone, tiro-cross quasi dal fondo e Zubizarreta fa la papera: posizione troppo avanzata, palla che sta sfilando tra lui e il primo palo, tocco con la mano destra, in caduta, e gol: 2 a 2. E adesso?
Adesso c’è solo una squadra in campo, il genio di Jay Jay trova praterie dove ricamare e Ikpeba lavora ai fianchi la difesa spagnola. Passano tre minuti: rimessa laterale lunga, a spiovere dentro l’area spagnola, Hierro respinge di testa centralmente, missile di controbalzo, di collo esterno destro, da almeno 25 metri, di Oliseh e palla a fin di palo, alle spalle di uno stavolta incolpevole Zubizarreta.
Sin dal suo insediamento come CT della nazionale, Javier Clemente aveva abbinato risultati e polemiche. La principale era quella che riguardava l’eterno duopolio Real-Barcellona. Prima del suo avvento, l’ossatura principale della squadra era quella del Real Madrid. Clemente sostituì il blocco blancos con quello blaugrana. Niente da dire, la sua era una scelta per certi versi obbligata: il Real neo-campione d’Europa era già una squadra infarcita di campioni stranieri: Redondo, Mijiatovic, Suker, Roberto Carlos, Karambeau, Seedorf, Savio e Illgner. Mentre il nucleo del Barcellona di Van Gaal (vice Josè Mourinho e assistente Andrè Villas-Boas), che aveva appena firmato il doblete Liga-Coppa del Re, nonostante i vari Figo, Sonny Anderson e Rivaldo, era spagnolo: Ferrer-Nadal-Abelardo-Amor-Celades-Pizzi-Luis Enrique. Lo stesso Zubizarreta, anche se dal ’94 giocava a Valencia, poteva considerarsi parte del blocco catalano. Mancava giusto Pep. Però quello degli anni ’90 era un Barcellona presuntuoso. Non ancora forgiato da Guardiola, non ancora convinto della forza del gruppo, non ancora fondato sull’unità degli intenti. Era una squadra talentuosissima, ma anarchica, capace di grandi partite e di clamorose debaclé, la più eclatante delle quali fu, ovviamente, lo 0-4 di Atene contro il Milan in finale di Champions League. Non era una squadra adatta alla lotta. E non era una squadra fisicamente reattiva.
Al minuto 77 siamo sul 3 a 2 per la Nigeria e la partita, in pratica, finisce lì. La macchia verde dello stadio di Nantes non ha smesso di far festa da quando Oliseh ha gonfiato la rete e al fischio finale alza ancora di più i decibel. Milutinovic rientra tranquillo negli spogliatoi: per lui questo è solo un altro miracolo calcistico. Per chi di calcio se ne intende, non è un risultato così clamoroso, per quanto inaspettato. In Spagna è una mezza tragedia e cominciano i processi. Di fatto, Clemente è già stato sollevato. Il pari a reti bianche con il Paraguay suona già come una condanna e la goleada contro la Bulgaria nell’ultima partita del girone risulta inutile. La peggior prestazione mondiale della Spagna. Tra alterne s-fortune (Raul che sbaglia un rigore all’ultimo minuto contro la Francia ai quarti di Euro2000 e, sempre ai quarti, l’infausto incrocio con la Corea del Sud ai mondiali ’98) e disfatte simili a quelle del ’98, dovrà aspettare esattamente dieci anni per rifarsi.
Alla Nigeria, in fondo, andò poco meglio: cappotto agli ottavi, 1 a 4 contro la Danimarca e il lento declino della generazione di fenomeni dell’oro di Atlanta. Quella successiva, per quanto pubblicizzata, non sarà mai all’altezza dei predecessori: d’altra parte un genio come Okocha non nasce tutti gli anni, né è questione di tutti i giorni vedere un Kanu ciondolare qua e là accarezzando un pallone o ammirare un Ikpeba che quando parte sembra Valentino Rossi degli anni d’oro. E no, non si è nemmeno più visto da quelle parti un terzinaccio come Babayaro. E di Oparaku, be’, come lui nessuno mai.
E Lawal? Ha 40 anni e gioca ancora, in patria: fa l’allenatore giocatore nel Lobi Stars. A Roda se lo ricordano ancora. Largo sulla sinistra, protagonista nelle due vittorie di coppa d’Olanda. Poi un lungo periodo da giramondo: Bulgaria, Grecia, Cina, prima del ritorno a casa. Al collo la sua medaglia d’oro e nella testa il ricordo di quel 12 giugno in cui segno a un certo Andoni Zubizarreta.

I Mondiali ai tempi di Sensible Soccer – USA ’94, Italia-Eire 0-1

2

Ci sono, a volte, storie d’amore che quando finiscono fanno piangere. Ma se pensi a quel che eri prima e a quel che ti ha dato il durante, non puoi che ricordarle con affetto. Così ci si ricorda, ovviamente e con sempre un po’ di tristezza, le lacrime di Baggio e di Baresi. Il volto smarrito di Berti e quello invecchiato all’improvviso di Donadoni. Si pensa a Dino Baggio, uno che probabilmente quando aveva 10 anni e giocava a Tombolo, si sentiva dire che con quei piedoni avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad altro e invece si è ritrovato ai Mondiali (e a percorrere una carriera di tutto rispetto) da protagonista e goleador e lo si vede accasciato sul prato di Pasadena, senza più un briciolo di forze per tirarsi su. Si pensa ad Albertini, che a 23 anni ha giocato già la partita di una vita e se l’è meritato di arrivarci; perché sì, gioca da veterano, ma ha 23 anni, ragazzi. E Massaro, che di gol ne ha fatti e di trofei ne ha vinti eppure s’è fatto ipnotizzare da Taffarel e paralizzare dall’acido lattico che ti inchioda i polpacci come se avessi un pitbull attaccato alle caviglie e adesso piange anche lui, lacrime amare dopo quelle di gioia di Atene.
Però: come ci siamo arrivati? Come dei single sfigati, in giro per bar fino a tarda notte, a bere lattine di pessima birra e trascinandosi lungo i lampioni un sabato dopo l’altro che poi, all’improvviso incontrano l’amore della propria vita su un autobus notturno: un lampo; gambe lunghe come il tiro di Baggio che passa tra le gambe nigeriane e un attimo di respiro sospeso, come quello in attesa di veder entrare il pallone. Ma prima, che poveracci che eravamo!
