Poesie

In ordine cronologico, le poesie che ho scritto dopo la pubblicazione di “Lettere da un ammutinamento”. In stesura provvisoria, ma pubbliche, come facevo a suo tempo sul vecchio blog.

28 04 13

Camminavo nella luce del tramonto
su una striscia d’asfalto verso il lungomare.
Mi sedetti all’angolo di un sabato pomeriggio polveroso,
pensando a Sal Paradiso e a Dean Moriarty cavalcare,
alla loro macchina che andava come un cavallo dei pionieri
al loro saltare sui treni.
Pensai a Marylou e al loro amore.
Pensai a Dean, in lacrime e stremato, sperduto a New York.
Abbandonante e abbandonato. Robert Forst che scriveva
“ho avuto un litigio d’amore con la vita”.
Citazioni e citazioni, parole che non so parlare, voci
a cui non so arrivare. Cos’ho da dire di mio?
Raccontare del sole in riva al mare, di queste piastrelle,
delle sere passate a pescare, a buscare del freddo,
a ingannare un cappello volante.
A cercare la parola cascante su un pezzo di carta
o su un bianco schermo col cursore lampeggiante.
E forse dovrei soltanto provare a cantare.

19 05 13 Monicelli

Penso a quel vecchietto
quel regista noto ai più
che da un balcone si butto giù
senza nemmeno urlare silenziosamente
che voleva solamente riposare
senza restare un minuto di più nell’ospedale
con un sibilo di dignità e una regia
da neorealismo delle origini
circondato poco dopo dal cordone dei vigili
quel corpo fracassato come i nasi dei pugili
dal tempo e dalla fatica delle idee.

28 05 13

Affitterò una fidanzata part-time, pagandola carissima. Per un po’ di coccole e qualche lite.
Per una telefonata che mi disturbi mentre ascolto la partita alla radio.
Mi dicevi che sono buono solo a scopare. Ti ho risposto: mi dici niente. È piaciuto pure alle tue amiche.
Il fatto è che non sono fatto per,
son solo fatto.

E le biciclette parcheggiate lungo i capannoni abbandonati, sul lungo fiume, sempre in secca. Noi due distesi al sole e l’erba in bocca può servire sai a far sembrare tutto allegro.
A quell’epoca sognavo ogni tanto.
Di uccidere Di Caprio. Perché ero geloso delle lacrime dei cinema, perché piaceva a te e a tutte le tue amiche adolescenti e mestruate. Pensandoci adesso, avrei fatto una cazzata:
perché sarei in galera a scontare un ergastolo, senza la possibilità di guardare The Departed e tanto altro.
Però avrei potuto uccidere i Take That.

Che poi non serve a niente che stia qui
a scrivere cazzate e a raccontarle
lungo un bancone
di alcolizzati che non mi stanno più a sentire già da molto tempo ormai
non si sa mai che cosa fare
quando hai perso le parole
e non sai più raccontare che di te e dei tuoi problemi inesistenti
che i più grandi son le cene coi parenti
che son morti da un bel po’.

L’altro giorno ti sei fatta un tatuaggio sulla scapola, un fiore di maggio o forse d’aprile, non so dire, però mi piace quel profumo che ora sento mentre ti sfioro la schiena, appena appena, sotto al lenzuolo di cotone, a luci spente.
Tu mi hai detto stai attento non mi posso innamorare. Ti ho risposto non ti devi preoccupare, puoi odiarmi, dammi solo un po’ di tempo per scappare un po’ più in là. Faccio finta di fumare solo per poter avere i minuti di vantaggio e scomparire dietro l’angolo del pub. Però non butto giù.

06 09 13

Le volte che siamo usciti, solo per non stare a casa.
I giri per il mondo che abbiamo fatto, solo per non stare fermi.
Le scuole che abbiamo occupato, solo per non essere soli.

12 09 13

Le ringhiere arrugginite
aggrappate ai balconi
(già fuori di casa e non ancora in strada)
(appese ai muri in trasparenza dietro a tende ceramiche sbeccate)
come Babbi Natale furtivi
appesi
stupida fine dei sogni dei bambini
dei sogni d’infanzia
la stanza che un dì era una cameretta adesso è coperta di stupidi poster
stropicciati sgualciti strappati
come sogni di seconda mano
ed il nano il folletto e il cavaliere
ormai stanno lassù nell’armadio
come sogni in pensione.

12 09 13 Elenchi

Elenchi di parole invernali
Elenchi di conversazioni
Elenchi liste della spesa
Cose da comprare
Cose da fare
da scrivere
leggere
dimenticare.
I paesi in cui son stato
e quelli dove andrò.
Elenchi di aerei presi
Elenchi di birre bevute
di cose cadute in disuso
parole palindrome
di elenchi ne abuso
e non li leggo mai.

25 09 13 Almeno

Ti abbracci le gambe nude
sull’orlo di un grattacielo
La solitudine dei palazzi troppo alti
senza ascensori
e delle mani tagliate da cocci aguzzi di bottiglia
stretti nei pugni come bandiere
come barriere
come chimere.
Hai presente una piscina
di notte?
La Luna che sfiora le immobili acque e le tue
braccia disegnano archi
come videogiochi
nel buio di lune che abbaiano a cani bastardi
che son io.
E s’è fatto tardi oramai
Così tanto che i karaoke hanno chiuso i battenti
ai tuoi canti stonati
sfalsati nel tempo
e prima che passi
pretendo ancora uno sguardo
almeno
al tuo vestito sfalsato di spalla
un braccio nudo
è più che vivere
incrociarsi in un corridoio a una festa un
abbraccio
come quando ancora bambino
guardi fuori dal finestrino
d’un treno che va chissà dove
e fissi per venti secondi
almeno
la sagoma sul marciapiede
la pelle nuda.
E il treno riparte
ma resterà sempre
almeno
un po’ tua.

27 09 13

Cado dormendo sul fianco sinistro del sogno
dei sonni agitati e scomposti
sovraesposti come fotogrammi
bruciati di sole, di sale,
cado sedendo in riva al mare
cado anche dalle scale
musicali dei miei ritornelli fischiettati
in un loop di buonumori
artefatti e più veri
e duraturi dei miei dolori
di crescita
articolati.
Cado e dal fondo ti vedo lassù che mi tendi la mano
dal bordo sinistro del pozzo
profondo e sprofondo di nuovo nel sonno
rimando e rimango sul fianco sinistro
di questa penombra uterina
e di sogni gravida.

07 10 13

Che ne fai ora di tutti quei temporali sul mare che ti sono rimasti negli occhi?
Tre rintocchi li senti ogni notte, come fumetti e giocattoli accumulati in cantina.
La solitudine delle diete, il tempo che passa sulla pelle della frutta nel cestino
e le pesche che sembrano visi abbronzati di vecchie al mare.
Ti hanno chiesto se avevi una chewingum in tasca e tu l’avevi
ma hai detto no, non lo so. Fumo negli angiporti che sale da sagome incappottate sedute su bitte fredde e
bibite calde che si sgasano sui tavolini dei bar. I cerchi sui vinili delle tovaglie che
suonano musiche degli anni sessanta
caffelatte che tua madre preparava alla sorella
prima di andare a scuola.
Come un segnale stradale che è dossi o tette
scelte convenzionali come il senso della vita che ti spiega il presentatore
ed io ho come il sentore che la batteria della drummachine si stia scaricando e
ad libitum
consumeremo un po’ alla volta le batterie in gioie fantasy
e rap balbettati
come vecchie canzoni degli anni sessanta.
Perché
se guardi bene al di là della cornice
vedi un quadro di Hopper e tu –
capisci? –
sei fuori
e non importa qual è la realtà.
Girati e vai, che la causa di tutto il dolore è alle spalle
oramai.