Il 18 giugno, alle quattro del pomeriggio, ora di New York, pascolavamo per il prato del Giants Stadium chiedendoci quasi: che ci faccio qui? Quell’insolita partita all’ora di pranzo. Ero a casa, a tavola e probabilmente mi ero svegliato da poco. Avevo dodici anni e la scuola era finita. Faceva strano anche a me: una partita a quell’ora, quando mai l’avevo vista? Altri tempi, un’altra epoca, senza anticipo del sabato alle 18 e della domenica alle 12:30. Così, ricordo, non mi parve nemmeno strano che all’undicesimo fossimo sotto per 1 a 0 contro l’Eire.
Che poi: quelli lì li avevamo già incontrati quattro anni prima, me lo ricordavo bene: il tap-in di Totò su tiro di Donadoni. Correvano e picchiavano, ma mi stavano simpatici (e ancora non avevo conosciuto la birra irlandese) perché erano sempre buffi e scoordinati: piccoletti che sembravano sovrappeso e perticoni che parevano marionette.
Nel ’94 mi sembravano meno simpatici, forse perché passarono subito in vantaggio e perché ne capivo un po’ più di calcio: così non potevano piacermi molto quei lanci lunghi e quel noioso fraseggio nella loro metà campo. A dodici anni non è che sai vedere le cose in maniera equilibrata e oggettiva, del tipo “ognuno ha il suo stile di gioco”: erano gli anni in cui il calcio italiano dava spettacolo, vinceva ovunque e tutti ringraziavano Sacchi che anche da CT della nazionale continuava a ripetere: umiltà, intensità, pressing e spettacolo. Quel pomeriggio mi sembrava di vedere solo la prima, ma non per questo potevo accettare un gioco così pragmatico come quello irlandese. Era il tipico gioco britannico di quegli anni: terzinacci che crossano cento volte a partita, piccoletti che corrono sulle fasce, un mastino – Roy Keane – in mezzo al campo e una torre là davanti a fare a sportellate coi difensori e a raccogliere dalla spazzatura palle sparacchiate lontano dai suoi. Quel giorno là davanti però c’era Coyne, che non era esattamente una torre; piuttosto un furetto, alto un metro e ottanta e incaricato di dare il tormento a Costacurta e Baresi. Minuto 11′: lancio lungo senza troppe pretese; ma molto lungo: due metri dentro l’area Billy salta e respinge corto, Baresi manca lo stop e arriva Ray Houghton: controllo in corsa ad accentrarsi e tiro al volo, di quelli che escono così male da essere imprendibili. Parabola a scavalcare, Pagliuca al limite dell’area piccola, spaesato come uno scolaretto che ha perso lo scuolabus fa un saltino che almeno dimostra il suo stato di coscienza, ma non ci arriva: palla sotto la traversa e 0 a 1. Si capisce che non sarà una gran giornata per l’Italia. Il gol è oggettivamente brutto, ma Houghton è un signor giocatore, non uno passato di lì per caso.
Il buon Ray è un britannico a tutto tondo: nato scozzese, vicino a Glasgow, ma nazionale irlandese in virtù del babbo, giocherà praticamente tutta la sua carriera professionistica in Inghilterra. Gioca prevalentemente ala destra, a volte in posizione più interna. Gioca per cinque stagioni nel Liverpool, e regala alla Kop gli ultimi scudetti, insieme al suo connazionale Aldrige, Beardsley e a Jhon Barnes. Poi passa all’Aston Villa, per qualche anno ancora ad alto livello. Intanto ha debuttato in nazionale e ha partecipato agli Europei del 1988 in Germania Ovest. Contro l’Inghilterra, affrontata per la prima volta nelle fasi finali di una competizione, decide l’incontro con un pallonetto di testa. Uomo dai gol delle grandi occasioni, in maglia verde, questo Houghton. Sarà anche a Italia ’90 e patirà l’eliminazione ai quarti per mano dell’Italia. In lui e in tanti suoi compagni, quel pomeriggio americano, c’è tanta voglia di vendetta sportiva.
Non ricordo un’altra partita finita così presto. Praticamente, dopo il gol di Houghton, non succede nient’altro di rilevante. D’accordo, le cronache raccontano di qualche occasione per gli azzurri, di un Baggio che in qualche modo ci prova, di una traversa irlandese nel finale. Ma la sensazione vera, per i successivi 79 minuti, è che non ci sia più una partita: l’Irlanda non ha nessuna voglia di giocare a calcio seriamente e l’Italia sembra troppo stanca per imporglielo. Ray corre da una parte, Stauton dall’altra. Sheridan folleggia in mezzo al campo e là dietro Phelan e Babb colpiscono ogni cosa passi dalle loro parti. Babb io lo conoscevo bene. Non che ci fosse la possibilità di guardare il campionato inglese alla TV. E anche risultati e classifiche erano roba per appassionati; c’era il papà di un mio amico che seguiva il calcio inglese (in realtà era fan di tutto lo sport britannico, ricordo che mi parlò così tanto di Linford Christie da far appassionare anche me al punto che quando alle Olimpiadi del ’96 lo squalificarono in finale, me la presi con il vincitore Bailey, che però poi diventò il mio velocista preferito, fino a quando non scoprii Ato Boldon; ma questa è decisamente tutta un’altra storia). Però io Phil Babb lo conoscevo bene perché c’era Sensible Soccer (o ancora meglio il suo successore: Sensible World of Soccer, che univa manageriale e arcade). Era un giocatore che compravo sempre (nel ’94 era al Coventry, e proprio nell’anno dopo i mondiali passò al Liverpool) perché era un difensore centrale, ma si adattava a giocare terzino sinistro e quindi, come tutti i terzini, era velocissimo. In quel giochino, la velocità era tutto o quasi. In pratica Babb lo conoscevo meglio io dei giornalisti sportivi. Anche Ray Houghton lo conoscevo bene, ovviamente. Contrassegnato dal ruolo RW, quando usavo il Liverpool (cioè sempre, se mi dedicavo al campionato inglese) lo facevo giocare titolare, anche se non aveva un gran tiro. Forse dopo USA ’94 gli migliorarono la caratteristica. Lui da una parte e Barnes dall’altra. Però, a dire il vero, a quell’epoca di lui m’ero già un po’ scordato, perché se n’era andato ai Villains e al suo posto sulla fascia destra di Anfield facevo correre il biondo Steve McManaman. Però quel Tommy Coyne, chi lo conosceva? E poi: non avrebbe dovuto giocare Aldrige? E Cascarino? Evidentemente Jackie Charlton ci aveva visto bene preferendo il piccolo attaccante sconosciuto a livello internazionale; se l’Inghilterra era quasi fuori dai radar del calcio europeo, immaginate la Scozia, quindi di questo Coyne nessuno ne aveva mai sentito parlare. Però il piccoletto se la cavava, giocava e segnava nel Celtic e continuò a giocare e segnare per parecchie stagioni ancora.
La partita finì con quell’arcobaleno sopra la testa di Pagliuca, che mi suonò come un rimprovero per essermi dimenticato di Ray solo perché aveva lasciato il Liverpool. In realtà, in quel caldissimo pomeriggio newyorchese l’Italia ci prova anche a reagire: un paio di scambi Baggio-Signori portano al tiro prima uno e poi l’altro, ma non si vede niente che avesse a che fare con la brillantezza del loro tip tap sul palcoscenico in una nota pubblicità che impazzava quell’estate. Quando poi Signori si ricorda di avere uno scatto bruciante sui primi tre metri e si incunea in area, ci pensa Pat Bonner a metterci i pugni: la respinta non è un granché, a dire il vero, e sembra un po’ quella che costò l’eliminazione alla sua nazionale nel ’90, ma stavolta non c’è Schillaci a raccogliere la respinta e la difesa libera.
Ricordo che provai diverse volte a ripetere quel gol nefasto giocando a Sensible Soccer. Ma non c’era niente da fare: o veniva fuori un tiro mollo che il portiere bloccava con un saltino o, se provavi a fare il pallonetto tirando indietro la leva del joystick, sparavi altissimo sopra la traversa.
In compenso, il rigore sbagliato da Baggio in finale mi veniva benissimo.
Così andò quel pomeriggio caldo di cui pochi ricordano. Houghton eroe e azzurri riempiti di sberleffi. Poi sappiamo tutti come andò avanti. E recriminiamo sulle precarie condizioni fisiche di tanti giocatori schierati in finale, imprechiamo contro la maledizione dei rigori, ci commuoviamo per il pianto di Baresi, Oh capitano, mio capitano. Come nelle storie d’amore. Però, passata la delusione, uno guarda indietro e ripensa a dov’era prima che tutto quel casino cominciasse: le braccia alzate di Pagliuca, lo smarrimento della difesa, sudore, fatica inutile, facce stralunate e la sensazione che saremmo tornati a casa in fretta. Nessuno, in quel momento avrebbe potuto immaginare ciò che sarebbe accaduto nel mese successivo. Nessuno, tranne chi giocava a Sensible Soccer abbastanza tempo da sapere che la velocità era quasi tutto, ma quando facevi arrivare la palla rasoterra a Robi Baggio, potevi piroettare su te stesso dieci volte senza che il pallone si staccasse dai piedi e, trovato l’angolo giusto, magia: non c’era portiere che arrivasse a parare il suo diagonale a effetto. Altro che i pallonetti di Ray.

L’ultimo ballo della Jugoslavia – Italia ’90, Argentina-Jugoslavia 3-2 d.c.r.

1

Avevo otto anni e conoscevo a memoria gli almanacchi del calcio. Collezionavo le figurine, ovviamente. Potevo recitare le formazioni storiche, tipo Sarti, Burnich, Facchetti…; Zoff, Gentile, Scirea…; Felix, Carlos Alberto…Rivelino, Jhairzinho, Tostao, Pelè. Di calcio giocato ne capivo relativamente: in televisione non se ne vedeva a tutte le ore e mi nutrivo di 90° Minuto. Mi entusiasmai per l’Inter dei record, adoravo Nicolino Berti e i tedeschi. Mentre l’estate del 1990 si avvicinava, avevo già preso la mia decisione: al diavolo i compiti e la spiaggia, non mi sarei perso nemmeno una partita. Oltretutto, giocando in Italia, si disputavano tutte a orari sostenibili anche da un bambino in vacanza. Fu così. A memoria, credo di essermi perso, tra la cerimonia di apertura e la finalissima, solo Germania-Colombia 1-1, partita del girone, anche se non ricordo il perché.
Ci sono un sacco di partite che ricordo ancora bene, piene di storie da raccontare. La partita di apertura, per esempio. Non capivo molto di calcio, come detto. E a otto anni l’amore per i cattivi esempi è ancora di là da venire. Maradona cominci ad amarlo da adolescente: in quegli anni per me era solo uno che giocava nel Napoli, avversario dell’Inter, che faceva quello che voleva, protestava e si comportava un po’ sopra le righe. Aveva fatto un gol di mano ai mondiali precedenti. Gli tifai contro tutto il torneo e lo odiai quando sussurrò in mondovisione “hijos de puta” a i tifosi che fischiavano l’inno. Non aveva tutti i torti, ma non potevo capirlo. Col senno di poi: di calcio giocato ero veramente a zero. Fui perciò contento quando Omam-Biyik restò in aria dieci secondi, come un semidio nero venuto a punire i presuntuosi campioni in carica e di testa infilò un disastroso Pumpido. Il senno di poi nel calcio andrebbe abolito, ma di fatto senza quella papera Goicoechea non avrebbe mai visto il campo e l’Argentina non sarebbe mai arrivata in finale. Poi quel Camerun tirò fuori dal cilindro anche un certo Roger Milla, anni quaranta (?) e ancora tanto talento. E che storie da raccontare. Fino ai quarti con l’Inghilterra, che non vide quasi mai il pallone a un certo punto della partita, e fu salvata da due rigori e dall’ingenuità della squadra africana.
Anche il Belgio mi stava simpatico. Aveva quei nomi divertenti, tipo Versavel, Ceulemans e Van Der Linden. E in mezzo al campo schierava il romantico dalla faccia triste, Vincenzino Scifo, che non aveva lasciato il segno, ma aveva giocato nell’Inter un paio d’anni prima ed era anche mezzo italiano, figlio di minatori siculi che si trasferirono in Belgio quattordici anni prima della sua nascita. In porta c’era Preud’homme, che per me insieme a Zenga era Il Portiere. Anche loro fuori con l’Inghilterra, agli ottavi, al termine di un’epica partita risolta dall’allora sconosciuto ai più David Platt.
Ricordo poi un pomeriggio passato a guardare una brutta Argentina-Brasile, con Careca dalle polveri bagnate, Muller intristito e spaesato, in un Brasile che rinnegava l’intera sua tradizione calcistica, badando al sodo e scalciando ripetutamente Diego – di fatto l’unico uomo propenso a giocare a calcio quel giorno tra i 22 in campo – ogni volta che toccava palla. L’unica volta in cui non ci riescono – anche se ci provano, eccome – Maradona si incunea in mezzo alla difesa, attira a se tre difensori e libera tutto solo Caniggia davanti a Taffarel. Dribbling e gol. Ci sarà tempo ancora per un paio di calcioni di frustrazione ai danni del 10 argentino (uno orribile rifilatogli da Branco, quasi allo scadere) e poi solo festa per l’Albiceleste che vola ai quarti.