04 11 13 Canzone d’amore

Ti ricordi quel giorno in collina?
la mamma era andata dalla vicina
o alla riunione condominiale, mi pare
di ricordare
ma tu non c’eri
come puoi saperlo?
Era solo il brutto ricordo di un pomeriggio
andato a male
che però nel ricordo di adesso sa di caviale.
Ma come fai a respirare con il collo del maglione fino agli occhi?
Non ti sembra di soffocare?
Come a me, nel profumo dei tuoi capelli
profumano di biondo e balsamo al lampone
o alla carota.
Ho il raffredore
e quindi tiro a indovinare
ma tu per così poco non ti arrabbiare.
Lo sai che se potessi mi inventerei
un superbalsamo al profumo di galassie interstellari
e sì, l’ha capito, è soltanto la mia solita scusa
per dirti qualche cosa di romantico
superficiale.
Ma ti ricordi quel pomeriggio in collina?
Ma tu non c’eri e non te lo puoi
ricordare
però ti dico che erano solo un pugno d’ore
andate a male
come l’aria dentro a un sottomarino sovietico
che incomincia a scarseggiare
è nucleare e quindi hanno deciso di lasciarlo
affondare
come un ricordo come la scia
come se fosse solamente archeologia industriale.
Ma ti ricordi? Ma tu non c’eri
ed io non voglio raccontare
perchè era solo un pomeriggio di noia
collinare.
Guarda i tuoi capelli così biondi
così morbidi
così maiale
mi sento io a immaginarli sul mio ventre
a solleticare
mentre dovrei probabilmente
concentrarmi e studiare
per l’esame di storia contemporanea che non riesco a preparare
da sei semestri perchè mi sfugge
e tu lo sai
che il mio ritardo è cronicamente impresentabile
non sono mai preparato
sul capitolo finale
su quei baci che dovrei dare
ma se potessi ti regalerei un manuale di storia contemporanea
che si aggiorni in automatico così potrei
dimenticare il giorno del compleanno
del matrimonio
del funerale.
Mi ricordo i tuoi occhi
morbidi come un peluche lavato con l’ammorbidente
quando mi infilo nel letto e tiro il lenzuolo fino a sopra gli occhi
per impedirmi di farti entrare
anche nei sogni
a tormentarmi
col profumo di balsamo lungo
come una coda in tangenziale.
I tuoi capelli biondi
in fondo io li vorrei baciare
come il pezzo dei lego che salta fuori dopo giorni di ricerche
come il pallone prima di tirare.
Vorrei essere figo vorrei essere alto
vorrei essere bello come mi credi
da fotografare
per regalarti tante foto
da taggare.
Ma ti ricori?
Io non ricordo
se questo yogurt è andato a male
non lo mangiare
adesso smetto e te lo vado a ricomprare.
Ma le parole che non ti ho detto
rimbalzano come gocce di pioggia sulla sabbia
in riva al mare
chissà sei pesci vengono a galla
per bere o per lavarsi i denti
mentre piove di novembre e questo giorno
è un biscotto dimenticato nel caffelatte ancora tiepido
da stamattina
come il mio ventre e le mie tasche
vuote
da concimare.
Mi sembri un calorifero dicevi toccando le mie spalle e le mie ascelle
io avevo paura di sudare
ma ti ricordi?
Non mi ricordo se ricordi
quel pomeriggio nato male
e finito così così.
Cosa ne dici
se per rimediare
ti invito da qualche parte in motorino a mangiare?
Ma ti ricordi
quel pomeriggio in collina?
Tu non c’eri
ma io incontrato il tuo ricordo
mi hanno preso le tue dita
per il colletto della giacca un attimo prima
di lasciarmi andare
e gli ho lasciato alcuni dei miei neuroni come anelli
per permetterti di creare
i miei pensieri migliori
e certe foto da incorniciare.
Adesso vado
nel mio precario equilibrio intestinale che mangio solo riso e fagioli
e caviale andato a male
ma ho sempre un dito
sul colletto che mi aiuta a attraversare.
Vorrei portarti dentro a una grotta facendo finta di volare
masticando caramelle allo zenzero
grattandoci la testa dietro alle orecchie
imparando a ballare il liscio
per quando andremo alle sagre di paese
convincerti che l’aria settembrina
è più bella e profumata
di quella di agosto
che sa di olio abbronzante e di folla e di sudore
ma tu vieni dal freddo
e ami l’estate al mare
mica l’autunno
non sarà facile convincerti ma devo provare
baciarti la punta del naso
cantarti canzoni stonate
come un disc jockey
demenziale.
Ma non mi ricordo
se lo yogurt lo vuoi bello o di una sottomarca non commerciale
poco male
te lo porto dentro a un sacchetto
che vola via come un aquilone legato bene
dentro all’occhio
di un ciclone.
Un lacrima sul balcone un altro film da scaricare
un pacchetto di sigarette sul cruscotto
una torta
un cannochiale.
Io mi ricordo che so volare
dentro la pioggia come una foto per un bacio
per una notte
da ricordare
ma dimmi dov’è
non mi ricordo
dove dobbiamo andare.

16 12 13

Parto forse torno mi sposo
riparto

dov’è finito quel malinteso senso
di disfare la valigia grigia del tempo
che ci resta
e manca sempre
e ancora un altro po’

repulsione per la propria ribellione

addormentato sopra i glicini di plastica della tovaglia

Alla radio parte una canzone divertente
e balla impertinente
C’è lo scottex e un inizio di poesia col pennarello:
come si fa a recuperare tutti i tramonti
persi nel riflesso dei suoi occhi?

18 01 14 Lettera d’amore alla Kerouac

Quella ragazza era la somma di tutte le donne che ho amato nella mia vita. Aveva tutti i pregi, tutti i difetti, tutti i colori. Il modo di muovere le mani di una, le inflessioni della voce dell’altra. Non c’era niente in lei che non mi risvegliasse qualche sensazione onirica, qualche ricordo che arrivasse da lontano. Era le donne che ho visto al cinema, le modelle davanti alle cui foto mi ero masturbato. Aveva gli stessi capelli della bambina di cui ero innamorato all’asilo e le stesse ginocchia della sorella del mio compagno di seconda elementare che sognai per tredici notti consecutive dopo averla vista attraversare il salotto in minigonna un pomeriggio a casa sua.
Avrei solo voluto che mi guardasse. Un attimo. Forse l’aveva anche fatto, ma mi vergognavo e al minimo movimento della sua testa, mi voltavo e fissavo il tabellone delle fermate sopra la porta, come un idiota che non ha mai preso la metropolitana e deve controllare a che punto del percorso si trova. Di continuo. Ecco: in effetti, lo faccio spesso. Non in metropolitana, in generale, intendo. Non so mai a che punto del percorso sono e spesso mi devo fermare a controllare. Solo che quando lo faccio siamo sempre in galleria e non riesco mai a farmene un’idea. Comunque. Se anche mi avesse guardato un istante, non lo avrei notato. E mentre fissavo il tabellone (o a volte il cellulare o altre volte ancora mi spiluccavo briciole immaginarie o spolveravo granelli di forfora dalle spalle) speravo che non lo stesse facendo, perchè mi sentivo un idiota.
Eppure non sono mai stato timido con le donne. Non particolarmente. Certo, quando capitava di dover approcciare con quella verso cui avevo un interesse un po’ più spinto, mi facevo un po’ prendere dal panico. Rimandavo. Come un universitario che non si sente pronto per il primo appello e controlla già le date di quello successivo. Poi però, all’università e con le donne, mi sono sempre buttato. Tattica del kamikaze. Più sfacciato possibile, così da avere sempre pronta la scusa in caso di insuccesso: non me ne fregava poi molto, c’ho provato, ma facendolo così era ovvio che non funzionasse; se davvero mi fosse importato, ci avrei speso più tempo. Perchè, alla fine, il concetto è quello: è il tempo che impieghiamo per prenderci cura di una cosa che le da un valore ai nostri occhi. Ecco: questa ragazza, la ragazza di tutte le ragazze, mi aveva già rubato un sacco di tempo, mezzo inverno da pendolare, mezz’ore di sonno sacrificate per prendere proprio quel treno anche quando avrei potuto dormire di più. Ore di quotidiano sportivo non letto – e meno male che non giocavo più al fantacalcio, libri lasciati nella tracolla, messaggi non risposti, chiamate perse, ripassi di lezioni dimenticati, conversazioni evitate, pensieri congelati, pisolini cancellati. Tutto per guardare lei. Non penso di aver mai sacrificato così tanto per una donna, prima. E ancora non sapevo nulla di lei. Nemmeno se, in questo mese e mezzo, mi aveva notato almeno una volta. Avevo anche pensato di indossare qualcosa di vistoso. Ad esempio: durante il liceo per un certo periodo mi ero affezionato ai berretti strani. Era un po’ una passione e un po’, capisco adesso a distanza di tempo, un semplice e un po’ infantile tentativo di uscire dall’anonimato, di differenziarmi da quella massa di gente che usciva tutta insieme dal cancello come un budino rovesciato sul pavimento. Poi iniziai a uscire prima, a entrare dopo o a non entrare affatto ed ecco che la differenza era marcata senza bisogno di copricapi astrusi. In questo caso, però, prendere il mezzo prima o quello dopo non sarebbe stato un metodo valido. Quanto al copricapo, a trent’anni non me la sentivo più di fare un tentativo. Cioè: un giorno indossai un berretto di lana di alpaca peruviano, ricordo di un viaggio di qualche anno fa: ma lo tolsi prima di entrare in metropolitana perchè mi faceva prurito alla testa. Beata lei che non ha bisogno di indossare nulla di strano per farsi notare. Le basta il suo cappottino e la sua sciarpa colorata. Ogni tanto calza anche un berretto grigio col ponpon. E alterna gli stivali con le scarpe da ginnastica, alte, rosse e con il pelo dentro. Sotto il cappotto non sono mai riuscito a sbirciare. Nemmeno il culo glielo ho mai visto bene, perchè il cappotto lo copre. Oltre il bordo però spuntano due gambe nervose, caviglie strette, polpacci dai gemelli un po’ marcati, dentro a quelli che adesso chiamano leggings, ma a me sembrano le vecchie calzamaglia. Comunque, il fatto che vesta un po’ alla moda non la rende meno interessante. La borsa è ampia, di quelle che sembrano quasi grossi sacchi di stoffa colorata un po’ hippie, ogni tanto la indossa a tracolla. Cosa contenga non lo so, forse libri, forse una cartellina con disegni, foto; forse vestiti, magari un body, perchè magari fa la ballerina o qualcosa del genere. Un giorno glielo domanderò. Anzi: un giorno mi sveglierò con lei, nel suo letto. Non mi alzerò, perchè forse dovrò andare a lavorare, sì, ma un po’ più tardi di lei. E la guarderò mentre si prepara e finalmente vedrò cosa mette nella borsa e lì, quel giorno, ci sarà anche il mio libro, perchè lei lo porterà sempre con sè. Letto e riletto decine di volte, consumato, sgualcito, ma sempre con lei. A volte, in metropolitana, lo aprirà solo per rileggere la dedica che le avrò scritto prima di regalarglielo. Anzi no: lo avrà comprato, e avrà capito che parlavo di lei anche se ancora non ci conosciamo e si sarà accorta di me grazie a quel libro e ci saremo presentati una fredda mattina, sul marciapiede della metropolitana e saremo andati via da lì, insieme, verso casa sua, fermandoci prima a comprare dei croissant, uno alla crema per lei e uno alla nutella per me e poi via di corsa verso casa sua, che non è distante per fortuna e una volta dentro, senza troppi convenevoli, mi mostrerà la copia del mio libro che tiene sul comodino, con diversi passaggi sottolineati e un cuoricino a matita sotto il mio nome a pagina tre e le scriverò la dedica, che sarà lunga perchè le racconterò la storia di quella ragazza che era tutte le ragazze che ho mai amato in vita mia che incrociavo ogni mattina in metropolitana e per la quale scrissi un libro, perchè non avevo il coraggio neppure di avvicinarla per parlarle, neppure un istante e lei la leggerà commossa e ci baceremo e io penserò a tutto questo mentre la guarderò uscire di casa, con il mio libro sgualcito nella sua borsa e le dirò, perchè sarò ancora assonnato e non so come potrà lei essere così sveglia dopo aver fatto l’amore con me fino alle quattro del mattino, ma lei è così: piena di vita, di energia, si stava spegnendo nella monotonia della città grande e grigia fino a quando non ci siamo incontrati e allora mi saluterà sorridendo e io, nel dormiveglia, le dirò “buonanotte” invece che “buon lavoro” e lei sorriderà perchè sa che qualche ora prima, mentre lei si era addormentata, io ero andato alla scrivania a scrivere qualche riga del mio nuovo libro e un piccolo haiku dedicato a lei e poi le avevo anche corretto l’ultimo capitolo della tesi di ricerca che sta preparando e infine le avevo preparato la caffettiera, già appoggiata sul fornello così che dovrà solo accenderlo e imbandito la tavola per la colazione e poi mi ero rimesso a letto, appena un’ora prima del suo risveglio e dunque lei sa che, nella nuvola di odore di caffè e di croissant e della sua pelle e della sciarpa colorata che ancora indossa e che profuma di bucato appena fatto, mi riaddormenterò per risvegliarmi qualche ora dopo – appena un paio prima del suo rientro – mi scalderò la tazza di caffelatte che mi ha lasciato nel microonde (quella tazza che mi ha regalato l’anno prima, comprata a Parigi, dove andò in vacanza tre giorni con sua mamma e che ha disegnato un croissant, una baguette, un cuore, la tour Eiffel e un orsetto sorridente), scalderò la brioche nel fornetto e farò colazione, prima di mettermi a lavorare un poco, poi preparare il pranzo per il suo ritorno e infine coprirla con la copertina rossa di lana a punto grosso, fatta da sua mamma quando ancora lei era bambina, mentre si addormenta sul divano dopo pranzo e la sveglierò un’ora dopo, con un caffè caldo zuccherato appena come piace a lei.