Fu un mondiale pieno di rigori. Bonner che para quello di Timofte e manda l’Irlanda ai quarti (contro l’Italia). I due di Lineker contro il Camerun. Quello di Matthaus contro la Cecoslovacchia. E quelli che decisero le semifinali. Illgner e Goicochea sugli scudi. Zenga, super portiere, ma non para-rigori.
E in mezzo a tutto questo ci fu Argentina-Jugoslavia. Un po’ contro Maradona, anche perché non volevo trovarmelo di fronte in semifinale, e un po’ per simpatia, tifavo per quelli in maglia bianca.
Di quel che stava succedendo a casa loro, all’epoca, non sapevo nulla. Persino quando arrivarono notizie dei primi scontri, ci misi un po’ a capire che c’era la guerra, quella vera, a due passi da casa.
Ma quel pomeriggio fiorentino si giocavano i Mondiali, i Balcani sembravano lontanissimi. Era calcio e tutto pareva andasse bene.
Firenze, stadio Artemio Franchi, un bel pomeriggio di sole. Sulle tribune slavi e argentini si distinguono solo per il colore della pelle, perché le magliette, quel pomeriggio, addosso non le ha nessuno. L’estate è scoppiata e quel 30 luglio fa molto caldo.
Sugli spalti – altri tempi davvero – spicca uno striscione: pizzeria Carlotta, su sfondo biancazzurro; sono tifosi arrivati da Napoli a tifare Maradona.
La partita è combattuta, l’Argentina gioca meglio rispetto al match contro il Brasile, merito anche della Jugoslavia, che va in campo senza alcuna soggezione. Anche i suoi difensori trattano Diego con le dovute maniere: rudi. Ma lo svizzero Rothlisberger era un tipo un po’ più fiscale del collega francese Quinon, che arbitrò l’ottavo contro il Brasile: alla mezz’ora Šabanadžović stende il numero dieci che sulla trequarti aveva dato il via a una delle sue accelerazioni, quelle esplosive, con la palla spostata sempre un attimo prima che il difensore arrivi con la punta del piede, baricentro basso, imprendibile. Fallo, secondo giallo e Jugoslavia in dieci.
Ma quella era una squadra fortissima. C’era la generazione d’oro, quella che nel 1987 aveva vinto i Mondiali under 20. In Cile c’erano Mijatovic, Stimac, Boksic, Prosinecki, Savicevic, Jarni, Suker. Gli ultimi quattro si erano guadagnati la convocazione di Osim per la nazionale maggiore. Là in Cile, tra anni prima, c’era anche un certo Zvonimir Boban. A Italia ’90 no. Nonostante fosse il capitano della Dinamo Zagabria, nonostante fosse un talento puro e giovanissimo. Perché Boban quel pomeriggio guardò la partita sul divano di casa?
13 Maggio 1990, poco più di un mese e mezzo prima. Zagabria, stadio Maksim. La Dinamo ospita i rivali della Stella Rossa di Belgrado. Non corre buon sangue tra le due tifoserie, da sempre. Ma da un po’ di tempo a questa parte c’è di più. C’è qualcosa che col calcio non dovrebbe centrare quasi niente. E invece. La settimana prima si era svolto il secondo turno delle elezioni in Croazia e le aveva vinte Franjo Tuđman. Tuđman era alla guida di Unione Democratica Croata, un partito che attingeva un po’ dalle ideologie panslave e un po’ da quelle del separatismo croato. Ex generale, destroide, critico nei confonti di Tito e del Partito Comunista e adesso in contrapposizione con il Partito Socialista di Slobodan Milosevic. Un uomo perfetto per parlare alla pancia di un paese perennemente scontento e in fibrillazione. Qualche migliaio di tifosi serbi arriva a Zagabria. In testa, Željko Ražnatović: la futura “tigre Arkan”, capo delle formazioni paramilitari che si macchiarono di crimini di guerra e di cui Milosevic si servì per le sue operazioni di pulizia etnica. Dall’altra parte, i Bad Blue Boys, gli ultras della Dinamo. Prendono il nome dal film con Sean Penn del 1983: Bad Boys. Ragazzi cattivi. Lo sono davvero. Molto cattivi, tanto che ancora oggi non c’è stadio in Europa che abbia voglia di ospitarli. In mezzo, la polizia jugoslava, in prevalenza serba e, di fatto, nelle mani di Milosevic. Gli incidenti sono inevitabili. Quando i croati invadono il campo e, sì, per far casino e però pure per scappare dai lacrimogeni della polizia e dai seggiolini che arrivano dal settore ospite, la polizia li respinge. C’è un fotogramma di quel pomeriggio folle: una maglia numero 10 che calcia un poliziotto, come fosse un calcio di punizione dal limite. Punizione perché il poliziotto stava picchiando un tifoso della Dinamo. Dovere di capitano, per il giovane Boban, che non si pentì mai d’averlo fatto. Scampa all’arresto, ma si becca nove mesi di squalifica e dice addio al mondiale. Alla fine si conteranno 138 feriti e 147 arresti. Con il senno di poi – ma non avevamo detto che dovremmo lasciarlo da parte? Sì, ma qui non si parla di calcio – quella era già guerra civile. In campo, quel giorno, c’erano anche Šabanadžović, Suker e Panic, con la maglia della Dinamo. Stoikovijc, Pancev, Savicevic e Prosinecki con la maglia della Stella Rossa. Quella era la Stella Rossa migliore di sempre, una squadra capace di vincere una storica Coppa dei Campioni. La sera della finale, a Bari c’erano anche Jugovic e Mihajlovic (che in quegli anni strinse amicizia proprio con Arkan). C’era anche Stojkovic, ma con la maglia del Marsiglia, che se l’era comprato dopo i Mondiali spettacolari che il numero 10 slavo aveva disputato.