Mi sveglio all’improvviso. Capolinea della metropolitana. Merda. Mi sono addormentato, lei è scesa chissà quanto tempo fa, io non so dove cazzo sono, fa freddo, scendo dal vagone, mi accendo una sigaretta e faccio una lucida deduzione: da domani dovrò inventarmi qualche scusa per prendere questa merdosa metropolitana ogni mattina, perchè oggi arriverò di nuovo in ritardo e mi licenzieranno.

23 01 14 Canzone contro l’estate

Correva l’estate del millenovecentonovanta
La spiaggia era tutta di quelli degli anni sessanta
io stavo seduto nel bar a guardare i mondiali
e le gambe della cameriera da dietro gli occhiali.
Passate le estati degli anni castelli di sabbia
arrivano gli anni trascorsi a ingoiarti la rabbia
che quelli degli anni sessanta son conservatori
son prof, poliziotti, son preti, son rompicoglioni.

Io amavo all’epoca una che stava a Milano
di nome Giulietta, di marca era Dolce&Gabbana
Io invece vendevo le orate al mercato del pesce
pensando “che merda star qua, poi stasera non s’esce”.
Ma poi l’anno dopo al mercato mi venne a cercare,
felice la guardo, sorrido, mi metto a cantare.
Mi fissa stupita, mi chiede “Ma ti senti bene?
Hai il numero di quel tuo amico che si veste bene?”

Dovevo imparare a suonar la chitarra
intorno al falò dovrei essere quello che raglia
Un po’ deragliato guardare la fiamma
Estate di merda, estate sei tutta sbagliata.

Poi venne l’estate di quella guerriglia
un colpo che parte, poi sempre qualcuno lo piglia
Al bar della spiaggia li senti parlar di stronzate
E tu che lavori che hai cuore e ginocchia sbucciate.
Poi venne l’estate del record del duemilaetre
Quel caldo di merda mi tiene lontano da te
Che stai sulla spiaggia sdraiata a leggere un libro
Seduto sul trespolo sudo, ti sogno e sorrido.

All’epoca lei si chiamava soltanto Camilla,
lo lessi su di una targhetta attaccata a una spilla.
Rapita una notte durante una grande grigliata
La presi per mano e facemmo una passeggiata
al chiaro di Luna bacia e carezzai le sue orecchie
Partì l’indomani senza che le sfiorassi le tette.
Estate sei un sogno che sveglia e poi fugge via
Le sere d’agosto s’accorciano già lungo i cavalcavia.

Dovevo imparare a suonar la chitarra
intorno al falò dovrei essere quello che raglia
Un po’ deragliato guardare la fiamma
Estate di merda, estate sei tutta sbagliata.

13 02 14

Quel senso di vuoto che ti fa sentire
come un marciapiede lì sotto un lampione
che sembra un teatro deserto
o i resti sgualciti di un cinema all’aperto.
Ricordi le sedie dei banchi di scuola?
I polpacci graffiati da schegge di legno
lo zaino pensante e la tua pianola
cercavi canzoni trovavi
puntine da disegno.
Il segno da sempre che vai cercando
ormai l’hai capito è solo un inganno
non c’è la salvezza
nemmeno un istante
non c’è neanche quando ti sbircio in mutande
però se la smetti un po’ di cercarla
ti trovi seduto di nuovo in cortile
un film anni ’80
un vento sottile
ti accorgi che stato da sempre
un pesce d’aprile.

18 02 14 Deriva

Ma ci pensi che anche i continenti si muovono?

Che tutto cambia

e l’acqua scorre e leviga le pietre che ogni istante perdono
molecole come tu ed io, per sfregamento
che tutto è un continuo scambio
ricambio
pezzi di ricambio nelle discariche sociali
alla ricerca di un braccio
di un cuore nuovo
e tutto cambia
è la deriva dei continenti
dei sentimenti
incartapecoriti sui nostri volti e poi rinati
mutano i colori
e il calendario dei tuoi buonumori programmati
una volta al mese
in questo vivere senza pretese apparenti
rimaniamo spesso chiusi nei nostri appartamenti
e spostiamo i mobili e cambiamo i poster
e immaginiamo di lasciari ai posteri l’ardua memoria
del nostro cambiamento
ma ci pensi
che anche i continenti si allontanano ogni istante
e tu sei sempre più distante
fino a che non t’andrò a cercare
dall’altra parte del mondo
rotondo.

03 03 14

E alla fine
quel tuo sguardo di traverso
sul prato di notte
che hai fatto e non ho visto
sarà argomento di conversazione
molto più sensato e lungo
di tutte le tue parole non dette negli ultimi mille anni.
La disoccupazione che riempie i giardini e anche a fare l’amore lungo il lago
ci trovi la coda come al casello la domenica sera
dei bollini rossi del rientro dalle villeggiature economiche
che non hai visto
quel film premiato agli Oscar
andiamo mercoledì al cinema che costa meno
E quella foto seduta al banco della biblioteca ballando sui libri antichi
era solo un momento
come una stella cadente che ti illumina il viso
come un’offerta speciale nel centro commerciale
aiutami a fare la spesa di sentimenti
che i miei sono scaduti come yogurt tempo fa
senza che li abbia preferibilmente consumati.
Luminosi iridi nel buio come un gatto
nascosto sui binari della luce
quando non paghi le bollette
giusto in tempo
dentro il lampo prima che finisca la candela
le tue nostalgie sono arrivate solo un attimo in ritardo
e son fiorite come malanni di stagione
non mi sono mai vaccinato contro l’influenza positiva dei ricordi negativi
che i peggiori sono quelli dimenticati
o inventati
sulle pagine di un libro
in biblioteca al sabato pomeriggio
si sentivano i profumi delle donne
e nessuno studiava
seduto nel sole
scalinate ricoperte di cuori caldi e infranti
e sentimenti che colavano e ricoprivano parole
Come l’acqua l’asfalto delle vie dublinesi
che sanno di piscio e di sogni infranti.