Anche quel pomeriggio Dragan non sfigurò nel confronto con Diego, anzi: fu probabilmente il migliore in campo. Destra, sinistra, dribbling secco e cross, assist. Si caricò la squadra sulle spalle e mise paura all’Argentina. A un certo punto se ne va via sulla destra, finta l’affondo, fa una veronica e torna sui suoi passi; alza la testa e di esterno destro crossa per l’accorrente Jozic, sinistro al volo e palla alta di pochissimo. Jozic in Italia è di casa. È arrivato a Cesena dopo aver fatto la trafila delle giovanili nel Sarajevo, come tanti giocatori importanti di quella zona. È croato-bosniaco, nato a Konijc, 50 chilometri a sud della capitale. Da quelle parti, un paio di anni dopo, sorgerà un campo di concentramento per prigionieri serbi. Dalle parti di Sarajevo sono nati o passati anche Hadžibegic, Šabanadžovic, Baljic e Sušic, oltre all’allenatore Ivica Osim. Jozic non è l’unico a giocare all’estero, ovviamente. Safet Sušic, per esempio, dal 1982 gioca nel Paris Saint German e ne è una delle stelle. Gioca spesso a centrocampo, ma è un goleador nato. Si dice che nel Sarajevo abbia segnato 400 gol in 600 partite. Un campione, uno dei “vecchi” di quella nazionale, una delle guide. Chi ancora gioca in patria, a cavallo del mondiale lascia il campionato jugoslavo e se ne va a giocare all’estero. In pratica, nessuno di loro tornerà a giocare da quelle parti. Anche alla fine della guerra, sarebbe stato complicato. Uno come Ivković, portierone dello Sporting Lisbona, croato che aveva giocato prima nella Dinamo e poi nella Stella Rossa, dove sarebbe potuto andare? Peraltro, non indossò altre maglie nazionali, dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Anche il mister Osim disse addio alla nazionale poco dopo i mondiali. Anzi: disse addio alla Jugoslavia tutta. Non aspettò che la FIFA escludesse la nazionale Jugoslava (già monca di Croazia e Slovenia) da tutte le competizioni, abbandonò la panchina della squadra che aveva appena qualificato agli Europei in segno di solidarietà alla sua città natale, Sarajevo, il cui assedio era appena cominciato.
La Jugoslavia gioca bene. Molto meglio degli argentini. Ancora Stojkovic, poco prima della mezzora: cambio di gioco a pescare Prosinecki, dribbling secco e diagonale destro dal vertice dell’aria, forte, fuori di pochissimo. Robert era talento purissimo. Miglior giocatore del Mondiale under 20 del 1987, faro della Stella Rossa campione d’Europa. Lui, croato, scartato dalla Dinamo Zagabria. Nel ’91, dopo la vittoria in Coppa Campioni, si trasferirà al Real Madrid e in Spagna giocherà per cinque stagioni, vestendo anche la maglia dei catalani del Barcellona. Un recidivo, insomma.
La Jugoslavia, in inferiorità numerica, tiene testa ai sudamericani, anche se nel secondo tempo il gioco argentino migliora in fluidità. Quando la difesa perde qualche inserimento, ci pensa Ivkovic. E anche la fortuna da una mano: Ruggeri, centrale del Real Madrid neo campione di Spagna, colpisce una traversa sugli sviluppi di una punizione. Ma è ancora il numero dieci in maglia bianca ad ispirare: prima dalla destra, con un cross che Susic stoppa male, facendosi chiudere da Goicoechea; poi, nel primo tempo supplementare, con una giocata meravigliosa dalla sinistra, con un cross dal fondo che mette Savicevic nelle condizioni di girare in porta da pochi metri. Palla alta. Era l’occasione per chiudere la partita. Invece si andrà ai calci di rigore. I giocatori sono bolliti. Quel pomeriggio a Firenze fa davvero molto caldo. 120′ li senti nelle gambe, mentre bevi per recuperare almeno un po’ dei litri d’acqua scivolati via in sudore e ti concentri per calciare al meglio il rigore.
La Jugoslavia multietnica è a undici metri dal sogno di una semifinale. Chissà, mi chiedo adesso, come avrebbero esultato per le strade della Jugoslavia? Mischiandosi fra di loro o ciascuna etnia per conto proprio, con le maglie dei propri idoli personali o magari con le sciarpe dei club? Si sarebbero sentiti, ancora per un attimo almeno, un paese solo?
In quella nazionale c’erano sette giocatori di origine croata; quattro serbi; due montenegrini; uno sloveno (Katanec, lungagnone di centrocampo che vincerà lo scudetto con la Sampdoria di Vujadin Boskov), e sei di origine bosniaca. Il capitano era Vujovic, che era croato, ma soprattutto era un signor attaccante: centro gol ai tempi dell’Hajduk Spalato e tanti altri nel campionato francese. Era compagno di Susic al Paris Saint German e i due si intendevano alla grande.
Si arriva ai calci di rigore.
Serrizuela, destro di collo alla sinistra di Ivkovic, spiazzato. 1 a 0.
Stojkovic va sul dischetto. Un paio di palleggi e poi sistema la palla con cura. Destro potente a incrociare e traversa, con Goicoechea dall’altra parte. Dragan torna a centrocampo coprendosi la faccia con la maglia.
Burruchaga, eroe della finale del 1986. Tiro simile a quello del 10 jugoslavo, ma qualche centimetro più in basso. Gol.
Il biondo Prosinecki, con la sua aria da tedesco, impassibile, incrocia il destro spiazzando il portiere argentino e tiene viva la Jugoslavia.
Prosinecki fu uno dei pochi a rientrare in patria a conflitto non del tutto chiuso. Madre serba e padre croato, dopo la secessione si professò croato. Nell’estate del ’95, dopo qualche stagione senza affermarsi quanto il suo talento gli avrebbe permesso, rientrò a Zagabria, per giocare in quella che adesso si chiama Croatia Zagabria. Nei preliminari di Champions League contro il Partizan Belgrado, in un clima blindato per il quasi concomitante giuramento di Slobodan Milosevic come presidente della Federazione Jugoslava di Serbia e Montenegro. La pace completa era ancora di là da venire ed anche la verità, ammesso che ne esista una, e i processi e le condanne. C’era allora solo una partita di calcio, che doveva filare liscia a tutti i costi e che, per la cronaca, finì 1 a 0 per il Partizan all’andata e 5 a 0 per lo Zagabria al ritorno.
Ma torniamo a Firenze, quel 30 giugno 1990.
Sul dischetto sta arrivando Maradona. Un po’ in ombra oggi, forse anche un po’ ammaccato dalle botte brasiliane di qualche giorno prima e dalla razione slava di quest’oggi. Rincorsa e piattone sinistro, ad aprire. Ne esce fuori un rigore da dilettante, debole e poco angolato. Ivkovic, addirittura, lo blocca. Diego se ne va scuotendo la testa, con quel passo deciso e il petto gonfio, ma con l’espressione contrariata, come a dire: com’è possibile? Io sono Diego! Eppure: il suo errore rimette in corsa gli avversari. Lo stadio di Firenze, nonostante gli “infiltrati” napoletani, in maggioranza esulta, a mo’ di sberleffo. A dire il vero, Diego di fischi e di tifo contro ne ha già beccato parecchio, segno che nella mia infantilità dell’epoca, avevo intuito gli umori della massa. Per fortuna, imparai presto a distaccarmene.
Ivkovic sembra incredulo: non gli sembra vero che Diego gli abbia fatto un regalo del genere e si guarda intorno allucinato. Ma forse si è semplicemente accorto solo ora della maglia che indossa. Un orrore giallo con sottili scarabocchi neri, in pieno stile anni novanta.
Certo, quella di Goicoechea è ancora peggio: motivo psichedelico ancorato agli anni ’80. Di fronte a quell’obbrobrio adesso c’è Savicevic. Dejan non si scompone, accarezza la barbetta e di piatto sinistro spiazza il portiere, che si tuffa a vuoto sulla sua sinistra. Forse qualcuno sta pensando: ma non sarebbe meglio avere Pumpido in porta invece di questo sconosciuto venuto dai Milionarios?
Tocca a Troglio, che sotto i riccioli ha già un’espressione preoccupata, come se sapesse. Portiere a sinistra, palla a destra, ma sul palo.
Hadžibegić sistema la sfera e si allontana per la rincorsa. Ma il fiscale Quinon ferma tutto e corre verso il centrocampo. No no, caro Faruk. Non tocca a te. Io qui ho scritto: numero 7; tocca a Brnovic. Ecco allora Dragolijub, centrocampista del Metz, che si avvia corricchiando verso l’area, da il cinque al suo compagno, sistema il pallone, si gira, conta i passi, si rigira e calcia. Angolato, ma debole. Goicoechea intuisce e para. Dicevate di Pumpido?
I tifosi jugoslavi forse hanno già capito: è stato un momento da sliding doors, quell’incrocio tra il 5 e il 7 sulla trequarti. Niente che faccia presagire qualcosa di buono. Il replay ci dice che Brnovic ha calciato proprio male: piede d’appoggio lontano dalla palla, caviglia che si ritorce, passo lungo. Un disastro.
Dezotti, centravanti della Cremonese ed ex Lazio può riportare avanti l’Albiceleste. Fischi di Firenze. Lunga rincorsa. Lo fa. Con un collo interno destro forte, a incrociare, a fin di palo. Ivkovic intuisce, ma non ci può arrivare.
Ecco Hadžibegić. Il pallone pesa mille chili. Sembra che Faruk faccia quasi fatica a metterlo sul dischetto del rigore. Questo lo tira bene, anche se a mezza altezza. E non bisognerebbe mai, dicono gli allenatori, tirare un rigore a mezz’altezza. Ma il piatto destro è forte, abbastanza angolato. Però Sergio è una molla, un passo in anticipo e un balzo sulla sua sinistra e respinge. Fine.
Ciao ciao Jugoslavia, anzi: addio. Stojkovic rimane in ginocchio nel cerchio di centrocampo.
In pratica la favola finisce qui. Ci saranno ancora partite, le qualificazioni all’Europeo, mentre in patria il casino si fa sempre più grande e sanguinoso. Una nazionale via via più monca – via la Slovenia, poi la Croazia – si qualificherà per il torneo continentale, ma alle porte dell’estate del ’92 arriva il divieto della FIFA. Proprio non si può, ormai è guerra. Anche se, col senno di poi, si può dire che la guerra era già cominciata qualche tempo prima allo stadio di Zagabria.
L’ultima partita sarà un amichevole con l’Olanda, persa 2 a 0, il 25 marzo del 1992. La fascia quella sera la indossò proprio Hadžibegić.
Stojkovic è serbo. Hadžibegić della Bosnia-Erzegovina. Brnovic è montenegrino. Il dio del pallone ha scelto la par condicio. E anche Goicoechea non ha fatto preferenze. Chissà, forse se ci fosse stato lui a negoziare, avrebbero fatto la pace prima.

Giro di prova

Lago di Lugano
Come una gloriosa cavalcata si è trasformata in una zoppicante ritirata. Ma, d’altra parte, lo sanno anche gli attori e i musicisti: se alle prove va tutto bene, allora bisogna preoccuparsi. Una prova ben riuscita è una prova in cui qualcosa va storto, in modo da avere la possibilità di correggerlo per tempo.
Alcune cose che non andavano già le sapevo.
Per esempio, il mio vecchio saccoapelo: la notte passata su una panchina in riva al lago di Lugano, mentre un sottile velo di ghiaccio si stendeva sulla mia sella, mi ha solo confermato che dovrò procurarmene uno un po’ più serio. Anzi, molto più serio: perché è meglio sudare in mutande che battere i denti con tre maglie, due paia di calzini, guanti, giacca e berretto.
Poi ho scoperto le puntine. Fino a qualche giorno fa pensavo fossero solo quegli oggettini che servono a attaccare i fogli alle bacheche o a pungere dita ignare che frugano dentro a cassetti e astucci. Invece sono anche una parte del motore; una delle poche – mi hanno spiegato – che possono fermare una vecchia Vespa.
Ho pure avuto la conferma che seguire l’istinto è quasi sempre la cosa migliore. Dopo un paio di riflessioni col cervello congelato, mentre saltellavo come un bruco dentro al saccoapelo per scaldarmi appena sveglio, mi sono detto: la prova è riuscita, rientriamo. Se avessi proseguito come previsto verso Vaduz, il guasto sarebbe sopraggiunto più a nord e sarebbe stato tutto molto più dispendioso.
Però posso considerare il giro di prova un tentativo riuscito. Celle Ligure-Lugano in una sola giornata di viaggio, prendendosi anche il tempo di una pausa pranzo in piazza Duomo, di un aperitivo nel centro di Como e poi una passeggiata sul lungolago e pure peregrinando un po’ nei dintorni di Lugano, per raggiungere Montagnola, il paesello in cui si rifugiò Herman Hesse e che da tempo desideravo vedere. La Vespa ha fischiettato allegra tutto il tempo: si è arrampicata felice sull’Appennino Ligure fino al passo del Turchino, non si è preoccupata lungo le statali affollate di camion a rimorchio che mi sfrecciavano accanto, si è goduta le stradine di paese dentro al parco del Ticino, ha ballato sul ponte di chiatte che attraversa il fiume e non si è scomposta nemmeno nel traffico di Milano. E il mio culo ha retto bene le dodici ore sulla sella.