03 03 14 Come un pianosequenza

E come in un pianosequenza
lungo mille chilometri
sei sempre nella mia inquadratura
in questo film che non ha ancora una trama
e come questo cielo sembre ingobro di stelle
Orione e la Stella Polare
disegni unisci i puntini e poi stalli a guardare.
C’è sempre un vestito sopra la tua sedia
ho ancora le tue mutande nel mio cassetto
insieme ai sogni in cantiere
il materasso come un prato scomodo
sotto l’arcobaleno
e il tuo profilo in controluce
come un ritratto in bianco e nero
fa un po’ freddo
c’è molto vento il cielo è sereno.
E ritorna ritorna indietro
a prendere il treno
e poi prendi l’aereo
vola di nuovo qua
attraversa il cielo
con la luce delle stelle che cerca il tuo profilo
per riposare
come in un pianosequenza lungo mille chilometri
ti voglio abbracciare
come un gatto bagnato ritrova la tana
come un bambino attaccato a una sottana
scale su scale di accordi sbandati
come sandali sulla neve
come sbronzarsi alle cene sociali
ma ho ancora i tuoi sogni nel cassetto
me li porto dietro come un portachiavi
non posso perderli sono preziosi
come i tuoi occhiali.

13 03 14 Anni ’90

Ascoltavi un disco dei Nirvana, seduto sul divano
Mentre fuori scorrevano gli anni novanta e morivano i tuoi eroi
E affogano le città nelle pubblicità
Di fine millennio, sponsorizzato da Hollywood
Specchiandoti nei finestrini di un treno veloce di passaggio cercavi di capire chi eri tu
E chi sei ora, oltre al passo che affonda nella neve
Continui a guardarti indietro e intorno e mai avanti
Con le costanti dei tuoi cattivi umori
Non studi e non lavori, guardi solo la TV domenicale
Il futuro è una cambiale
È la coda di cometa già passata
È una coda in soprelevata
Mentre il porto muore lentamente e la polvere ogni giorno che si ammucchia sui container
Che sono case per topi e mi affitterò una stanza.

16 03 14

E tu che mi mandavi le foto delle vacanze
Mentre eri in viaggio col tuo ragazzo
Io rispondevo ma non volevo
Cercavo il senso di questo smacco.
Ci siamo incontrati in piazza Duomo, in un bel giorno di Carnevale,
Senza alcun senso come la mappa del mio appartamento
Che è sempre vuoto, escluse le foto
Che ti mandavo dai miei viaggi
Lungo i pianeti dell’universo
Fino a Saturno coi suoi anelli
Ne rubo uno, ma non vuoi sposarmi.
E tutto il senso della vita sta sopra questo meteorite
Che mi è rimasto come un sasso
Nella scarpa che fa zoppicare
Una cometa che è andata a male
Duecento stelle che tirano a campare e forse
Son già morte da mille anni e non lo sai
Che sono andato te ne accorgerai quando anche la mia ombra ti lascerà.

16 03 14 Livorno 2000

Vedo un vecchio con la radiolina
che ascolta la partita
seduto in panchina
e mi riporta a secoli fa
verso la fine del pleistocene
sono su un treno e ascolto il walkman
o forse addirittura
il lettore portatile dei cd
i calzini stesi ad asciugare
il cuore pieno
gli occhi bagnati
sul treno di ritorno
da Livorno.
Dal suo lungomare di cemento
trattengo a stento
un sorriso a ripensarci
era domenica anche allora
immagino
perché già saltavo scuola
ma star via tutto il giorno
era impossibile
quindi era domenica
ora ricordo.
Che fine hai fatto tu
amore?
Eri un sorriso
sopra un viso acceso
di buonumore
io ero piccolo
tremendamente ingenuo
scrivevo un milione di lettere
e disegnavo cuori sul diario
già allora non ero mai in orario
però
a pensarci adesso
era tutto più complicato
e avvincente
facevamo delle cose che manco un deficiente
però
era divertente
mentre adesso
non facciamo più niente
non raccontiamo più niente
e non stendiamo i calzini bagnati
sui termosifoni dei treni
arbre magique alla fragranza di piede
e odoravo passo passo
la passeggiata d’amore
sul lungomare d’asfalto
che resta lì
come una spina nel cuore.

17 03 14 I vecchi biglietti della metropolitana

Mi son trovato in autogrill
era forse un lunedì
che ritornavo dall’America del Sud
andavo verso casa dove mi aspettavi ancora tu.
Ci restan sempre le poesie
appiccicate alle dita come cascate di fantsie
e poi ritrovi tutto qui
che non si è mosso come statue
come quando cadi in fondo a un fosso
e vedi
lontano
le immagini bruciate di pellicole nel sole
e foto indefinite
in controluce
e pensi
allora sono stato via davvero
da queste immagini se ne deduce che
i viali di Berlino
sono fioriti come i miei clichè.
E poi tornato a casa
ma quale casa c’è?
Quell’autogrill di tutti
è un uguale a tutti gli altri autogrill.
Se guardo nello zaino
ritrovo le monete che ho tenuto in mano
le carte non giocate e le occasioni perse tempo fa.
Lungo la strada
i passi fatti e quelli da buttare
e le poesie che restano attaccate
alla faccia interna delle palpebre
come al cinema
i titoli di coda
la strada piano piano che scolora
e sembra tutto un film lontano
un racconto letto tempo fa
in un letto freddo di Vladivostok
come l’infanzia in una stanza
l’odore della crema dopobarba di papà
lo senti da lontano
e torni a casa
ma quale casa c’è?
Quel viaggio che è di tutti
è un viaggio uguale a tutti gli altri ma
Se guardi nelle tasche
ritrovi ancora i soldi di Bangkok
le banconote finte le schede telefoniche scadute
i tuoi biglietti vecchi del metro
e ti resta la strada
la cara vecchia strada è sempre là
e l’hai percorsa tutta
un passo dopo l’altro fino a qua
e non importa tanto
finchè qualche altro passo resterà.

19 04 14

Ho fatto il conto dei miei pomeriggi persi
da ragazzino
delle mie ore buttate
come carte di Brooklyn
sui marciapiedi deserti
come Pollicino
briciole di bigliettini
portati via dal vento
di Scirocco
che porta nuvole
e piogge leggere
fini
che sposta le ore
lentamente
verso i confini del niente
di pomeriggi uggiosi
di sogni tormentosi e inutili.

06 05 2014

Ho incrociato in uno specchio
me stesso più vecchio
avrò avuto cento anni
ma li portavo molto meglio
degli attuali trentadue
e non avevo nemmeno
perso tutti i capelli sulla testa.
La domanda che mi resta
è solo questa:
tra sessantotto anni
sarà ancora lì
quello specchio?
Anzi, no, ne ho un’altra
quel povero vecchio
starà chiuso lì dentro
tutto questo tempo?

01 07 14 Ragazza con le Converse

Ma dove vai, ragazza con le Converse?
La suola liscia e la linguetta un po’ all’ingù.
Tua madre che le guarda e ti fa smarrita:
buttale via che non ce la fanno più.
Ma dove vai nel vento di scirocco
che qui colora tristi pomeriggi estivi
tu a testa bassa che cammini verso casa
guardi le punte con la plastica all’insù.

Ma dove vai con quelle vecchie Converse?
Che ai miei tempi le mettevano i pezzenti
mentre adesso tu ci vai anche a ballare
sei così bella con quel vestitino blu.

Nelle tue scarpe conti quasi mille passi
delle mattine sulla strada per la scuola
a quell’incrocio in fondo al ponte, capricciose,
le scarpe vogliono girare via di là.

E in quelle stringhe oramai così consunte
che i vecchi nodi non potrai mai più levarli
conservi tutti i primi baci e i primi amori
ma è sempre il prossimo che non scorderai più.

Ci sono dentro tutte quante le città
che ancora non hai visto tranne che alla tivù
Lisbona, Amsterdam, Parigi, Buenos Aires,
Berlino, Edimburgo, Bangkok e Timbuctu.

In quelle scarpe che non toglieresti mai
e te le sfili sempre senza mai slacciarle,
le butti ai piedi del tuo letto già disfato
e sai che stanno lì a aspettarti ogni mattina,
ci sono dentro tutti quante le tue corse
incontro al lui che sta tornado o inseguendo
una autobus per non fare tardi a scuola
o i treni persi che non torneranno più.

In ogni passo c’è racchiuso un lungo inverno,
e in quello dopo tutte quante le tue estati,
ci custodisci dei chilometri di strade
e nei tuoi occhi dei chilometri di mare.

Un giorno finiranno dentro ad un sacchetto
e poi un altro riordinando negli armadi
ti salteranno fuori e ti racconteranno
com’eri tu centomila passi fa.

Ma dove vai, ragazza con le Converse?
La suola liscia e la linguetta un po’ all’ingiù,
ma non rispondi e sorridendo verso casa
il sole scende lungo il vestitino blu.

25 10 14

Non è pioggia nel pineto
non è vento tra i salici
è grandine grossa
sul tronco accartocciato d’un ulivo
con foglie riarse di sale
che stacca
e dilunga i suoi frutti ammaccati
nel ventre gentile e vezzoso
di una piccola rete arancione.

L’olio verrà un po’ più in là
spremuto a fatica da macine vecchie
trainate dai buoi di paese.
Se prima formiche operaie non si insinueranno
rubando il cibo agli uccelli e agli umani.