Ho capito che sarà un viaggio fatto di lunghe attese e momenti magici e mille incontri.
Il primo giorno di viaggio mi ha regalato risaie assolate e paesaggi alpini e lacustri mozzafiato. Un momento felliniano lungo le rive del lago, poco prima di Lugano, quando un treno silenzioso che correva sui binari accanto alla strada, mi ha sorpassato lentamente illuminandomi a intermittenza con le luci dei suoi finestrini, mentre la gente guardava quell’ometto con lo zaino che avanzava piano sulla sua vecchia motoretta rossa e i bambini salutavano.
Conversazioni dal ferramenta, al bar, coi clienti dei benzinai.
Con quella dalla Liguria? Tu sei scemo.
Eh, però. Quanto ci hai messo?
Beh, ma almeno mettici sotto un 75cc.
O coi vecchietti che si fermavano mentre cercavo di far ripartire la moto che aveva iniziato a singhiozzare.
Quand’ero giovane ce l’avevo anche io.
Tira l’aria. No, non tirararla. Spingila giù da una discesa.
È la candela. No, è la benzina. Accelera, no stai fermo, sì ma solo un po’.
E intanto – giunto al colpo di pedale duecentotrentasette – io sudavo e imprecavo e finivo anche per dar loro retta sperando che la Vespa da giovani l’avessero davvero.
Infine, mi sono rassegnato: l’ho parcheggiata in un’officina e in settimana tornerò a prenderla.
Ad ogni modo: trecento chilometri in una giornata, tre pieni di miscela. Ho preso qualche misura che mi tornerà utile per organizzare il giro. Perchè finora ho solo buttato lì idee e supposizioni. Se davvero voglio partire – e magari arrivare – devo fare i preparativi il meglio possibile. Da qui a ottobre, tempo ce n’è, anche se di mezzo c’è una stagione lavorativa. Ma farò tutto il possibile e anche di più per essere pronto quando sarà il momento di partire. Intanto, ho appeso la cartina dell’Europa sopra al mio letto e ho iniziato a fare un po’ di righe col pennarello. In una certa misura, quando la guardo, mi sento già sulla strada.
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Ma dov’eri finito?

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Una vecchia canzone punk degli anni in cui andavo al liceo, che qualche amico dell’epoca ricorderà, iniziava con questo botta e risposta surreale:
Ma dove sei stato tutto questo tempo?
Sono stato a casa con la tracheite.
Una scusa come un’altra per giustificare un’assenza prolungata. Quasi due mesi senza postare niente di nuovo, nei tempi dei blog, sono effettivamente “tutto questo tempo”: considerato che non ho avuto la tracheite, che cosa ho fatto in questi due mesi? Ammesso che ci sia qualche lettore interessato a tale risposta – fosse anche uno solo, è giusto dargliela – racconterò brevemente quello che ho fatto. Riassumendo: ho perso un sacco di tempo cercando di sprecarne il meno possibile.
L’ultimo post parlava di Alpi: lì sono rimasto, ho lavorato e ho fatto qualche altro piccolo passo verso le montagne, pratico e teorico, in vista di progetti – sogni? – più o meno lontani. Per ora, più che altro, sono idee. O necessità. Tutte le cose grandi – non in senso assoluto, ma personalmente grandi: i traguardi che ci poniamo o le cose che sogniamo di fare – passano per piccoli aggiustamenti, prove, allenamenti: gradini da salire uno ad uno. È una cosa che ho capito e ammesso solo ultimamente e alla quale, anni fa, non volevo mai arrendermi. Forse tuttora non ne sono convinto al 100%, ma almeno ho capito che così facendo ci si tiene in movimento e si evita la pigrizia che molto spesso fa naufragare i progetti prima ancora che possano partire. Comunque: ho fatto qualche passo di avvicinamento alla montagna, innanzitutto.
Poi ho perso un altro po’ di tempo in cose dispersive e di poca utilità pratica, ma nuove per me.
Ho anche scritto, ovviamente, e pure molto. Molti frammenti, cose da far decantare e poi eventualmente riordinare, quando verrà il loro momento.
Infine ho lavorato a un’altra idea grande, circa un lungo viaggio in Vespa, di cui vado parlando in giro da un po’: fondamentalmente, per convincere me stesso che sia fattibile e mettermi nelle condizioni di essere obbligato moralmente – sempre con me stesso – a partire. Ho cominciato sistemando il mezzo, studiando le cartine, preparandomi all’idea.
Mi restano pochi giorni prima dell’inizio della stagione lavorativa estiva. Una parte di me mi invita a godermi casa, letto, mattinate di lungo sonno, prima di ricominciare. Ma le idee – quelle che una volta entrate nella testa continuano a bussare e ti danno il tormento – richiedono qualche altro passo, qualche altra prova di avvicinamento. Dunque, cercherò di sfruttare il tempo a disposizione. Lo zaino è pronto per la partenza di domattina. Non ho ancora deciso con che mezzo e con quale destinazione, ma il bagaglio resta pressoché lo stesso. Dunque suonerà la sveglia e deciderò dove e come andare in giro, per fare qualche passo in più verso i prossimi progetti, le prossime immagini e le nuove storie da raccontare.
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Gli occhi di un alpinista

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In questi giorni ho conosciuto il primo alpinista della mia vita. Il primo alpinista vero, intendo. In effetti, non ho frequentato molto la montagna in tutti questi anni, quindi la cosa di per sé è abbastanza normale. È solo da un paio d’anni a questa parte che la montagna ho iniziato ad attrarmi a sé. Mi è cambiato, per così dire, l’orizzonte o – per dirla in un modo che ha un legame più forte con quello che tra poco scriverò – in un certo senso, mi è cambiata la direzione dello sguardo. Guardo di più in alto. Continuo a guardare molto anche in lontananza, ad essere affamato di grandi spazi orizzontali, che siano distese terrene o, ancora meglio, marine. Però da un po’ di tempo a questa parte mi ritrovo sempre più spesso col naso all’insù. Se vedo una vetta, se incontro con lo sguardo una roccia che spicca nel profilo di qualche massiccio, se intravedo una baita, un rudere, un’antenna, mi chiedo sempre più spesso: come ci si arriva lassù?
La colpa, o il merito, è di certe letture, Bonatti o Krakauer, tanto per citarne un paio. Sicuramente è anche responsabilità di qualcosa che ho visto, anche se non lo ricordo bene. E un po’ probabilmente anche del mio amico Igor e di certi suoi discorsi. Ma tant’è.