25 10 14 Malpensa

Eri così bella
anche mentre svanivi
nella prima nebbia di corso Sempione
Valigette annoiate e ubriachi in doppiopetto
case nuove
arrotolate come maniche di camicia
e vecchi in coda che si slacciano orologi
un ultimo sguardo e via.
Ed ora riempi la tua assenza
con un suono fatto di materia leggera
come nubi
ed è quello delle ciglia
che cadono sul cuscino mentre ti sfreghi le palpebre
con le nocche
scacciando
ora capisco
quest’idea di futuro incombente
come l’autunno.
Il suono
di parole pronunciate male
di bicchieri che sbattono e gatti che giocano
nella penombra
di una porta che sbatte per il vento
e tu: no
non chiudere le finestre amore
il freddo mi piace
perchè mi costringe alla morbidezza di una trapunta
trapunta di fiori tropicali.
Che farò io?
Conto i chilometri
è spazio uguale a tempo
uguale a benzina
e a carburante nelle notti fredde
calore che divampa dentro a tende
come igloo
come sogno di un pellegrino tra i ghiacci
fino a che non tornerà la nebbia
lento incedere
calandosi come aereo in atterraggio
dopo un viaggio da molto lontano
e tu
disegnando un ballo
spingerai via l’umidità
con un battito di ciglia.

25 10 14 Nemmeno se ci provo

Che poi
chi l’ha inventata questa storia
che bisogna sempre spiegare le cose
leggere le istruzioni
valutare i rischi?
Io ti amo e basta.
Come si ama il gelato al cioccolato
come il cane ama la pappa nella scatola di alluminio
come un pazzo ama camminare a piedi nudi
di notte, sull’asfalto piovoso
e lo amo anche io.
Amo il ruvido sotto la pianta
il dolore che fa il sassolino fottuto
quello un po’ appuntito, incastrato di traverso.
E non c’è modo di restare soli
nemmeno rifugiandosi in un centro estetico giù in centro
mentre Milano è avvolta dalla nebbia
e Genova dal fango
e Roma dai cretini.
Nemmeno chiuso nella bara di un lettino solare
mentre fuori piove e io vado alla deriva nel sarcofago che scivola
nemmeno lì riesco a non amarti
a dire: va bene, pensiamo ad altro.
Per esempio adesso mi ero messo alla tastiera con la voglia
di scrivere tutt’altro
o al massimo di cazzeggiare
e invece eccomi:
un’altra canzone per te, che nemmeno le leggi
e se le leggi non le riesci a capire
solo qualche parola, qua e là,
ma ti piace ascoltarmi
mentre le leggo ad alta voce
e ti fumi l’ennesima sigaretta sul balcone
che quando arrivi tu in casa mia fa un freddo fottuto
tre gradi in meno
ogni sigaretta.
Tre gradi in più la mia temperatura invece
se mi soffermo a guardare la curva che ti fa il filtro giallo tra le labbra
e già mi voglio sostituire a quella Luckystrike.
Se si potesse costruire un ponte così lungo
farei jogging ogni mattina
diventerei un atleta
farei con la mia Vespa avanti e indietro per venirti a trovare
farei il pieno e le taniche di scorta
per non perder tempo a far rifornimento in qualche brutto benzinaio fermo ai ’70
se non fosse per le pompe con i numeri digitali e mi fermerei,
quello sì, per un uovo fritto a colazione,
così: per non arrivare impreparato e troppo affamato
all’appuntamento con te, che quando hai fame stai zitta
e io invece parlo troppo. Pure ora, che volevo dire una cosa semplice, così,
da innamorato.

23 03 2015

Che poi alla fine
che motivo c’è
di star a guardare gli insetti volare nel giallo di un lampione sulle rive del Mekong?
Per dire di un’immagine inutile
come te
che fai il caffè
nel tuo pigiama improvvisato
da una vita
stropicciato da una notte quasi insonne
ed io
mi sa tanto che ero sotto la tua finestra
a osservare la luce gialla sotto cui leggevi qualche pagina
di The Tender Bar
come un insetto che ronza
attorno ad un lampione.
Che sbronza
incendiando zuccherini nella notte
per vederci le parole che uscivano di bocca
come fumo nella notte
fredda
davanti a un locale brutto e famoso.
Di quelli che mi fanno venir voglia
di restare a casa
nel mio pigiama improvvisato
da una vita
stropicciato da una notte quasi d’amore.
Ma quella notte
nella fiamma azzurrognola
i tuoi occhi brillavano
lo so
che banalità romantico verbale
ma che ci posso fare
se mi ingoio le parole
e anche un po’ il coraggio
nell’azzurognolo di un paio di occhi stropicciati?
Che ci vuoi fare?
Possiamo solo aspettare
e vedere
di tornare
ogni tanto
alla banalità semplice
del coraggio dei bambini
o degli insetti
che vanno verso la luce.
Ecco la metafora
brutta ma calzante
dell’insetto contro il vetro
mentre fuori è buio e freddo
e tu leggi e non ti accorgi
e allora vado e ti saluto
dalle rive del Mekong.

2033

E poi le lenzuola si son messe a schioccare.
Ma come? – mi dici –
Fino a poco fa parlavamo di morbidi copripiumino Ikea e adesso? S’è alzato il vento, solo adesso,
che barcollo verso casa, ma che importa?
Il disegno della Luna che appare e scompare, il mare: il saggio non chiede di più, mentre io ogni tanto
mi incanto a ammirare
chi guarda la Luna, in mezzo a una folla di gente che guarda all’ingiù. E tu,
con qualche ruga di riso e i capelli un po’ meno biondi e forse
una maglia che s’apre un po’ meno agli sguardi curiosi, guarderai sempre il cielo
tra diciotto anni?
C’è una fiamma nel cielo che s’alza improvvisa – uno sguardo di bimba
che trema oltre il fuoco – ed io, chissà che buffa espressione – e nel volo,
un istante, cerco il vaticino
come legger le carte
come legger le mani ruvide che si imbarazzano sul solco morbido del collo, nel fondo di birre bevute a metà.
Va, zigzagando nel vento, la fiamma. Dove? – mi chiedo. Non son saggio abbastanza e non cerco risposte oramai.
Sul ruvido palmo del Maestrale s’invola lontano e restiamo a guardare, chi il volo
chi gli occhi che brillano.
Le nuvole svagano arrossate, il mare sonnecchia tiepido. Lo spicchio di Luna improvviso
riscaccia le nubi, le fa vacillare, e rispunta arrossato e ti dice: e valsa la pena tentare
e aspettare volare. Un attimo solo, poi torna a dormire e poi ancora, chissà.
E ancora una fiamma s’è messa a volare da morbide mani che prima poteva accarezzare e l’unica
cosa che resta da fare è guardare e ammirare. Ooohhh.
Ma io, che saggio non sono abbastanza, non cerco risposte e confuso, tra il fuoco la Luna e i tuoi occhi
non so mai dove guardare.
E se domani guizzasse improvviso tra le mie mani ruvide, come un citofono, come una gita all’Ikea,
come una macchina che va verso sud, come una fiamma nel cielo, negli occhi,
come un’eclissi di Luna, come una notte che esserci è già una fortuna…
Resta solo una domanda ed è:
Guarderai ancora il cielo nel 2033?

Sogno spagnolo

E voleremo verso la Spagna come nei racconti dell’adolescenza
come le lucciole lungo i sentieri dei boschi
come le macchine in doppia fila
Cammineremo un girotondo attorno a una lanterna cinese
e scaveremo delle buche per riempire il tempo.
Là dove ancora tutto sembra impossibile
Là dove ancora tutto è irraggiungibile
passeggeremo sottto il ponte di Calatrava
ceneremo in autogrill il sabato sera
Come nei sogni piccoli degli adolescenti
correremo nella pioggia sopra una Vespa.
Cancelleremo le ore in pigiama dei disoccupati
e sventoleremo bandiera rossa sui mari agitati.
Bucheremo le gomme alle macchine dei carabinieri
ci baceremo senza leccarci le labbra ferite
sarà una fuga dentro a un romanzo per adolescenti
sarà una coccola di un osteopata a una schiena rotta.
Inseguiremo ancora una volta la luna nel pozzo
e fumeremo le sigarette solo a puntate
dormiremo notti in macchina e sui vetri appannati
disegneremo grandi cuori come adolescenti.
Dimenticheremo che prima o poi ci serve un lavoro
dimenticheremo che prima o poi dovremo tornare.
Faremo finta di niente come la carta dentro ai cestini
come gli aerei che volano via e lascian la scia.
Come il fumo di una pipa che soffia nel vento
costruiremo la nostra casa soltanto di sabbia
come i castelli in riva al mare degli adolescenti
come le cose che sei troppo vecchio oramai per farle.
Ci scorderemo le chiavi, ci scorderemo le mani,
ci scorderemo di tutto come gli indiani.
Sarà come un viaggio fantastico interstellare
un buco nero di riso e di foto sfocate
un giradischi in vetrina, un copriletto in cantina.
Ci sveglieremo con la rugiada
come fiori senza fiatare
come farfalle in gita
senza pensare a tornare.

11-10-15

Volo di notte 1

Il silenzio irreale
che si respira sul lungomare
alle tre di notte
senza zanzare
tra ragazze coi tacchi in mano
fuori dalle discoteche
portando a casa il loro sogno
di una serata al di là dell’accaduto
come il mare che arranca
e i camerieri che sventolano
camice macchiate
di sugo e di sangue
di cuori infranti
e tutti quanti
accendono candele
ai sogni di una grande città
alle luci del porto
di mari nella nebbia
di navi in dormiveglia.
Lei che non va a casa
e va da lui
che rigoverna la notte in frantumi
spegne tutti i lumi
uno a uno
sacerdote dei bicchieri vuoti
della preghiera di un weekend.
E le speranze di volar via
dentro a un bicchiere
a una nuotata notturna
di scappar via dalle voci di provincia
dai lavori interinali
mettono la testa sotto l’acqua
lui trema lei ride.
E i ragazzi sulle giostre ubriache
che mangiano monete
che saltano catene immaginarie.
Le luci
intermittenti
non guardare verso est
la notte è ancora lunga
la notte è per noi
mentre gli spazzini
negli aloni arancioni dell’alba
raccolgono bicchieri di plastica
e sigarette
e cartacce
d’amore
accartocciate.
Si illumina il porto
mentre gli uccelli cantano
mentre si svegliano i ragazzi
che dormono in auto.
I tacchi delle scarpe
vanno di nuovo a riposare
come skateboard di bambini
o come lampare.
Le settimane di provincia
che sembrano solo weekend
si sveglieranno tra dieci anni
un po’ invecchiati.
E se ne vanno barcollando
verso l’alba intermittente
s’addormenteranno nel caldo
di un ventilatore.
E ancora l’alba di domani
e un’altra alba ancora
e non importa se domani
arriverà l’inverno.

Volo di notte 2

I muri del paese
sgretolati ad ogni spigolo
dalle macchine e dai baci
rubati di notte.
Le ragazze vengono ogni sera
a prendere il caffè
nel loro angolo di cielo
senza lista d’attesa.
E se ne vanno e tu lo sai
sono a mille chilometri
dalle luci del bar
e da tutti gli autografi.
I culi che passano
di modelle in vetrina
di vecchi che corrono
ogni mattina
Il mio paese che invecchia
e invecchio pure io
compro rose ogni sera
da piantare in giardino
compro rose e le dimentico
sul tavolo delle ragazze
dico che sono finte
che non sanno di niente.
Ma loro tu lo sai
sono a mille chilometri
dove arriva il profumo
dove nascon le rose.
E i carabinieri che arrestano canzoni
che arrestano la Luna
mentre sta cantando
ti affacci da un oblò
da una casa in costruzione
e le ragazze sono lì
sono a mille chilometri.
Se spenderemo pomeriggi
a contare petali caduti
non troveremo lo stesso
lo stesso profumo.
Ci diamo appuntamento
al distributore di sigarette
senza monete
senza fototessere.
Nessuno fuma ma ci piace
guardare i nomi dei pacchetti
come i nomi delle barche
pronte a salpare.
Poi ti giri all’improvviso
ce n’è una in mezzo al mare
vuoi tuffarti ma ti accorgi
che non sai nuotare.
E le ragazze sono lì
sono a mille chilometri
oltre le onde sono lì
sono a mille chilometri.

Volo di notte 3

L’odore delle arance
che sale dal cestino
lo tiene sveglio mentre aspetta
un alba radiottiva.
Dentro a sorrisi deformati
da abusi ed imbarazzi
un’altra birra e poi andiamo a dormire.
Si sciolgono i nodi dei vestiti
dei grembiuli
i nodi al pettine che
non si sciolgono più.
Il sole sorge
ma ci sembra
la fine di ogni giorno
capovolto come un bicchiere vuoto.
Resta lì a raccontare
le storie dentro il bar
il topo intanto
si mangia i ricordi
vecchie storie raccontate
sulle manifestazioni
sui manganelli
sulle occupazioni.
Sulle case costruite
sopra argini illegibili
su pavimenti naviganti
su salotti galleggianti.
Aperitivi poco alcolici
che ti gonfiano la gola
con un groppo che è lì
da troppi anni.
Lui che pensa a quell’amore
che è sempre più lontano
lei che spegne il giradischi
e lo prende per mano.
Gli racconta la sua storia
ciminiere e rotatorie
droghe leggere e case popolari
droghe pesanti in mezzo ai vip
persi nella gran città
pasticche per andare a dormire.
Lui racconta che una volta
ha fatto il fruttivendolo
il cameriere in trattoria
il buffone in compagnia.
Lei gli scioglie la mano
lui le scioglie il groppo in gola
birre scolate e sogni di lenzuola.
Fantasmi verso casa
rumore di passi sul selciato
anche stasera
non abbiamo bevuto un cazzo.

Volo di notte 4

La mia cara amica francese

era prima americana
poi spagnola
poi londinese.
Amici di una vita
a un volo senza scali
amici persi
dietro agli scaffali.
Qui i sogni non si vendono
ti devi accontentare
al massimo
li puoi noleggiare.
La mia cara amica francese
dondola sull’altalena
il fumo si dissolve
cigola la catena.
Mi immagino ballare
il rimmel che le cola
un Cuba libre
con poca cola
che devo dimenticare
da dove son venuta
sono anni che a casa
non posso più tornare.
La casa non esiste –
dico – cara amica francese
la mia l’han demolita
per farne dei parcheggi
in questo mondo di macchine
che fanno avanti e indietro
viviamo dentro al traffico
di organi di contrabbando
hanno finito i cuori
restano fegati malandati
poche orecchie
sorde alle musiche più belle.
Poche mani che non sanno
più scrivere poesie
zero anticorpi contro le malattie.
Ogni anno ci vediamo
con la mia cara amica francese
lei si dondola sulla stessa altalena.
Smonteranno anche quella
nel giro di due anni
ci faranno una palestra
sopra ai nostri ricordi.
Come anime di indiani
sepolte nel cemento
vagheremo per le strade
in cerca di uno spinello.
Tormenteremo ancora un poco
i sogni nel cassetto
di un cruscotto di una macchina
in seconda fila.
Finiremo a compilare
le constatazioni amichevoli
dei nostri incidenti
sentimentali.
Mangeremo patatine
senza scendere dalle macchine
faremo l’amore sotto ai lampioni.
Torna a casa per favore
mia cara amica francese
se cerchi bene
la puoi trovare.
Tu che puoi comprare una macchina
per favore non lo fare
io vado in Vespa
fino a Natale.
Farà un po’ freddo –
tu mi dici –
io lo so naturalmente
mi coprirò
o farò finta di niente.
Però almeno con il freddo
i fiori si rimboccano la neve
riposano un po’
e poi tornano a sbocciare.
I cantieri si fermano
nessuno esce di casa
non c’è traffico finalmente
e possiamo anche fumare.

12 10 15

Fa l’alba sulla macchina
lungo la tangenziale
inciampa
nelle buche delle lettere.
Prima porta a passeggio
i suoi quattro cani
poi fa le valige
per tornare a casa.
Si spengono le candele
immobili sull’uscio
un raggio di vento
illumina le finestre.
Cammina lentamente
nei suoi eterni ritorni
come un autobus
alle sei del mattino.
Mette tra lei e lui
sempre più chilometri
più telegiornali e più treni merci.
Che cos’è che cercavamo
quando eravamo giovani?
Lenzuola stropicciate
e vetri appanati.
In quel posto dove la nebbia
è fatta di mare
dove i gabbiani
imparano a nuotare.
Qui dove le luci
che ci fanno addormentare
sono quelle del porto
che attirano zanzare.
Cammina dondolando
lungo il litorare
poi in aereo
impara anche a volare
E mette tra lei e lui
chilometri di inchiostri
balconi chiusi
e macchine parcheggiate male.
Annunci fotografici
sui giornali interinali
per lavori
che durano un weekend
fare il cameriere
alla cerimonia nuziale
ubriachi
imparare a galleggiare.
E mette tra lei e lui
milioni di chilometri
pizze mangiate
sui cartoni animati
disoccupazioni sulle strisce pedonali
treni persi
stazioni sbagliate.
In questo paese
dove tutto sembra azzurro
dove le case le devi colorare.
Ti ricordi cosa cercavi
quand’eravamo giovani?
Echi di risate
e successi da rockstar.
Qui dove le lucciole
illuminano i concerti
delle sirene
negli incidenti in mare.
Qui dove i monumenti
sono statue di sale
qui dove hai capito
che dovevi andare.
Per un po’.
E mette tra lei e lui
ettolitri di birre
karaoke e ragazzine.
E mette tra lei e lui
quintali di ricordi
come le auto
che passano e non conti.
E mette tra lei e lui
chilometri di inchiosti
chilometri di intestino
chilometri di destino.