Così adesso in montagna ci sono. Ancora quasi a secco in fatto di esperienza diretta, ma almeno mi sveglio tra pareti innevate e di notte, mentre torno dal lavoro, sento la neve scricchiolare sotto gli scarponi e osservo il silenzio magico e spettrale del ghiaccio illuminato dalla Luna. Sono quassù a fare un lavoro normale, non certo da alpinista. Però, si sa, in montagna fa freddo. Quindi prima o dopo per scaldarsi tutti passano dal pub. Ed è qui che sono io. Ed è qui che ho conosciuto il mio primo vero alpinista.
Lui si chiama Silvio. Deve avere una quarantina d’anni, forse qualcosa di più. Si presenta al pub e mi ordina una birra. Io non sapevo chi fosse, ma l’ho capito subito. Me ne avevano parlato: tutti quelli a cui avevo rivelato la mia fame di montagna. “Per queste cose dovresti parlare con Silvio”.
Entra, mi chiede una birra. La ragazza con cui lavoro mi sussurra all’orecchio: “Ecco, è lui”. Ma io già l’avevo capito. Appena entrato, da come si è guardato in giro, da come mi ha parlato.
Mentre spillo la birra, lo investo. Come faccio di solito, vuotando il sacco all’improvviso e senza tanti preamboli. Faccio sempre così, quando ho davanti una persona che mi piace od interessa. Faccio così anche con le ragazze carine, per esempio. Lo so: non si dovrebbe; forse dovrei imparare a coltivare un po’ più il mistero, a fingere uno strisciante disinteresse forse solo appena velato di curiosità. Ma alla mia età certe cose mica si imparano più. E poi, con Silvio, avevo fretta. Fretta di capire se un alpinista vero avrebbe inteso quello che sento in questo periodo per la montagna. Pensavo: se mi liquida in poche parole, significa che non ho poi questo gran interesse; uno come lui lo capisce al volo. Insomma, volevo giocare a carte scoperte per rivelare prima di tutto a me stesso un eventuale bluff. Come quella volta che volevo imparare a suonare la chitarra. O quando volevo prendere la patente C. O imparare a nuotare bene a stile farfalla.
Silvio mi è stato a sentire. Sorridendo con curiosità. Poi mi ha detto alcune cose semplici, mi ha incoraggiato, mi ha detto che non è mai troppo tardi e che non devo mica diventare un alpinista, ma devo solo cercare di arrivare dove mi spinge la voglia. Abbiamo parlato di Bonatti, di Messner, dei libri che ho letto e lui mi ha spiegato, corretto, raccontato; perché io, in fondo, sono un emerito ignorante su questi temi, mentre lui è un alpinista, vero, e ha fatto pure il corso per guida alpina con un certo Simone Moro che in questo stesso momento se ne sta alle falde del Nanga Parbat in attesa di scalarlo, da solo e in pieno inverno. Poi Silvio mi ha raccontato qualcosa di sé, della sua montagna, del suo lavoro. Abbiamo parlato anche altre volte, anche di mare, che gli piace, ma fino a un certo punto: se lo gode, ma non lo conosce abbastanza da entrarci in confidenza quando le condizioni non lo permettono; una lezione di umiltà utile per un neofita delle ciaspole come il sottoscritto. Abbiamo parlato di birra, di vizi, di allenamento e di previsioni del tempo. Cose così, normali.
Il fatto è che parlare con Silvio non è affatto normale. La cosa straordinaria non sta in quello che dice, ma in come parla. E soprattutto, nel suo sguardo.
Silvio è piuttosto magro. Ha la barba lunga, che un po’ inspessisce un viso altrimenti un po’ scavato. Indossa un giubbotto, sopra una camicia a quadri dalla quale spunta il girocollo di una maglietta della salute. Muove le mani, quando parla. Non le agita come fanno molti, come se dovessero scacciare un esercito di mosche che si frappone fra loro e chi li ascolta. Le muove come raggiungendo appigli successivi, come scalando una ad una le parole, con piccoli gesti essenziali e misurati.
Silvio, tra le altre cose, fa il bombarolo. Ancora non mi ha raccontato bene del suo lavoro, però, in sostanza, è quello che dopo ogni nevicata piazza le cariche esplosive per provocare slavine calcolate e mettere in sicurezza la valle, prima che passino di lì incauti sciatori fuori pista. Io me lo immagino uscire di casa quando ancora non si intravedono neppure le prime luci dell’alba. Conosce la neve, i pendii, sa dove passare e come passarci e si arrampica lassù, a un passo dalle stelle. Me lo immagino con la barba ghiacciata, mentre sale e studia la situazione. E intanto tutto l’arco alpino lentamente abbandona la sua veste notturna e le vette cominciano a illuminarsi di una luce abbacinante. Ogni tanto, quando mi sveglio per andare a lavorare, sento dei boati lontani, immagino il rombo di quella massa impetuosa di neve che scivola a valle e Silvio lassù, mentre il sole gli scioglie i ghiaccioli tra la barba, che la osserva dall’alto.
Silvio ha gli occhi chiarissimi. Più che azzurri. Raramente ti guarda dritto in faccia. Il suo è più un perdersi nello spazio, nell’aria tra te e lui o tra te e il suo filo di pensieri che si dipana un po’ alla volta. Quando parla di montagna, il suo sguardo muta ancora e viaggia lontano. È uno sguardo che diventa spazio. Lo dilata. È come se davanti a lui non ci fossero il bancone del pub e i faretti e le bottiglie ordinatamente sistemate nello scaffale alle mie spalle e il lavandino e la parete. I suoi occhi non vedono niente di tutto questo, i suoi occhi non sono lì. Sono lassù e vagano in una profondità sconcertante e incomprensibile.
Silvio ha uno sguardo con cui non si nasce. Quegli occhi lì ce li si guadagna, sono il frutto di una vita.
In certi momenti sono quasi a disagio. Per fortuna ci pensa con le parole a metterti a tuo agio. Anche se ha un tono di voce che a volte sembra parli tra sé e sé. Anche se in certi momenti sembra parli alla montagna, più che a te.
Silvio è un alpinista vero. È una persona semplice e fuori dall’ordinario e dall’aria solitaria, malinconica, ma affatto triste. Tutti lo conoscono, lo salutano e lo rispettano. Abbiamo fatto amicizia e, se avrò tempo e voglia, ha promesso che mi farà conoscere la montagna. Intanto, l’ho vista nei suoi occhi. Occhi hai quali vorrei far somigliare un poco anche i miei. Pieni di altezza e profondità, di silenzio.
Io uno sguardo così non l’avevo mai incontrato prima.