13 10 15

C’era pieno di silenzio
nella pioggia sul palmeto
picchiettava ritmi cubani.
Ombrelli colorati
capovolti
raccoglievano stelle cadenti.
Ti ho rivista passare
ancora una volta
da un balcone
alla tangenziale.
Vestita di azzurro
avrei giurato
di vederti galleggiare.
La vita si muove
come un treno lento
tra stazioni
sulla provinciale
andiamo a rilento
e all’improvviso
ci scordiamo di respirare.
Cadevano cappelli
come monete
dai balconi dei teatri
durante gli inchini
ho applaudito
ti ho vista partire
tra cieli stellati
e poi smettere di camminare.
Mio caro amico Dio
io ti ringrazio
per la fine della gioventù
di cocktail sul retro dei negozi
di sigarette
di canzoni alla tivù.
Il lampo di magnesio
nel tubo catodico
che scintilla a ripertizione
il tuo volto contratto
le tue scapole
la tua idea quasi sessuale
di ricreazione.
E intanto i carabinieri
sono arrivati
negli stabilimenti balneari
arrestano canzoni
e alte onde sonore
brutti svaghi collaterali
bandiere rosse sbiadite
per mareggiate non ufficiali.
E tu dal balcone
ti ho vista ascoltare
vecchie cuoche passeggiare
e fotomodelle
vestite di niente
con le gonne in borsa
di agenzie interinali
e ancora sirene
nei mari del sud
di incidenti interstellari
lanterne cinesi
lanciate dai moli
alla fine dei continenti.
Ma questi negroni
e il freddo d’autunno
mi fan battere anche i denti.
L’amore si muove
ci fa passeggiare
tra i lampioni autostradali
in quest’epoca smarrita
di aerei caduti
di eroi caduti
di bombe sulle scuole elementari
sulle case di campagna
sugli ospedali.
L’amore si muove
ma troppo veloce
non si riesce a afferrare.
Saltando i balconi
cadiamo per terra
come bombe nucleari.
Ti sfioro le dita
se puoi perdonarmi
non ti riesco ad afferrare
ma è poco sicuro
è un disco dei Cure
che non posso dimenticare.

Capitoli di storia
di fabbriche in cemento
di trasmissioni ad alto gradimento.
Mi ha detto
rendimi i miei libri
i miei pensieri
rendimi i miei aeri
mai partiti ed i miei sentimenti
ormai smarriti.
Negli scatoli che trasportiamo
da Londra a Milano
ci trasformiamo
se tu sapessi come è strano
sentire il tuo profumo
sulla mia mano
e le tue risate addormentate
tra i divanetti.
Ci leviamo le protesi dei cuori
negli armadietti degli ospedali
in periferie urbanizzate
nei condomini
nelle corrazzate marinare
sui lungomari pieni di zanzare
alle due di notte
tra cosce capovolte
facciamo a botte
per un panino per uno sguardo
per un parcheggio
in questo movimento dei satelliti
televisivi
per gli appuntamenti clandestini
coi datori di lavoro
nullafacenti
per le stelle disoccupate
che ormai guardiamo solo a terra
nelle puntate di serie alla tivù
vecchi ragazzi
rinuciamo finalmente
a adolescenze costruite
banalmente coi mattoni Lego
con le canzoni con le sagre di paese
con le canzoni pop sentimentale
cambi canale finalmente
e te ne vai da questo posto
per sprofondare in un posto uguale
però l’hai scelto tu e ti sembra bello
mi dai la mano e camminiamo
sul controviale
contro stelle capovolte
nelle pozzanghere
stai a guardare
che le tue scapole sanno guardare
anche più in alto
ma senza esagerare
fino alle nuvole possiamo galleggiare,
Come le bombe a New York
come le rose parcheggiate sui confini
dagli immigrati rassegnati
dai passaporti finti
dopo l’embargo
troppi turisti
naufraghiamo
Come le bici
che rubano a Palermo
come i dervisci
che sudano a pescare
come pescatori
che accendono lampare
Per un istante ci sentiamo
e ci dimentichiamo
ma non è strano
che per un istante ci sentiamo
e ci dimentichiamo?
Tu mi cantavi delle sedie elettriche
della venuta di Gesù
con vecchie Converse
e dei predicatori bambini
che regalano giocattoli
ai soldati sui confini
che regalano armi ai bambini
per giocare.
Ma dove andiamo
dove vogliamo andare?
Per rimbalzarci
che non abbiamo la cravatta
per rifiutarci
alle dogane
per misurarci
per segnarci
i piccoli vizi della nostra pelle
del colore
delle rughe delle vene
quasi senza amore
per uccidere farfalle
nel volo pirotecnico
da collezionare
con uno spillo
piantato nel cuore
come un rito voodo
come un manganello
che sa volare dritto in fronte.
Ma come fai tu a pensare
a un bianco di letto
di varichina
da insanguinare
di cuori infranti
senza un domani
come fai
a dimenticare?
D’altra parte
sono giorni bui
di caseggiati illuminati
anche se vuoti
nei nuovi quartieri
per finti proletari.
Le coppie bevono birre
sui muretti di Berlino
senza far casino
nascosti nell’ombra
per non destar sospetti
per far silenzio
quando fanno l’amore sui tetti.
Han perso ma va tutto bene
sono sconfitti
come i treni abbandonati
ai graffitari
e agli animali
selvatici
che scendono dal nord.
Han perso però stanno bene
che l’importante era partecipare
a marce per la pace alle eplosioni
alle constatazioni amichevoli
della rassegnazione.
Nel freddo delle nostre notti estive
in riva al mare
dei nostri ricordi andati a male
delle barche parcheggiate
in divieti di sosta temporanei
delle cene in conto paga governativo
dei voli pirotecnici
di zar televisivi
delle nostre annate migliori
offerte in conto paga alle console
e ai lavori dipendenti
degli elettrodomestici
delle assicurazioni
vendute porta a porta
e di telefonate
ciao amore, mi puoi ricaricare?
E i ponti di amianto
e i tunnel dei treni
e i muri e il filo
spinato che cuce le paure
che non fanno dormire
che lacerano i cuori
che affossano scrittori promettenti
che uccidono lampioni
che rompono i coglioni
che scaricano la carica
della batteria dei cellulari.
Han perso ma va tutto bene
nel freddo delle ombre
di luci calde intermittenti
di vetri trasparenti
di balletti sotto la pioggia
di treni a vapore singhiozzati
ritardi momentanei
aborti momentanei
ore perse
è tutta lì la giovinezza
ed ora va in tv
protagonisti in demolizioni
e film di terzo grado
al cinema all’aperto
e scarpe di cemento
che non puoi fare un passo
lì sul tetto puoi urlare
a bassa voce
che non puoi disturbare
il vecchio che dorme e non abbaia
per il catarro.
E gridi fino a qui tutto bene
qui dove siamo non disturbiamo
mentre balliamo.
E gridi fino a qui tutto bene
nei bar del centro storico di Genova
e nelle piazze illuminate di Lubiana.
E gridi fino a qui tutto bene
nei centri sociali abbandonati
in Bulgaria.
C’erano amici persi
notti sbandate
auto distrutte
e case abbandonate
c’erano occhi caduti
che guardavano il cielo
e cuori dirottati dentro a un aereo.
C’erano cene mondane
e pranzi d’agosto
con freddo nei cuori
che sembrava autunno.
C’erano boschi piegati
da una melodia
e semafori rossi per la nostalgia.
Vespe truccate
sotto la pioggia
amori ed amici
che aspettano l’alba.
Code infinite al collocamento
di vite in affitto
per posti su uno sgabello.
C’erano bere e fumare
ad ogni costo
tramonti spacciati
di dubbio gusto.
Tramonti truccati
con un cannone
che buca il soffitto
di questa stazione.
E gridi fino a qui tutto bene
nelle chiese abbandonate
e dici Signore sei stato tu
a mandarci questo diluvio?
E gridi fino a qui tutto bene
nelle piazze sventrate
in Turchia.
E gridi fino a qui tutto bene
nei gabinetti degli ostelli
amori viennesi
antidioti momentanei alla follia.
E gridi fino a qui tutto bene
sui cartelloni pubblicitari
in Albania
Sui grattacieli abbandonati
sulle case chiuse
da catene umane di fotografie.
E gridi non va tutto bene
contro i manganelli della polizia
nei videogiochi.
La poesia
non è una cosa seria
non è una cosa come la democrazia.
Non è una cosa seria
è fatta di emozioni
non è una cosa che puoi catalogare.
La poesia
non sta nei telegrammi
non sta in televisione
non sta nei cellulari.
Non sta nei depliant
e nemmeno nei catologhi dell’ikea
Non fa paura
non fa guadagnare.
Ti dicono
amico
mi fai una poesia
devo scrivere
alla mia fidanzata
devo scrivere
per farmi perdonare
non è una cosa seria
mi serve a limonare.
La poesia
la scrivi se hai bevuto
la scrivi se hai mangiato
droghe leggere.
Non è una cosa seria
di quelle da studiare
alla Bocconi
o all’Accademia navale.
Non è una cosa seria
se non si può contare
non è una cosa seria
se non si può studiare.
La poesia non sta su youtube
ma non è vero
l’ho caricata ieri.
Però c’ho scritto
“non è una poesia”
così non l’ha bannata
il moderatore.

17 10 15
Ma non lo sai
che i cani conoscono
un mondo di odori
che nemmeno puoi immaginare?
Che i gatti sentono
vibrazioni
che tu
nemmeno avverti?
Cos’è questo mondo
che dici di conoscere
bene?

Io con te
mi diverto
a stare il mio tempo
perso per mare
a fumare
sigarette
a accarezzare le onde
della tua intimità
a volare sull’aroma
delle tue orecchie
a sfiorare
la pelle del tuo collo
a immaginare
odori e colori
a sentire
vibrazioni
che non sai
che non vuoi
che perderai per sempre.

Odio i cinici e i codardi
sono pigro
è pur vero
ma solo perché
è solo in quel momento
che ancora giorno non è
ma nemmeno notte
che si può immaginare
in potenza
la libertà
che ti ho
qui con me,
appena prima di partire
perso per mare,
così
per salutare
che ti mancherò
e non importa,
tu mi manchi ora.

03 01 16
E hai percorso con le dita
le mie cicatrici
sugli zigomi
sui polmoni
poco dopo avermi incontrato
e hai guardato
dentro al vortice dello stomaco
che a volte inghiotte ogni luce
e a volte
le spara fuori
come supernove.
Hai interrotto il silenzio della notte
con una risata
e nel buio ci siamo immersi
come una cometa
come una luna rossa
nel mare di agosto
E resteremo qui
avanti e indietro
a scambiarci le carte
e i sorrisi
a scordarci dell’ora
finché ci saranno buonumori assortiti
e ricordi e racconti
e sogni da mescolare
fino all’alba dell’anno nuovo
che illumina la strada
come nei film.
Ma tu non sapevi
e neppure io
abbiamo raccolto
i bicchieri lasciati a metà
mentre le mani si incrociavano
e abbiamo percorso sentieri sulle mappe
e lasciato indietro i fantasmi
e inventato bolle di sapone
in cui nasconderci per un po’.
E io non lo sapevo
e tu non lo volevi.
Ma sospiri nella penombra
e capelli arruffati
è un po’ di strada in più
un panorama nuovo.
Non vedi quanto siamo giovani?
Ed era l’unica possibilità
a carte scoperte
un altro po’ di strada in più
occhiate distratte ai cartelli nel buio
andiamo piano
ma andiamo
che la strada c’è
e l’alba tarda
finché c’è benzina
finché c’è musica.
Che ero a bordo strada
col pollice stanco di brevi passaggi
di mani fisse sul volante
in attesa del viaggio
fermo ad aspettare
mi sono attaccato alla coda
di una stella cometa.
Perché procedevi a tentoni
mi hai preso la mano
ti ho portato a perderti
sui sentieri delle mie cicatrici
sui sentieri dei tuoi pensieri
che non pensavi di raccontare
ed è tutto quel che ho
tutto quel che c’è
tutto quello che vogliamo,
fino all’alba.

02-02-16
Prima di partire

Quello che è bello a trent’anni
è che puoi ridere e piangere
puoi scrivere o non scrivere
cambiarti le mutande
puoi fare a meno di tutti quei calcoli idioti
mi ha scritto lei
rispondo io
però tra pochi minuti.
Fai quello che vuoi dici cazzate scrivi
i sentimenti li giochi
come ti lavi i denti.

Mia cara amica
per davvero io un po’ ti ho amata
come amo l’aurora
amo la cioccolata
amo la birra scura
quindi ho dato il meglio
è stato un sogno evidente
ma ora sono sveglio.
Quello che capita a volte
è una camicia a quadri
la metto da sempre e quando va di moda
mi dicono ehi tu sì che ci stai dentro
quando la moda è passata
io la stropiccio lo stesso.
Così sei capitata che nemmeno ci pensavo
come la Luna piena in una notte d’estate
Sei arrivata hai sorriso e ti sei tuffata
un tuffo al cuore e ho capito
che eri la cosa sbagliata.
Ma come tante cose
che non dovrei fare
mi sei piaciuta però adesso
devo proprio scappare
ma forse scappo perché, detto sinceramente,
forse di farlo con me non te ne frega niente.

Abbiamo tutti una storia
che resta nel cassetto
sono racconti o romanzi
scritti prima di andarsene a letto lì nel taccuino ci sei tu: una bella puntata
di questo serial tv che è la mia vita tutta incasinata.
Restano i fotogrammi
quelli veri quelli immaginati
come un eclissi di Luna dietro a una coltre di nubi.
Mia cara amica non capisci
ma ho capito tutto
se avessi fatto se avessi detto se non fossi brutto.
Di notte passano macchine verso chissà dove
vanno a puttane vanno a spasso vanno a far le prove
quando ti ho chiesto un passaggio
non me l’hai negato
sarei restato con te almeno fino a maggio
ma non potevo lo sai
io ho un aereo che vola
così ti ho rotto le palle
mi hai detto lasciami sola.
E adesso forse chissà
avrebbe funzionato
almeno per un po’
come un giradischi datato
con la puntina vecchia
che poi sarei io
che faccio qualche canzone poi raglio proprio da dio.
E adesso che ci resta oh mia cara amica
poche righe una poesia qualche alba stupita
qualche cartolina e un progetto di gita
di andare in capo al mondo lo penso da una vita
però del capo in fondo non me ne frega niente
non sono un capo sto bene anche per un secondo
Come quello in cui io non chiedo di più
ti guardo gli occhi attraverso una fiammella blu.
Son stato scemo lo so
e un po’ mi è dispiaciuto
ma un’altra storia mi chiama e quasi devo sparire
però ti ho amata un po’
te lo volevo dire
giochiamo ancora un po’
prima di partire?

18-04-16

Quant’è bella Milano
in un giorno di sole
con le case illuminate
i fiori sul balcone.
Com’è bella la gente che gioca
nei campi da tennis e di pallone
cintati da mura
di chiese in pensione.
Che belli i campi
in periferia
ciclabili e strade
lungo la ferrovia
milioni di foglie
milioni di persone
milioni di pali
dell’alta tensione.
Un fiume che puzza, un rumore,
un trattore.
Che bella la vita
in un giorno di sole.

29-09-16
Casa del Becco, Lecco

L’arrivo dell’autunno
ti ha preso per mano
raccolto in una gompa
piano piano.
Col naso all’insù
guardi le foglie staccarsi
dal ramo e planare
mandala
di vita nel vento lontano.
Hai sorriso: un tao
come due gatti
insieme acciambellati
nel sole.

25-11-16

(Sei acqua di fonte, scorrere è la tua natura saltare erompere levigare dissetare.
Per quanto bella sia una bottiglia non è casa tua.)

Come d’improvviso, dal folto
del bosco, di nascosto
s’è schiuso su un tappeto
di foglie ingiallite
un pensiero,
nel buio s’è accesa
di colpo una luce a fine sentiero,
per strada d’un tratto
un lampione
ha scoperto un sorriso
s’è fatto di notte
un lento respiro
di albe distratte a metà
la meta di un fiume d’asfalto pulito
mi indichi un punto
in punta di dito
un nome alla fine
del mondo proibito
andiamo che c’è
un girasole fiorito.

18-12-16
Contemplazione

Così t’ho vista
abbracciare un pomeriggio
di sole
e la tua voce percorreva
le creste dei monti circostanti
i tuoi occhi rimbalzavano
di onda in onda
scintillante.
E ho visto i tuoi sbadigli
ricoprire guanciali
e qualcuna delle tue lacrime
scivolare sulla neve e scioglierla
le tue risate agitarsi rimbombando
tra i tronchi dei boschi di castagno
la sabbia scricchiolare sotto
i nudi tuoi passi
e sei sempre la pura vita
l’istante di unità
che sempre inseguo e a volte
afferro commosso
e lì mi sciolgo
e in quell’istante
è il tutto
ed è casa.

30-12-16

Che fortuna che ho:
immagino fuori:
il vento e i cavi che fanno le pance tra i pali che dondolano
e le cartacce che volano e i tombini
e le bollette – quelle in cui si perde sempre –
in volo verso la mia cassetta delle lettere;
lo dico a chiare lettere
che ogni busta è uno spavento

(per questo amo ancora spedire cartoline: sono come gentilezze inaspettate – in coda all’ufficio postale o a un incrocio o – che danno un piacere inversamente proporzionale a quanto te le aspetti: saluti da posti lontani più o meno infilati dove ormai trovi solo cattive notizie e pubblicità)

e il guano di piccioni che non sappiamo più che farne
e pure loro non sanno dove andare – erano viaggiatori
ora stanziano e stanziano e zoppicano qua e là.
Immagino il buio
le luci di Natale molto scarne
i soldi degli enti locali scarseggiano, che ci vuoi fare?
scarseggia l’umanità: chi ha mai visto da queste parti
una serenata? Nemmeno rap o metropolitana.
Ma che fortuna che ho
ci son volute albe – viste da un lato con la birra, viste dall’altro con la caffettiera da preparare –
altro ancora
non sto qui a raccontare
che poi sembra mi voglia vantare
e invece è solo fortuna:
servirebbe a dire soltanto qualcosa del tipo:
audentes fortuna iuvat
anche se non è proprio audacia
è più amore
e anche un po’ di egoismo
e voglia di avventura
ma insomma
senza fortuna è come senza grazia di Dio

(ci sono stati fior di teologi e Concili e dibattiti e anche io dico la mia: senza Grazia dove vorreste andare? E anche: senza grazia come si farebbe? Danzare camminare lavorare, danzare camminare lavorare chiacchierare danzare: se hai la grazia è molto meglio; quindi: grazie, lei ha grazia – come una Madonna de gratia plena – che grazia per me, grazie davvero).

E allora: guardo fuori, poi guardo dentro, dentro casa dentro al letto: che fortuna.
A volte riesco anche dentro di me: e dico: che fortuna: pure io ho un po’ di grazia – ce l’avrà messa lei quel po’ di più. Così
i cavi che dondolano sono belli, danzano di palo in palo
le cartacce volteggiano i piccioni cantano e ballano
i tombini portano al mare
mi ci tuffo
vado a nuotare.

 

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